Comunicati

News Letter dell'ordine

di Rossella Gemma

Sono in corso valutazioni per "ulteriori misure di prevenzione sui cittadini di ritorno dalle aree a rischio" per il nuovo coronavirus. E' quanto ha stabilito la riunione del tavolo tecnico scientifico che si è riunito ieri mattina dopo l'incontro della task-force coronavirus 2019-nCoV del ministero della Salute alla presenza del ministro, Roberto Speranza.

Intanto dall’Istituto Spallanzani, si apprende che i due pazienti cinesi ricoverati ricevono dal 4 febbraio terapia antivirale sperimentale. Tali farmaci sono indicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come i più promettenti sulla base dei dati disponibili. Il lopinavir/ritonavir è un antivirale comunemente utilizzato per la infezione da HIV che mostra attività antivirale anche sui coronavirus.nIl remdesivir è stato ottenuto grazie alla disponibilità dell’azienda farmaceutica produttrice, attraverso una procedura effettuata tempestivamente grazie all’impegno del Comitato Etico del nostro Istituto, dell’AIFA, delle dogane, e dell’USMAF di Milano Malpensa. Il remdesivir è un antivirale già utilizzato per la Malattia da Virus Ebola, ed è potenzialmente attivo contro l’infezione da nuovo coronavirus.

La Russia, nel frattempo annuncia possibili misure contro il caro prezzi. “Le farmacie che hanno aumentato i prezzi dei farmaci antivirali e delle mascherine usa e getta dovrebbero avere la licenza annullata”. Lo ha dichiarato il presidente russo Vladimir Putin nel corso della riunione governativa sul coronavirus. "Bisogna ritirare le loro licenze, dato che hanno deciso di fare soldi sulla situazione, tutto qui", ha detto Putin. "Tanto di farmacie ce ne sono in abbondanza, se se ne chiudono due o tre non ci saranno conseguenze negative, almeno imparano per la prossima volta", ha aggiunto. Nel corso della riunione è emerso che alcune farmacie hanno alzato i prezzi per le mascherine usa e getta a 70-100 rubli (1-1,50 euro) sebbene prima di capodanno costassero 1-1,5 rubli l'una.

 

di Rossella Gemma

Dopo il rientro dei 56 italiani dalla Cina, ora in isolamento al Celio per 15 giorni, non destano preoccupazione gli ultimi bollettini medici dello Spallanzani dove risultano ricoverati 19 pazienti tutti sotto osservazione. Di questi, 2 sono la coppia di coniugi cinesi positivi al test del nuovo coronavirus. “Le loro condizioni generali di salute sono stazionarie – si legge nel bollettino - entrambi presentano polmonite virale con interessamento alveolo interstiziale bilaterale” sottolinea la nota.

Si sta anche procedendo, intanto, al rafforzamento degli organici del personale medico nei porti e negli aeroporti italiani e sono allo studio misure finalizzate al controllo anche sui voli di transito indiretti dalla Cina. Sono alcune delle azioni, secondo quanto si apprende, sulle quali sta lavorando il ministero della Salute che ieri ha partecipato alla riunione del G7 dei ministri della Salute.

Intanto, dopo l’isolamento del virus da parte delle ricercatrici dello Spallanzani, aziende farmaceutiche e istituti di ricerca pubblici mettono in campo le forze e accelerano i tempi per trovare nuove armi in grado di contrastare il coronavirus 2019-nCoV, diventato in poco tempo emergenza internazionale. E qualora queste dovessero essere individuate, come spiega l'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa), potrebbero beneficiare di percorsi autorizzativi accelerati. L'impegno in questo senso ha visto infatti in prima linea accademici e istituti di salute pubblica. Come l'Università australiana del Queensland, che vi sta lavorando insieme al National Institutes of Health statunitense. In parallelo, in Cina, è stato approvato il progetto per un vaccino RNA che sarà  sviluppato dallo Shanghai East Hospital dell'Università Tongji.

Mentre nel nostro Paese, l'impegno è stato preso da due società di biotecnologia di Roma, Takis ed Evvivax.  Avvantaggiata dall'esperienza fatta per precedenti epidemie, la farmaceutica Janssen, controllata della multinazionale Johnson&Johnson, ha iniziato a sviluppare un vaccino contro il coronavirus di Wuhan. Per realizzarlo sfrutterà le stesse tecnologie usate nello sviluppo e nella produzione di quello contro l'Ebola, già in uso in Congo, e per i candidati vaccini contro Zika, Hiv e virus respiratorio sinciziale (Vrs). Ha inoltre avviato una collaborazione per sottoporre a screening una gamma di terapie antivirali, già autorizzate per altre malattie, che potrebbero rivelarsi efficaci per aiutare i pazienti a sopravvivere all'infezione e a ridurre la gravità nei casi non letali. "Le aziende - spiega il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi -sono pronte a mettere in campo le proprie conoscenze. Vista la situazione di particolare emergenza, ci auguriamo quanta più collaborazione possibile, sia tra ricerca pubblica e ricerca privata, sia tra aziende stesse, in termini di scambio di informazioni". Ma, una volta che le possibili soluzioni verranno individuate, quanto tempo sarà necessario per renderle disponibili alla popolazione? A spiegarlo all'Ansa sono gli esperti dell'Aifa. "Per procedere a una rapida valutazione e immissione in commercio, gli enti regolatori preposti prevedono procedure di autorizzazione accelerate (fast track) da utilizzare in situazioni di emergenza particolari, così come accaduto ad esempio per il virus H1n1. Per ora però nessuna indicazione ci è stata fornita dall'Agenzia Europea dei medicinali (Ema)".

E mentre si rincorrono le notizie più disparate, per fare chiarezza e dare le giuste informazioni ai cittadini, Federfarma ha predisposto basandosi sulle indicazioni elaborate dal Ministero della Salute, una locandina e un leaflet informativo in formato elettronico, che le Associazioni Provinciali, o anche le singole farmacie, possono stampare e distribuire. Per comodità il file in formato PDF, che da oggi sarà anche disponibile sulla sezione di libero accesso del sito internet di Federfarma, può essere stampato in formato A4, sia fronte retro sia su due pagine separate.

 
 

 

 

di Rossella Gemma

Con la notizia del primo contagio a Hong Kong, l'allarme per il misterioso coronavirus partito dal mercato del pesce e degli animali di Wuhan a fine dicembre, si allarga. Ieri si è tenuta una seduta straordinaria dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e anche la task force operativa del ministero della Salute, mentre gli esperti di tutto il mondo si interrogano sul pericolo che il virus possa uscire dalla Cina. Per evitare lo 'sbarco' del nuovo coronavirus cinese in Italia "occorre predisporre sistemi di monitoraggio per i flussi di passeggeri che arrivano dalle aree geografiche potenzialmente a rischio, allertando la rete locale nazionale di centri di diagnosi precoce senza tuttavia generare ansia e preoccupazione presso la popolazione, soprattutto quella più esposta a fenomeni respiratori". E' il monito di Pierangelo Clerici, presidente dell'Associazione microbiologi clinici italiani (Amcli).

 E’ invece, il virologo Roberto Burioni sul suo sito 'Medical Facts', ad avere qualche perplessità sulla corretta gestione dell’epidemia da parte del regime cinese.  "Questa notte c'è stata una conferenza stampa da parte delle autorità cinesi, dove in mezzo a molte affermazioni autocelebrative saltano fuori alcuni numeri: il primo, 400 casi complessivi, lo trovo surreale. Non è un numero a mio giudizio minimamente credibile. Il secondo, nove morti, è invece molto preoccupante. Non sappiamo se i pazienti deceduti stavano già male o se erano persone sane. In ogni caso non è una bella notizia".  "Sarebbe importante capire se quello che stanno facendo le autorità cinesi è adeguato - avverte Burioni - ma dal trascritto della conferenza stampa si legge che in tutta la regione di Wuhan stanno usando - per undici milioni di persone - trentacinque termometri, che non mi pare particolarmente consolante. Spero di avere capito male o che la traduzione sia poco corretta, ma non sono in grado di approfondirlo".

 In merito al nuovo agente patogeno 2019-nCoV, "isolato in tempi rapidissimi grazie all'esperienza maturata durante le epidemie di Sars (sindrome respiratoria acuta grave), influenza aviaria e Mers (sindrome respiratoria mediorientale", si tratta di "un betacoronavirus molto simile a quello della Sars - precisano gli esperti - Per identificarlo sono stati utilizzati metodi vecchi e nuovi, e un team di scienziati cinesi, coadiuvato dall'Oms, ha isolato e coltivato il virus e ha ottenuto e messo a disposizione della comunità scientifica la sequenza dell'intero genoma. Grazie a un lavoro di squadra che ha coinvolto i maggiori esperti mondiali, è stato messo a punto un protocollo diagnostico specifico in real time Rt-Pcr, per il quale è in corso la validazione della metodica presso i laboratori internazionali di riferimento e che ha già permesso di evidenziare casi in anche fuori dal territorio cinese".

 

di Rossella Gemma

L'antibioticoresistenza è oggi più che mai una minaccia concreta, che esige una risposta di contrasto immediata. Il nuovo allerta arriva dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms): il tempo a disposizione per evitare conseguenze catastrofiche in termini di salute pubblica sta per scadere e gli Stati, insieme all'industria farmaceutica, avverte l'Oms, devono investire di più e subito nella ricerca di nuovi antibiotici.

"Mai la minaccia dell'antibioticoresistenza è stata più immediata ed il bisogno di soluzioni più urgente", afferma il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, avvertendo che il "declino degli investimenti privati e la mancanza di innovazione nello sviluppo di nuovi antibiotici sta minando gli sforzi per combattere le infezioni resistenti'. E' necessario - rileva - che i Paesi e l'industria farmaceutica intensifichino gli sforzi e contribuiscano con fondi sostenibili e nuovi farmaci". La gravità della situazione è confermata dai due ultimi rapporti in materia pubblicati appunto dall'Oms: i 60 nuovi prodotti in sviluppo (50 antibiotici e 10 farmaci biologici), si evidenzia nei due studi, "aggiungono un ridotto beneficio rispetto ai farmaci esistenti, e sono pochissimi quelli indirizzati contro i batteri resistenti piu' critici, come i gram-negativi". In particolare, dei 50 antibiotici in sviluppo, 32 sono mirati ai patogeni piu' pericolosi secondo l'Oms ma con benefici limitati rispetto agli antibiotici attuali. Due tra questi, inoltre, sono attivi contro i batteri gram-negativi multiresistenti che "si stanno diffondendo rapidamente e - afferma l'Oms - richiedono soluzioni urgenti".  Ed ancora: i due rapporti evidenziano anche una "preoccupante" riduzione di attivita' nella ricerca contro la proteina multiresistente NDM-1 (New Delhi metallobeta-lactamase 1), con soli tre antibiotici in sviluppo. NDM 1 rende i batteri resistenti a molti antibiotici, inclusi quelli della famiglia dei carbapenemici che oggi rappresentano l'ultima linea nella difesa contro le infezioni da batteri antibiotico-resistenti. 

I reports dell'Oms evidenziano inoltre come la ricerca e lo sviluppo di nuovi antibiotici siano condotti principalmente da aziende medio-piccole, mentre le aziende farmaceutiche piu' grandi continuano ad abbandonare il campo. Sono 12, spiega l'Oms, le classi di batteri (piu' il bacillo della tubercolosi) che rappresentano un rischio crescente per la salute umana, poiche' sono resistenti alla maggioranza dei trattamenti oggi disponibili. Allo studio in fase pre-clinica, poi, ci sono altri 252 agenti, ma gli studi sono in fase iniziale e lo scenario piu' ottimista prevede che al massimo 5 di tali farmaci possano essere resi disponibili in circa 10 anni. L'Oms punta comunque a rendere disponibili per i cittadini 5 nuovi antibiotici entro il 2025. E' "importante focalizzare gli investimenti pubblici e privati sull'antibioticoresistenza perche' stiamo per esaurire le opzioni, ma dobbiamo anche assicurare che, una volta messi a punto - conclude Hanan Balkhy, responsabile Oms per la resistenza antimicrobica - i nuovi trattamenti siano disponibili per tutti coloro che ne hanno bisogno".  

di Rossella Gemma

L'uso di aspirina ad alte dosi per il trattamento dell'emicrania acuta e dell'aspirina a basso dosaggio per la prevenzione di attacchi ricorrenti è supportato dalle prove, secondo una revisione della letteratura pubblicata sull'American Journal of Medicine. «Gli attacchi di emicrania sono tra le patologie più comuni e più potenzialmente disabilitanti che i medici di base si trovano ad affrontare» afferma Bianca Biglione, del Charles E. Schmidt College of Medicine della Florida Atlantic University a Boca Raton, prima autrice dello studio.
«Per il trattamento dell'emicrania acuta e per la prevenzione di attacchi ricorrenti vi sono farmaci di provato beneficio, ma questi possono non essere utilizzabili dai pazienti senza assicurazione sanitaria o che devono integrare i pagamenti in maniera consistente, oppure possono essere scarsamente tollerati o anche controindicati» aggiunge.

I ricercatori hanno esaminato le prove esistenti sull'uso dell'aspirina nel trattamento dell'emicrania acuta e nella prevenzione degli attacchi ricorrenti, giungendo alla conclusione che l'aspirina ad alte dosi (da 900 a 1.300 mg) assunta all'insorgenza dei sintomi è efficace e sicura per gestire l'emicrania acuta. Inoltre, una somministrazione quotidiana di aspirina a basso dosaggio (da 81 a 325 mg) può essere efficace e sicura per prevenire il mal di testa ricorrente.
«Circa un paziente su 10 in ambito di cure primarie presenta mal di testa, e in tre casi su quattro si tratta di emicrania. L'aspirina è un medicinale prontamente disponibile senza prescrizione medica, è economico e, in base alla nostra revisione, ha dimostrato di essere efficace in molti pazienti con emicrania rispetto ad altre terapie alternative costose» concludono gli autori.

In un editoriale di accompagnamento, Joseph Alpert, della University of Arizona a Tucson, suggerisce che i medici tentino sempre questo regime di aspirina ad alta dose come terapia iniziale per il controllo dell'emicrania. Se l'aspirina funziona eliminando o migliorando il mal di testa, dovrebbero iniziare una terapia profilattica con lo stesso farmaco per vedere di riuscire a prevenirlo.
«Questo porterebbe a meno disabilità e perdite di giornate lavorative, problemi comuni negli Stati Uniti e nel resto del mondo» conclude l'editorialista.

di Rossella Gemma

Sì definitivo del Governo al Patto per la Salute, che era stato approvato ieri mattina all'unanimità dalla Conferenza delle Regioni e portato poi nel pomeriggio alla Stato-Regioni convocata dal ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia. Ad annunciarlo, esprimendo la sua "grande soddisfazione", è il ministro della Salute Roberto Speranza, che sottolinea “Il Paese è più unito e vuole investire nuovamente, con tutta l'energia possibile, nel comparto salute. Penso che questa sia la scelta giusta: grande unità e grande coesione tra lo Stato, il Governo e le Regioni. Proviamo ad investire con vigore: lo facciamo con 2 miliardi di euro in più quest'anno è 1,5 miliardi il prossimo".

Ma "abbiamo un obiettivo molto più ambizioso da qui alla fine della legislatura” aggiunge il ministro. “Affrontiamo alcuni nodi fondamentali, a partire da quelli del personale, per provare a dare più forza al nostro servizio sanitario nazionale. Oggi, si è scritta una bella pagina di dialogo tra le istituzioni e di collaborazione istituzionale e il servizio sanitario è più forte".

Poi, una promessa. "Proveremo sempre a migliorare ancora di più il nostro servizio sanitario nazionale, ogni giorno. Dobbiamo investire e mettere ancora più risorse, favorire l'accesso di nuove energie e di capitale umano, dobbiamo investire sulla sanità digitale, sulla ricerca che va valorizzata". Speranza osserva che "quando si parla di salute delle persone, non c'è mai un punto di arrivo ma sempre un nuovo punto di partenza. Questa approvazione del Patto per la Salute è un fatto positivo e rilevante ma è anche esso un punto di partenza per costruire una sanità più in grado di rispondere alle domande dei cittadini".

Una risposta, conclude il ministro, "anche per contrastare l'eccessiva mobilità che costringe spesso i cittadini del Sud a recarsi nelle regioni del Nord. Investiremo il più possibile per rafforzare i presidi sanitari e i nostri ospedali nel Mezzogiorno", assicura Speranza.

E non si è fatto attendere l’apprezzamento per la decisione della Conferenza delle Regioni da parte del segretario generale di Cittadinanzattiva, Antonio Gaudioso dopo l’appello rivolto alle Regioni nei giorni scorsi.

“Esprimiamo soddisfazione perché le Regioni hanno accolto l’appello rivolto dalla nostra organizzazione insieme a decine di realtà del mondo civico sottoscrivendo il Patto per la Salute e evitando così il rischio di vedere sfumare 3,5 miliardi di nuove risorse”. “Sono tre i punti fondamentali contenuti nel testo per garantire l’esigibilità dei diritti di salute dei cittadini e per salvaguardare i principi cardine del Servizio Sanitario Nazionale”.

“Tra gli elementi importanti, la previsione di linee guida per migliorare la comunicazione, la trasparenza e il coinvolgimento dei cittadini in ambito sanitario. È stata infatti da noi più volte avanzata – aggiunge Gaudioso -  la necessità di ridare centralità alla partecipazione dei cittadini, anche attraverso la condivisione di una Matrice specifica per la messa a punto di processi partecipativi di qualità ed efficaci. In secondo luogo, il Patto punta a promuovere una maggiore omogeneità ed accessibilità dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria a livello territoriale. Chiediamo che si avvii subito il lavoro sulla definizione di un modello di riferimento per i servizi territoriali perché è la sfida centrale del SSN su cui si gioca una concreta ed efficace lotta alle disuguaglianze in ambito sanitario. In terzo luogo, un significativo traguardo del nuovo Patto è previsto nel superamento di una logica ottusa e limitante dei tetti di spesa, a cominciare dalle risorse per il personale, per le quali è previsto un incremento della percentuale di spesa dal 5% al 10% nel triennio 2020-2022, con la possibilità di un graduale aumento  sino al 15 per cento”. “Sarà nostro impegno”, ha quindi concluso Gaudioso, “a partire da domani, verificare che il Patto venga poi effettivamente applicato”.

di Rossella Gemma

Sono circa lo 0,3 per cento di tutta la popolazione italiana (corrispondenti a circa 180.000 connazionali) le persone con diabete tipo 1. Tra queste, dal 2016 al 2018 quelle che utilizzano il microinfusore sono passate dal 12,6 al 17 per cento, come certificano i dati degli Annali AMD dell’Associazione medici diabetologi presentati a fine novembre al congresso nazionale di diabetologia di Padova. «Si tratta di un incremento significativo, che avvicina il nostro Paese alla media delle altre nazioni europee, in cui la terapia insulinica sottocutanea in continuo mediante microinfusore, conosciuta anche con la sigla CSII, riguarda una persona con diabete tipo 1 su 5» spiega Emanuele Bosi, Primario diabetologo dell’Ospedale San Raffaele e professore di Medicina Interna all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. «I vantaggi dell’impiego del microinfusore sono molteplici. Favorisce, infatti, un miglior controllo della glicemia, con minori fluttuazioni nei livelli di glucosio nel sangue, la riduzione degli episodi di ipoglicemia e, in ultima analisi, la diminuzione del rischio di sviluppare complicanze della malattia. Più limitato, per un insieme di ragioni cliniche, pratiche e organizzative, il ricorso a questo tipo di trattamento nelle persone con diabete tipo 2.»

Da oggi, per le persone che adottano il microinfusore, ma anche per tutte quelle in terapia multi-iniettiva che potrebbero beneficiarne, ma non hanno trovato negli strumenti tradizionali una risposta alle loro necessità, arriva in Italia un’importante novità: la prima micropump senza catetere di Roche Diabetes Care.

«Di ridotte dimensioni, 6,3 per 3,9 centimetri, la metà di un bancomat, e spesso 1,4 centimetri, la micropump viene applicata direttamente sulla pelle nel punto di infusione prescelto, in genere sul braccio o sull’addome, senza bisogno di alcun catetere che la colleghi all’ago-cannula – racconta Massimo Balestri, Amministratore Delegato Roche Diabetes Care Italy. È ideale per tutte le persone che vogliano gestire con flessibilità il diabete e la terapia insulinica, e non gradiscono che i sistemi interferiscano con il loro stile di vita e il loro essere attivi. In altre parole, è uno strumento che garantisce meno pensieri, per vivere con più libertà e serenità la propria vita.»

La micropump è costituita da tre componenti: il supporto con l’ago cannula che si applica sulla cute, la base del microinfusore e il serbatoio per l’insulina che si innestano a loro volta sul supporto. Le tre componenti possono essere sostituite singolarmente e indipendentemente l’una dall’altra. Questa particolare caratteristica permette, da un lato di evitare sprechi di insulina e di materiale consumabile, rendendo la micropump senza catetere un microinfusore sostenibile, dall’altro di renderlo perfettamente adattabile allo stile di vita della persona che lo indossa grazie alla possibilità di rimuovere la base del microinfusore in ogni momento e per ogni esigenza senza rimuovere l’ago-cannula oppure di sostituire il serbatoio dell’insulina, ma non gli altri elementi.

«Nonostante i vantaggi clinici associati alla CSII rispetto alle terapie multi-iniettive, le persone con diabete e in particolare i più giovani sono spesso riluttanti e scettici a utilizzare i microinfusori - afferma Francesco Costantino, Responsabile del Servizio di Diabetologia Pediatrica e Dirigente I° Livello nel Reparto di Degenza presso il Policlinico Umberto I e docente della Scuola di Specializzazione in Pediatria all’Università La Sapienza di Roma. Tra le principali ragioni addotte: la scomodità di sentire addosso qualcosa di estraneo, la scarsa discrezione data dalla visibilità del microinfusore, o il timore che il catetere si attorcigli e si impigli durante l’utilizzo, con la possibile fuoriuscita della cannula dal sito di infusione. La possibilità di avere un microinfusore di piccole dimensioni, quindi molto meno visibile, senza catetere e rimovibile rappresenta un’alternativa per superare alcuni dei limiti che i ragazzi vedono nella CSII.»

Il sistema associa alla micropump senza catetere un dispositivo per il suo controllo e gestione, una sorta di telecomando, che consente anche la misurazione della glicemia e il calcolo del bolo insulinico, non solo sulla base del valore glicemico misurato, ma anche su valori inseriti manualmente. Questa componente può essere usata anche nel caso di passaggio per brevi periodi alla terapia multi-iniettiva. Al tempo stesso, l’uso della micropump non è strettamente vincolato al dispositivo di controllo grazie alla presenza di pulsanti integrati per il bolo sulla base del microinfusore che garantisce la possibilità di erogare l’insulina nell’eventualità si dimentichi il telecomando, aumentando così la sicurezza del sistema.

«Possiamo dire che il nuovo sistema di microinfusione che presentiamo oggi è doppiamente sostenibile: grazie alla sua flessibilità che lo adatta alle necessità del paziente e alla modularità delle componenti della micropump che permette il pieno utilizzo di tutte le sue parti senza sprechi» conclude Balestri.

di Rossella Gemma

Così come una parola senza la "B" può far perdere il suo significato, anche se i bimbi sono vaccinati contro la meningite può venire a mancare la protezione contro il tipo di meningite più comune nell'infanzia, la B. Dunque, non vaccinare in modo specifico contro la B sarebbe una dimenticanza che potrebbe esporre il piccolo a conseguenze molto gravi.

E' questo il messaggio alla base della campagna MissingB, una iniziativa di comunicazione legata alla lotta alla meningite, sostenuta da Gsk e realizzata con l'autorizzazione del Ministero della Salute. In Tv, nei quotidiani, sul web e sui social, la campagna coinvolge i bambini e spiega loro come sarebbe la loro vita se non ci fosse la lettera B.

Sparirebbero persino i loro nomi, come Sabrina, Isabella e Roberto, i protagonisti della serie, ripresi durante le loro scene felici nelle cose di tutti i giorni. Nello scorso ottobre è stata condotta un'indagine Cawi su un campione di 1007 genitori con figli fino a 15 anni, con diversi livelli di scolarità, rappresentativo della popolazione italiana.

Dallo studio è emerso che 3 mamme e papà su 4 ritengono che la meningite sia un problema grave e che almeno 1 su 2 si dice molto preoccupato del rischio per il proprio figlio. A porre sul tavolo il problema dell'infezione da meningococco B sono soprattutto la tv (78% del totale), seguita dai medici (68%), amici e conoscenti (53%).

Quando però i genitori si muovono per ottenere informazioni specifiche il referente primo è il pediatra, seguito dal medico di medicina generale e dall'informazione online. In una ricerca condotta all'inizio del 2019 su 3.600 genitori di bambini tra i 2 e i 10 mesi in diversi Paesi, Italia compresa è emerso che 1 persona su 2 non conosce lo stato vaccinale del figlio nei confronti del meningococco e che il 60% dei soggetti non è informato sul fatto che esistono differenti sierotipi dei batteri. Due su 3 non sanno che i bambini vaccinati nei confronti di specifici tipi di meningococco potrebbero non risultare protetti dalla meningite.

di Rossella Gemma

Primato italiano per numero di morti legato all'antibiotico-resistenza: dei 33.000 decessi che avvengono nei Paesi Ue ogni anno per infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici, oltre 10.000 si registrano, infatti, nel nostro Paese. E' il quadro aggiornato fornito dall'Istituto superiore di sanità (Iss) in occasione della Settimana mondiale per l'uso consapevole degli antibiotici, dal 18 al 24 novembre. Pur in presenza di un "trend in leggero calo, i valori restano oltre la media europea", avverte l'Iss. Una situazione rispetto alla quale può essere cruciale il ruolo dei farmacisti, come conferma ai microfoni di Federfarma Channel Roberto Tobia, segretario di Federfarma. “La farmacia può sicuramente svolgere un ruolo importante nell’ambito della prevenzione e della comunicazione sull’utilizzo corretto degli antibiotici – ha spiegato Tobia, segretario di Federfarma - che rappresentano una risorsa importante per le cure delle malattie più importanti”.

In Italia, nel 2018 come sottolinea l’Iss, le percentuali di resistenza alle principali classi di antibiotici per gli otto patogeni sotto sorveglianza (Staphylococcus aureus, Streptococcus pneumoniae, Enterococcus faecalis, Enterococcus faecium, Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter species), "si mantengono dunque piu' alte rispetto alla media europea, pur nell'ambito di un trend in calo rispetto agli anni precedenti". Inoltre, gli oltre 2.000 casi diagnosticati nel 2018 - anche questo un dato costante - di infezioni nel sangue causate da batteri produttori di carbapenemasi (CPE), ovvero di enzimi che distruggono i carbapenemi (una classe di antibiotici ad ampio spettro) evidenziano la larga diffusione del fenomeno nel nostro Paese.

L'Italia centrale e' l'area con maggiore incidenza di casi segnalati ed e' l'unica ad aver mostrato un aumento del tasso di incidenza rispetto al 2017: 4,4 casi su 100.000 residenti (nel 2017 erano 3,8 su 100.000), seguita dal Sud e dalle Isole (3,1 su 100.000 residenti) e dal Nord (2,8 su 100.000 residenti). Nel Centro, la Regione con la piu' alta incidenza e' il Lazio (5,9 su 100.000 residenti), nel Sud e Isole la Puglia (6 su 100.000 residenti) e nel Nord l'Emilia-Romagna (5,2 su 100.000 residenti). I soggetti maggiormente coinvolti sono maschi (65,2%), tra 60 e 79 anni (48,5%), ospedalizzati (86,1%) e, tra questi, la maggioranza si trova nei reparti di terapia intensiva (38,3%). Il patogeno piu' diffuso e' Klebsiella pneumoniae (97,7%), ma dalla fine del 2018 si osserva un aumento di altri enzimi, in particolare il batterio New Delhi.

Sempre nel 2018 sono state inviate segnalazioni di antibiotico-resistenza da 19 Regioni, ma non hanno segnalato casi il Molise e la Basilicata che, insieme alla Valle d'Aosta, non avevano segnalato casi neanche nel 2017.

di Rossella Gemma

Dall'asma alla broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), le malattie respiratorie interessano il 10% della popolazione italiana over 35, ovvero oltre 6 milioni di persone, e rappresentano la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e i tumori. A puntare l'attenzione su corretti stili di vita e diagnosi precoce è la campagna itinerante "APPlichiamoci per respirare meglio", l'iniziativa che prevede visite e screening in 28 città italiane. Le malattie che "tolgono il respiro" possono essere prevenute e trattate in maniera efficace, evitando che i sintomi interferiscano con la normale attività quotidiana e riducendo il tasso di mortalità.

Tuttavia, spesso, a causa della sottovalutazione dei sintomi (tosse, catarro, mancanza di fiato), vengono diagnosticate soltanto in fase avanzata, quando la funzione respiratoria è già compromessa. Ridurre il rischio di insorgenza di queste malattie e, laddove presenti, anticiparne la diagnosi, sono gli obiettivi di "APPlichiamoci per respirare meglio": a novembre e dicembre i poliambulatori degli studi di medicina generale in 28 città da Nord a Sud della penisola saranno aperti per giornate di screening e consulti gratuiti. Sarà possibile effettuare la spirometria, un esame rapido e non invasivo che valuta la funzionalità polmonare e consente di identificare facilmente l'ostruzione delle vie aeree. Inoltre, i pazienti potranno imparare a usare la app "Io Respiro", sviluppata per aiutarli a monitorare la salute respiratoria e seguire in maniera regolare la terapia prescritta dal medico.