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News Letter dell'ordine

di Rossella Gemma

Prende il via nel Lazio da domani, 15 ottobre, e fino al 31 dicembre, la campagna di vaccinazione antinfluenzale con le prime 350 mila dosi di vaccino a disposizione gratuitamente presso il proprio medico di famiglia, i pediatri e i servizi vaccinali delle Asl.

“Voglio rivolgere un appello per la vaccinazione – spiega l’Assessore alla Sanità e l’Integrazione Sociosanitaria della Regione Lazio, Alessio D’Amato – L’influenza non va sottovalutata e ogni anno mette rischio lo stato di salute dei cittadini soprattutto per gli anziani e le persone più deboli. Per le complicanze influenzali l’anno passato abbiamo avuto 88 casi gravi e 15 decessi. L’obiettivo della campagna antinfluenzale per quest’anno è quello di superare la media nazionale. Si tratta di un obiettivo molto importante che abbiamo condiviso con i medici di medicina generale mediante l’introduzione, per la prima volta di un sistema incentivante legato al raggiungimento dell’obiettivo prefissato”.

Da quest’anno inoltre, grazie alla collaborazione dei medici di medicina generale, tutti coloro che non hanno effettuato la scelta del medico potranno vaccinarsi nei 34 ambulatori di cure primarie presenti sul territorio regionale ed aperti nei weekend e festivi. Tutte le info sono disponibili sul sito Salutelazio.it e scaricando la app 'Salute Lazio'. 

Inoltre sempre con i medici di medicina generale è stato avviato un piano straordinario per la vaccinazione a domicilio per i malati cronici non deambulanti.

Il vaccino antinfluenzale è completamente gratuito per gli over 65 anni, per i soggetti a rischio di ogni età con patologie croniche, donne in gravidanza, per il personale sanitario e di pubblica sicurezza e, novità di quest’anno, anche per i donatori di sangue.

“Voglio rivolgere un ringraziamento per il loro impegno e un invito a vaccinarsi al personale medico e i professionisti sanitari. Vaccinarsi – conclude l’Assessore D’Amato - evita inoltre accessi al pronto soccorso non necessari e l’utilizzo inappropriato degli antibiotici per combattere la sindrome influenzale”.

di Rossella Gemma

In Italia si stimano circa 10.000 casi di decessi all’anno per infezioni resistenti ai comuni antibiotici, pari al doppio delle morti legate agli incidenti stradali. Per far fronte a questo scenario preoccupante, nel 2017 il Ministero della Salute ha pubblicato il Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza (PNCAR) 2017-2020, fissando il percorso che le istituzioni nazionali, regionali e locali, devono compiere per un miglior controllo delle infezioni.

Esiste, però, una notevole variabilità tra Regioni nelle modalità di attuazione dei programmi di sorveglianza e controllo di questo fenomeno. Vista l’emergenza e con l’obiettivo di fare il punto su ciò che è stato fatto e ciò che c’è ancora da fare a livello regionale, creando una rete di comunicazione sulle infezioni correlate all’assistenza, nasce ICARETE. Progetto, che si compone di 12 incontri regionali, realizzato con il contributo non condizionante di MENARINI, che vede confrontarsi le istituzioni e i massimi esperti del settore. Il Progetto arriva in Lombardia una delle Regioni più virtuose nel sistema di controllo delle infezioni. La corretta aderenza alle norme igieniche preventive stabilite dall’Organizzazione Mondiali della Salute, un più appropriato utilizzo degli antibiotici sia ad uso veterinario che umano, sono alcune delle raccomandazioni che emergono dal confronto fra esperti. In aggiunta, nel breve termine, le istituzioni stanno cercando di agevolare le attività di ricerca di nuovi antibiotici, creando anche partnership pubblico/privato. Molto potrebbe essere fatto con le nuove terapie antibiotiche, rendendole disponibili ai pazienti sia a livello Nazionale che regionale-locale, secondo le indicazioni appropriate.

“L'antibiotico resistenza, come più volte ribadito, è un'emergenza globale e pertanto si devono prevedere interventi coordinati tra tutti coloro che partecipano in maniera diretta od indiretta a questo fenomeno”, ha spiegato Pierangelo Clerici, Direttore Dipartimento Medicina di Laboratorio e Biotecnologie Diagnostiche A.S.S.T. Ovest Milanese e Presidente Federazione Italiana Società di Medicina di Laboratorio (FISMeLab). “Sicuramente l'approccio One Health, che prevede come cardine l'utilizzo consapevole degli antibiotici sia a livello veterinario che umano, rappresenta la strategia vincente come evidenziato anche nel Piano Nazionale di Contrasto all'Antibiotico Resistenza (PNCAR) e dove ruolo determinate viene svolto dai microbiologi con il costante monitoraggio dei microrganismi isolati da pazienti e la determinazione delle resistenze agli antibiotici. Perciò, ruolo fondamentale ha lo sviluppo di nuove molecole di antibiotici che però non devono essere considerate come armi totipotenti ma il cui utilizzo deve essere mirato dopo un'attenta valutazione clinica e microbiologica”. Conclude Clerici. “Purtroppo, i numeri sono ancora preoccupanti. In una stima dell’Healthcare - Associated Infections Prevalence Study Group [Euro Surveill. 2018;23(46)] riferita agli anni 2016 e 2017, basata su 310.755 pazienti ricoverati in 1.209 ospedali in 28 Paesi europei e su 117.138 residenti in 2.221 Residenze Sanitarie per Anziani (RSA) di 23 paesi, le infezioni acquisite in ospedale avrebbero riguardato il 6,5% dei ricoverati in ospedale e il 3,9% dei residenti in RSA, per un numero stimato di infezioni giornaliere pari a 98.166 nei primi e a 129.940 nei secondi e un totale di quasi nove milioni di infezioni ospedaliere all’anno.

I casi con infezioni da microrganismi resistenti sarebbero stati il 31,6% negli ospedali e nel 28,0% nelle RSA. E qui si apre l’altro dolente capitolo. Le stime sul 2015 pubblicate sulla prestigiosa rivista scientifica Lancet riferite a infectious diseases dall’European Antimicrobial Resistance Surveillance Network (EARS-Net) nello scorso anno portano a una stima di oltre 670.000 infezioni da batteri antibiotico-resistenti nell’area europea, oltre il 63% delle quali contratte in ospedale, con un totale stimato di oltre 33.000 decessi. Maggiormente colpiti i bambini sotto l’anno di vita e gli ultrasessantacinquenni, con un significativo incremento dal 2007 in poi. Purtroppo, la situazione peggiore in assoluto è stata osservata in Italia, con oltre 200.000 casi e quasi 11.000 decessi stimati. Si collocano in questo scenario i 102 casi, segnalati tra il novembre 2018 e il 22 settembre 2019, di infezioni causate da enterobatteri produttori della metallo-beta- lattamasi New Delhi, che conferisce resistenza ai carbapenemi – una classe di antibiotici di fondamentale importanza nel trattamento di infezioni gravi. Un’accelerazione della diffusione di questo tipo di resistenza batterica ha già provocato, secondo i dati dell’Agenzia Regionale di Sanità Toscana, almeno 38 decessi. Come invertire la tendenza? Applicando con convinzione il Piano Nazionale contro l’antibiotico resistenze, con uno sforzo comune in tutte le Regioni.

"A partire da un atto molto semplice, il rigoroso rispetto delle regole sul lavaggio delle mani da parte degli operatori sanitari, su cui per ora non occupiamo certamente i primi posti in Europa”, ha detto Massimo Galli, Direttore Struttura Complessa Malattie infettive AO Sacco, Milano e Presidente Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT) “Da quando il problema dei super batteri resistenti alle terapie disponibili è emerso nella sua estrema gravità, la ricerca farmaceutica ha ripreso vigore e progressivamente sta mettendo a disposizione nuovi e più efficaci antibiotici: è auspicabile che si apra un dialogo fra aziende produttrici ed agenzie regolatorie nazionali e regionali per stabilire nuovi percorsi dedicati che consentano un accesso facilitato e rapido di questi nuovi fondamentali strumenti per la cura dei nostri pazienti, in linea con le azioni intraprese dalla Food and Drug Administration”, ha spiegato Claudio Zanon, Direttore Scientifico MOTORE SANITA’.

di Rossella Gemma

E' italiano il primo test al mondo per la diagnosi del Papillomavirus umano (Hpv) disponibile in farmacia, che le donne possono eseguire a casa per individuare e tipizzare l'agente infettivo potenzialmente responsabile del cancro al collo dell'utero. L'hanno messo a punto Bruna Marini e Rudy Ippodrino, che dal 2009 al 2015 hanno frequentato il Corso di perfezionamento in biologia molecolare della Scuola Normale di Pisa, fondando poi nell'Area Science Park di Trieste la startup Ulisse BioMed. Il test si chiama 'Ladymed', è stato sviluppato presso la startup e validato clinicamente da istituti quali il Centro di riferimento oncologico di Aviano, l'azienda sanitaria universitaria integrata di Trieste e il Policlinico universitario Campus Biomedico di Roma.

"Grazie a un prelievo non invasivo, che la donna può effettuare direttamente a casa - spiegano dalla Scuola Normale - è possibile rilevare il virus anche senza ulteriori procedure mediche, con un considerevole abbattimento dei costi e dei tempi della diagnostica". I due ex allievi confermano che "il nostro test è non invasivo e sensibile", ed è "il primo al mondo presente direttamente in farmacia per il rilevamento del Papilloma. Rispetto ai test molecolari utilizzati negli screening nazionali, Ladymed è anche in grado di genotipizzare il virus, ovvero fornire indicazioni precise sul ceppo presente nell'infezione".

L'esame, aggiungono i due 'Archimede' italiani, "si inserisce nel panorama dei test 'consumer genetics', che hanno già ampiamente dimostrato di riscontrare un enorme interesse da parte dei consumatori. Basti citare il successo di test basati sull'autoprelievo come '23 and me' e 'My heritage'".
 

di Rossella Gemma

Trenta giorni di tour che toccheranno 15 città, per un totale di 1800 chilometri percorsi. Sono i  numeri del giro organizzato dai Medici di medicina generale, che toccheranno tutte le piazze d’Italia, per ascoltare i bisogni dei loro assistiti al grido di un hashtag molto chiaro: #adessoBasta. “Se la politica è l’arte del compromesso - dice il segretario generale FIMMG Silvestro Scotti - la medicina, anche e soprattutto quella di famiglia, è l’arte di ascoltare. Per questo, stavolta abbiamo deciso di farci ascoltare, e per farlo di dare vita a ad un vero e proprio tour nelle piazze d’Italia soprattutto dei piccoli paesi, pronti a cercare un ulteriore confronto con i cittadini ed essere sempre più un punto di riferimento di un servizio sanitario di prossimità ad accesso diretto e gratuito. Ricordiamo a tutti che in Italia ci sono 5.498 comuni sotto i 5.000 abitanti, che rappresentano il 69,47% del numero totale dei comuni italiani, dove vivono circa 10 milioni di cittadini ai quali va offerto, considerando una maggiore distanza da un'offerta di secondo livello specialistico, un servizio di cure primarie competitivo ed efficiente, partendo dalle unità elementari che noi chiamiamo micro-équipe, che possono migliorare anche l’efficienza del SSN nelle aree a maggiore densità di popolazione diventando il mattone costituente di forme più complesse di cure primarie”.

Lo scenario che si stenta a far comprendere è quello di un paese nel quale si registra un rapido e costante invecchiamento della popolazione, con l’esigenza di offrire risposte adeguate sul tema delle cronicità che hanno come fondamentali per l’assistenza di una tale popolazione la prossimità e la domiciliarità.

“Constatiamo con rammarico che le proposte portate avanti dalla nostra Federazione per sviluppare e migliorare l’organizzazione dell’assistenza sul territorio - prosegue Scotti – sono state scarsamente prese in considerazione e riteniamo che in piazza con noi ci affiancassero gli amministratori locali a cui illustrarle insieme ai loro cittadini, in modo da farne quasi una petizione popolare senza colori politici poiché riteniamo la tutela della salute e l’SSN fuori da questa disputa. Ancor più se parliamo di realtà territoriali distanti dalle grandi metropoli, dove spostarsi non è sempre facile e gli ospedali più vicini sono a kilometri e kilometri di distanza”.

Scotti ricorda con disappunto che a tantissimi medici manca il supporto di altre figure professionali che possano cioè aiutarli a gestire tutte quelle funzioni, spesso non mediche, che non gli permettono, se non con grande sacrificio, di prendersi cura dei pazienti e offrire loro un’assistenza migliore.

Il tour #adessoBasta ha preso il via ieri da Biella per poi toccare tutte le principali piazze d’Italia e spera di incontrare una rappresentanza dei 10 milioni di cittadini. Si distribuiranno i volantini con le ragioni di #adessobasta, hashtag che è stato tradotto in tutti i dialetti proprio per ricordare la territorialità e l’appartenenza alle comunità locali dell’offerta della medicina di famiglia, sarà anche una piazza social con dirette facebook e interviste dei presenti cittadini o amministratori locali e si ricaverà un primo docufilm dell’iniziativa che sarà diffuso durante il Congresso Nazionale della FIMMG di ottobre di quest’anno. Uno sforzo importante sia sotto il profilo economico che logistico, al quale i Medici di Famiglia della FIMMG non hanno voluto rinunciare, convinti che valga la pena combattere questa battaglia di civiltà in difesa di quel diritto alla salute che la costituzione italiana sancisce.

di Rossella Gemma

L'Europa "perde terreno nella battaglia per eradicare il morbillo". Dopo diversi anni di "costante progresso" verso l'eliminazione del virus nella regione europea, "il numero di Paesi che ha raggiunto l'eliminazione della malattia è diminuito". Quattro Paesi infatti hanno perso lo Status di 'morbillo-free'. Questa la conclusione della Commissione europea di verifica regionale per l'eliminazione del morbillo e della rosolia (RVC). L'analisi della Commissione è basata sui dati del 2018 relativi a 53 Stati membri della Regione europea. In base ai risultati, i 4 Paesi che hanno perso lo status di measles-free, ovvero 'liberi dal morbillo': Albania, Repubblica Ceca, Grecia e Regno Unito. A certificare la "drastica ripresa" della circolazione sono gli ultimi dati dell'Oms, diffusi due settimane fa: il numero di casi di morbillo in Europa da gennaio a giugno 2019 è stato circa 90.000, il doppio di quello riportato per lo stesso periodo nel 2018, e la metà si è verificata in Ucraina, seguita da Kazakistan e Georgia. Nel 2017 circa 110.000 persone sono morte di morbillo in tutto il mondo, per lo più bambini di età inferiore ai 5 anni. La malattia, tra le più infettive, si diffonde principalmente attraverso tosse e starnuti ma è prevenibile con due dosi di vaccino. "Se un'elevata copertura immunitaria non viene raggiunta e sostenuta, sia i bambini che gli adulti soffriranno inutilmente e alcuni moriranno tragicamente", ha dichiarato Guenter Pfaff, presidente del comitato di esperti dell'Oms sul morbillo in Europa.

di Rossella Gemma

"Nei prossimi 5 anni mancheranno 45 mila medici di base, ma chi va più dal medico di base, senza offesa  per i professionisti qui presenti? Nel mio piccolo paese vanno a farsi fare la ricetta medica, ma chi ha almeno 50 anni va su Internet e cerca lo specialista. Il mondo in cui ci si fidava del medico è finito". Spara a zero sulla categoria, Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, nel suo intervento al Meeting di Rimini per l'incontro 'Intergruppo sussidarietà: le riforme istituzionali', suscitando le reazioni dei  sindacati di categoria, della Federazione degli Ordini dei medici e dagli addetti ai lavori.
 
In un passaggio sulla sanità pubblica, l'esponente della Lega ha risposto a Roberto Speranza, segretario di Articolo Uno, che nel suo intervento aveva sottolineato la necessità di mettere più fondi nella sanità pubblica perché "nei prossimi anni andranno in pensione 45 mila medici di medicina generale. Se non mettiamo soldi nella sanità  pubblica, chi ha i soldi potrà curarsi e chi non ce li ha avrà un sanità sempre decadente".
 
Secca la replica a Giorgetti da parte del ministro della Salute, Giulia Grillo. "Ogni giorno 2 milioni di cittadini si recano nella rete capillare di ambulatori presenti su tutto il territorio nazionale. Dobbiamo essere orgogliosi di avere il diritto e il privilegio di poter liberamente scegliere il medico di famiglia di nostra fiducia senza pagare costose assicurazioni. I medici di medicina generale sono il primo presidio di salute per i cittadini, la base e la garanzia di un sistema sanitario pubblico in grado di assistere tutti in base alle personali necessità".
 
"Per guarire non basta un click - precisa il ministro - Il medico che abbiamo scelto ci conosce, ci segue negli anni, è in grado di aiutarci a fare prevenzione, ascolta i nostri dubbi e ci guida indicando i più corretti percorsi terapeutici. Un professionista spesso parte della famiglia, interprete e garante dei nostri bisogni di salute. Questa relazione umana, fiduciaria, di reciproco rispetto e responsabilità non può essere sostituita dalle informazioni su Internet: la letteratura scientifica ci ha già mostrato cosa accade quando questo rapporto umano viene eroso. Un incremento vertiginoso degli accessi impropri ai pronto soccorso, ricoveri potenzialmente evitabili, incremento dell'ansia e dell'incertezza ed estenuante ricerca di qualcuno di cui potersi fidare".
 
"Se è vero com'è vero - aggiunge Grillo - che abbiamo bisogno di rinnovare la nostra medicina territoriale mettendola nelle condizioni di essere più dinamica ed efficace, magari con team multi-professionali, con l'infermiere di famiglia ma anche con importanti investimenti tecnologici e informativi, non dobbiamo scordarci che qualunque riordino non potrà che orbitare attorno al fulcro della relazione di cura, un valore da rafforzare e potenziare. Nessun sito web può sostituirsi all'opera preziosa di chi dedica ogni giorno la propria vita alla cura degli altri con professionalità,
empatia ed entusiasmo", ammonisce il ministro.
 
"Io - conclude - sarò sempre al fianco dei nostri medici e di tutti i professionisti sanitari che compongono quella che per me è la più grande opera pubblica del nostro paese: il Servizio sanitario nazionale".
 
Altrettanto decisa è la replica della Fimmg. “Nessuno va più dal medico di famiglia? Non so quale realtà parallela descriva il sottosegretario Giancarlo Giorgetti. I numeri dicono che ogni giorno negli studi dei medici di famiglia del nostro Paese passano 2 milioni di italiani". A dirlo è il segretario generale della Federazione nazionale dei medici di medicina generale (Fimmg), Silvestro Scotti, che dall'AdnKonos Salute risponde al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri Giorgetti. "Senza calcolare i contatti telefonici o informatici - aggiunge Scotti - possiamo dire che in un mese il numero dei pazienti che vediamo è pari a quello dell'intera popolazione italiana. E se il sottosegretario conoscesse meglio il Paese reale, saprebbe che ci sono sempre più italiani che faticano a curarsi per problemi economici. Per queste persone anche il ticket è un problema. Noi restiamo l'unico riferimento di assistenza aperta e gratuita. Altro che visita dallo specialista cercato su Internet: con l'aumento del ticket sulla specialistica, sono i nostri studi ad accogliere chi fa fatica a sostenere i costi".
 
Per Scotti "la crisi di governo deve aver mandato in confusione il sottosegretario della Lega che evidentemente non riesce più a leggere in modo chiaro i sondaggi. Altrimenti ci spieghi come mai da un lato si richiama la sovranità popolare e poi, dall'altro, non si considerano i sondaggi che vedono i medici di famiglia a più dell'80% di gradimento da parte degli italiani, primi tra tutte le figure del sistema sanitario nazionale".

di Rossella Gemma

Gli antibiotici regnano sovrani nei piatti degli italiani, alimentando la farmaco-resistenza, tanto che le infezioni ospedaliere nel nostro Paese sono continuamente in crescita. Un fenomeno tristemente in controtendenza con il resto dell'Europa, dove la maggior parte dei paesi registra un calo. Tutta colpa dell'uso sconsiderato di questa classe di farmaci negli allevamenti di polli, tacchini e maiali.
  
Secondo i dati del Piano Nazionale di Contrasto dell'Antimicrobico-Resistenza, presentati in uno studio del Policlinico Gemelli pubblicato sulla rivista Igiene e Sanita' Pubblica, ben il 50% del loro uso globale e' nel settore veterinario. Un dato che secondo Walter Ricciardi, ordinario di Igiene e Medicina preventiva dell'Universita' Cattolica di Roma, ci fa guadagnare una "maglia nerissima" rispetto alla Ue, e che alimenta un'antibiotico-resistenza aggravata anche dalla trasmissione di superbatteri dall'animale all'uomo, tramite contatto diretto o attraverso il consumo di alimenti.
  
Non solo: attraverso pollame, uova e carne di maiale (compreso il prosciutto e tutti gli altri derivati), si ingeriscono, rileva Ricciardi, "frammenti di genoma modificati che entrano nel genoma di chi li mangia". La ricerca, che passa in rassegna i dati fino ad ora pubblicati sul tema, sottolinea come la salmonella mostri gia' la presenza di ceppi resistenti a piu' antibiotici, cosi' come E. coli, presente nelle piu' comuni specie allevate in Italia (tacchini 73,0%, polli 56,0%, suini da ingrasso 37,9%) e nell'uomo (31,8%).
  
Eppure, le leggi che regolamentano con rigidi protocolli e controlli l'uso degli antibiotici negli allevamenti ci sono. "Il problema - afferma Ricciardi - e' che il Piano del Ministero della Salute sull'antibiotico-resistenza varato nel 2017 finora e' rimasto sulla carta". La situazione e' a macchia di leopardo a livello regionale e addirittura delle singole Asl, reali responsabili dei controlli.
Inoltre, denuncia l'esperto, questi farmaci "vengono somministrati anche agli animali sani a scopo preventivo". Di qui l'appello: "Bisogna coinvolgere - dice - i manager delle strutture ospedaliere, i medici, i veterinari e gli allevatori. Se esiste una legge che vieta di prescrivere antibiotici agli animali se non sono malati, e' chiaro che asl e veterinari devono controllare. E' una questione di salute pubblica, il meccanismo deve partire".
  
Un problema che in Europa e' molto sentito, tanto che in Svezia e Olanda, la consapevolezza di allevatori, veterinari e medici ha portano ad una drastica riduzione delle farmaco-resistenze anche negli ospedali. L'obbligo della ricetta elettronica veterinaria per i farmaci per gli animali, scattato in Italia a meta' aprile di quest'anno, conclude Ricciardi "potrebbe essere un valido deterrente per il nostro paese, ma non bisogna scordare che c'e' un fiorente mercato d'importazione parallelo illegale di antibiotici, che viaggia su internet".

 

di Rossella Gemma

Creato un nuovo test basato su un prelievo di sangue, potenzialmente in grado di predire (con una accuratezza del 94%) chi si ammalerà di Alzheimer anni e anni prima dell'esordio dei sintomi della malattia. Reso noto sulla rivista Neurology, il traguardo si deve a un team di scienziati della Washington University School of Medicine a St. Louis. Il test si basa sulla misura della concentrazione nel sangue della proteina beta-amiloide (prima indiziata tra i presunti colpevoli della malattia) attraverso uno strumento che si chiama 'spettrometria di massa'. La beta-amiloide plasmatica è indicativa di quella accumulata nel cervello. A questa informazione si aggiunge l'età della persona e la presenza o meno nel suo Dna del 'gene' 'APOE4', noto per moltiplicare il rischio di Alzheimer fino a 5 volte. Un test in grado di predire il rischio Alzheimer - a costo sostenibile, altamente accurato e specifico e facilmente disponibile sul territorio - è considerato il 'Santo Graal' per gli scienziati che in tutto il mondo sono in lotta contro la malattia: infatti questa esordisce con i primi seri deficit di memoria solo molti anni dopo che i processi neurodegenerativi (innescati da vari meccanismi tra cui la sostanza beta-amiloide che si accumula nel cervello). Questo lungo periodo di ''incubazione'', di fatto, renderebbe tardiva e quindi vanificherebbe l'azione di eventuali terapie che venissero sviluppate contro la demenza.

di Rossella Gemma

Da ottobre via il superticket sulle prestazioni specialistiche ambulatoriali per più di 600mila lombardi. Lo annunciano il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, e l'assessore al Welfare, Giulio Gallera, al termine riunione della  giunta regionale. A essere esentati dal superticket saranno "almeno"  625mila cittadini lombardi in condizioni di potenziale vulnerabilità,  con reddito medio-basso e minori o persone disabili in famiglia.

Fontana spiega che le nuove agevolazioni valgono complessivamente  10,45 milioni di euro e si inseriscono nel programma di governo  regionale, di cui uno degli obiettivi da realizzare durante la  legislatura è la riduzione delle compartecipazioni alle spese  socio-sanitarie.

"La tappa odierna - aggiunge Gallera - scaturisce al termine di una  serie di verifiche di compatibilità legislativa rispetto alle  normative nazionali che stabiliscono vincoli molto rigidi anche in  presenza di adeguate coperture finanziarie. Questa manovra ha ottenuto inoltre piena condivisione da parte delle organizzazioni sindacali e  dimostra l'attenzione di Regione Lombardia nei confronti della persona e in particolare delle situazioni di fragilità".

Verranno esentate dalla quota fissa di cui alla legge  111/2011 per le prestazioni di specialistica ambulatoriale i nuclei  familiari con reddito compreso fra 18 e 30mila euro con presenza di un minore (315mila nuovi esenti), quelli con reddito tra 30 e 70mila euro con almeno due minori presenti nel nucleo stesso (270mila nuovi  esenti) e quelli con reddito pari o inferiore a 90mila euro con un  disabile che abbia diritto ad alcune specifiche esenzioni per  patologia (50mila nuovi esenti).

 Il provvedimento regionale dovrà ora essere sottoposto al vaglio del Comitato paritetico nazionale per la verifica dell'erogazione dei  Livelli essenziali di assistenza e del Tavolo per gli adempimenti previsti dalla conferenza Stato-Regioni. Dopodiché la misura sarà  operativa.

È sempre l'assessore Gallera ad annunciare che la giunta sta predisponendo anche un provvedimento legislativo che preveda nuove forme di esenzione per gli esponenti delle forze dell'ordine sui  ticket per i codici bianchi al pronto soccorso e per le prestazioni  specialistiche che si rendono necessarie a seguito di patologie  derivanti da motivi di servizio.

Negli anni scorsi, Regione Lombardia ha esentato dal pagamento del  superticket i cittadini (e i familiari a carico) con reddito inferiore a 18mila euro. La manovra aveva coinvolto un milione e 150mila lombardi. Nel 2018, il superticket è stato invece dimezzato: la  portata massima di tale compartecipazione è passata da 30 a 15 euro.

Trovata anche nel Lazio l’intesa per eliminare il super ticket per over 60 e categorie svantaggiate. L'assessore alla Sanità e l'Integrazione sociosanitaria della Regione Lazio,  Alessio D'Amato e il vice presidente della Regione Lazio, Daniele  Leodori, hanno firmato l'intesa con i segretari  regionali di Cgil, Cisl e Uil per l'abolizione del super ticket  nazionale, ovvero della quota di 10 euro del ticket delle ricette  sanitarie per la specialistica ambulatoriale, per gli over 60 anni e le categorie svantaggiate. Si tratta di una platea di oltre 400mila soggetti interessati. "Eliminiamo una tassa nazionale iniqua - spiega  l'assessore D'Amato - Un risultato straordinario raggiunto grazie alla collaborazione di tutti e che ci permette di compiere un ulteriore  passo in avanti verso una sanità più giusta ed equa".

 

di Rossella Gemma

Per un sanitario indossare e togliersi camice, mascherina etc fa parte dell'orario di lavoro e come tale va retribuito. Lo dice la sentenza 17635 della Cassazione che fa chiarezza a livello nazionale rispetto ad una serie di sentenze a livello locale. L'ultima di queste nelle Marche: qui, supportati da Cisl-Fp, 300 tra infermieri ed altri sanitari hanno ottenuto dal giudice del lavoro di Macerata una sentenza secondo cui il tempo che impiegano a vestirsi va conteggiato nell'orario di lavoro, 10 minuti in entrata e 10 in uscita per ogni turno svolto. La norma vale per gli infermieri che hanno un tempo di vestizione più lungo e se la ritrovano nel contratto del comparto, ma si pone per tutti i sanitari del comparto in tanto in quanto sono "in divisa". E i medici? Probabilmente non sono esclusi, ma dedurlo non è "spontaneo", perché il tema non è centrale né nel contratto della dirigenza né fin qui lo era nelle sentenze. 

La sentenza di Cassazione - A seguito di un contenzioso tra alcuni infermieri e un'Asl abruzzese, la Corte di Cassazione Sezione Lavoro con la recente sentenza 17635/2019 riconosce che il tempo tuta l'Asl lo deve pagare. Non è una novità: precedenti sentenze (19358/2010, 15492/2009, 15734/2003) dicono che il sanitario non va retribuito solo ove sia lui a decidere come e dove vestirsi, ma se a decidere è il datore di lavoro, il sanitario si presume "eterodiretto" e la sua vestizione rientra nel lavoro effettivo. Ora la Cassazione dice una cosa ulteriore: più gli indumenti sono "specifici" - diversi da quelli utilizzabili secondo un criterio di normalità sociale dell'abbigliamento - meno c'è dubbio che si tratti di tempo-tuta "eterodiretto". Altre sentenze di Cassazione (3901/19, 12935/18, 27799/17) affermano poi che le attività di vestizione e svestizione sono svolte nell'interesse non del datore di lavoro ma dell'igiene pubblica e come tali s'intendono autorizzate dall'Azienda stessa dando diritto alla retribuzione "anche nel silenzio del contratto collettivo integrativo". Una retribuzione che, se non s'intende ricompresa nel contratto di lavoro, va pagata a parte. E -nel caso abruzzese da cui origina la sentenza- visto che l'Asl la considerava a parte come tale sarà retribuita. 

News dalle Marche. «La sentenza 174 del 2 luglio 2019 del Tribunale di Macerata, pur essendo di primo grado, assume una rilevanza notevole nel contesto nazionale perché oltre a riconoscere il diritto dei ricorrenti alla retribuzione del tempo destinato ad indossare e dismettere la divisa aziendale, condanna l'Azienda a retribuire il tempo suddetto con gli arretrati degli ultimi 5 anni», spiega Luca Talevi, segretario generale della Cisl Funzione Pubblica Marche. La Regione dovrà riconoscere un totale di circa 750 mila euro e l'Azienda sanitaria unica ha già messo le mani avanti paventando minori risorse per assunzioni. Riepiloga Talevi: «Il nuovo contratto nazionale del comparto Sanità, del 21 maggio 2018 prevede la possibilità di regolamentare la materia della vestizione, che comprende anche l'importante momento del passaggio di consegne, con accordi regionali. Però la Regione Marche come altre regioni non ha ancora condiviso questi accordi con le organizzazioni sindacali. Ci auguriamo che dopo questa importante sentenza, ed altre in Italia che riconoscono questo importante diritto, la Regione si sieda ad un tavolo per affrontare il tema dato che per la Fp Cisl ricorrere in Tribunale è solo estrema conseguenza della mancata volontà della parte pubblica a confrontarsi costruttivamente. Qualora non si giunga ad un accordo la Fp Cisl Marche chiederà il riconoscimento di quanto dovuto per tutti i circa 8.000 lavoratori (in gran parte infermieri ed operatori socio sanitari) potenzialmente interessati a veder riconosciuto il loro diritto alla vestizione e/o al passaggio di consegne».