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News Letter dell'ordine

di Rossella Gemma

"In Italia sono cresciuti in maniera intollerabile gli attacchi al personale sanitario: pronto soccorso, ambulanze, guardie mediche. Si tratta di aggressioni fisiche, ma anche verbali. Per questo abbiamo deciso di creare consapevolezza sul fenomeno e incoraggiare la tutela di questo bene comune". Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa italiana (Cri) e della Federazione internazionale delle societa' di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, spiega cosi' alla 'Dire' il significato della campagna in Italia 'Non sono un bersaglio'.
L'iniziativa e' stata presentata oggi nel corso del convegno 'Non sono un bersaglio: il personale sanitario a rischio. Prospettive nazionali e internazionali'.
L'iniziativa parte da 'Healthcare in Danger', avviata dalla Croce Rossa internazionale nel 2008 e supportata sui social dall'hashtag #notatarget.
In Italia, denuncia la Cri, nel 2018 si sono contati 3mila casi di aggressione a personale medico-sanitario, l'equivalente di dieci episodi al giorno. Un dato grave, ma marginale - spiegano gli esperti - dato che e' l'unico disponibile raccolto tramite i referti ospedalieri, dunque relativi ai casi piu' gravi.
Il timore e' che il fenomeno sia molto piu' ampio: ogni giorno, avverte ancora Cri, si verificano aggressioni "minori" - schiaffi, lanci di oggetti o spintoni - nonche' attacchi verbali, minacce e pressioni psicologiche. Per la prima volta si attiva cosi' un sistema di monitoraggio e mappatura che si avvarra' di un osservatorio di Croce Rossa italiana e della collaborazione di altre realta' sul territorio, come i servizi di ambulanza.
Conoscere i numeri, dicono gli esperti, servira' a stilare un report utile a comprendere le cause di queste violenze - che sono sempre molto variegate - e quindi trovare soluzioni e strategie.
"L'Europa affronta un'epoca di sfide e incertezze, che spesso sfociano in comportamenti che minano i valori del vivere civile" ha detto Beatrice Covassi, rappresentante della Commissione europea in Italia. Il tema per Covassi "e' quanto mai europeo, e noi siamo qui per evidenziare l'importanza di non restare passivi. I valori del soccorso umanitario - ha concluso - non solo sono solo garantiti dal diritto internazionale ma sono alla base del dna europeo".
Secondo Vito Crimi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, intervenuto in videoconferenza, "si tende a credere che il personale sanitario colpito sia quello nei teatri di conflitto. In realta' avviene tutti i giorni nei nostri ospedali: violenze fisiche, ma anche e soprattutto psicologiche.
Pensiamo a pressioni, minacce e ricatti da parte della criminalita' organizzata".
Un tema che sta "particolarmente a cuore" al ministero della Salute, come ha assicurato il ministro Giulia Grillo, che ha ricordato che un disegno di legge per la protezione del personale sanitario e' all'esame della commissione parlamentare competente.
Il convegno di oggi gode dell'alto patronato del presidente della Repubblica ed e' sotto il patrocinio della presidenza del Consiglio dei ministri, del ministero della Salute, del Parlamento europeo, di Spazio Europa e della Commissione Europea.

di Rossella Gemma

Il 7% dei medici italiani crede che i vaccini non siano sicuri. E' quanto documenta il report 'State of vaccine confidence in the Eu 2018' della Direzione generale Salute e sicurezza alimentare della Commissione europea, per il quale sono stati intervistati circa 1.000 medici di medicina generale in 10 Stati membri, più circa 1.000 cittadini per nazione, per un totale di 28.000 persone Il rapporto evidenzia che i gruppi di età sotto i 65 anni intervistati hanno meno fiducia nella sicurezza e nell'importanza sia della vaccinazione contro il morbillo che contro l'influenza stagionale rispetto agli 'over 65 anni'. I risultati del sondaggio suggeriscono che alcuni Stati membri - come Francia, Grecia, Slovenia e anche Italia - sono diventati più fiduciosi nella sicurezza dei vaccini dal 2015; mentre Repubblica Ceca, Finlandia, Polonia e Svezia sono diventate meno fiduciose. Il report segnala però l'importanza dei medici come 'punto d'incontro' tra i sistemi sanitari e i cittadini e se "il 7% dei medici italiani pensa che i vaccini non siano sicuri o non sono aggiornati o sono disinformati, e questo non va bene, ora bisogna lavorare anche su questo", ammonisce su Twitter Walter Ricciardi, presidente eletto della Federazione mondiale delle Società di sanità pubblica (Wfpha). Anche se i medici di medicina generale hanno generalmente livelli più alti di fiducia nei confronti dei vaccini rispetto al pubblico, il sondaggio ha scoperto che il 36% dei medici di famiglia intervistati in Repubblica Ceca e il 25% in Slovacchia non sono d'accordo sul fatto che il vaccino contro il morbillo sia sicuro e il 29% e il 19% (rispettivamente) non credono sia importante eseguirlo. Inoltre, l'indagine segnala che è improbabile che la maggior parte dei medici di famiglia intervistati in questi Paesi raccomandino il vaccino contro l'influenza stagionale alle donne in gravidanza.

di Rossella Gemma

La cronaca di inizio anno continua a registrare casi di meningite. L'ultimo è un ragazzo di 16 anni ricoverato al Policlinico Gemelli, che prima della diagnosi aveva partecipato ad un convegno alla Camera sulla Shoah. Così questa volta la profilassi è scattata non solo a scuola e nella palestra, ma anche fra i parlamentari. Il numero di casi di meningite in Italia comunque "è abbastanza stabile, mentre gennaio è costantemente il mese con più segnalazioni", aveva detto nei giorni scorsi Massimo Galli, presidente Simit, Società italiana malattie infettive e tropicali. Dopo gli ultimi decessi per sepsi meningococcica, Galli aveva ricordato: "Stiamo assistendo, in questi giorni, alla ripetizione di un dramma a copione fisso". "Quello che rattrista è che buona parte dei decessi nei bambini avrebbe potuto essere evitata fossero stati debitamente vaccinati". Per quanto riguarda la malattia invasiva meningococcica, i casi segnalati in Italia nel 2015, 2016 e 2017 sono stati rispettivamente 189, 220 e 200. Nel 2018 sono stati 198, con 18 decessi. Il numero di casi all'anno "è quindi abbastanza stabile, mentre gennaio è costantemente il mese con più segnalazioni", continua l'esperto. Il Piano nazionale vaccinazioni prevede la vaccinazione per il meningococco B, il sierogruppo più frequentemente responsabile di malattie invasive (meningiti e sepsi), a partire dal terzo mese di vita e per il meningococco C dal 13° mese.

Le coperture vaccinali "continuano però a essere insufficienti. Solo il 38,5% dei bambini nati nel 2015 risultava vaccinato per il meningococco B al compimento del 24° mese di vita. Le vaccinazioni antimeningococciche sono state in un primo momento incluse, poi tolte dall'elenco delle vaccinazioni obbligatorie attualmente previste per legge in Italia e mantenute come vaccinazioni raccomandate. Evidentemente - afferma Galli - la raccomandazione non basta". Continuando così, avverte lo specialista, "si continueranno a piangere decessi evitabili e si consentirà a sierogruppi di meningococco a più alta patogenicità di continuare a circolare, specie tra i più giovani". "Le posizioni contrarie alle vaccinazioni, o che mascherano il rifiuto con la legittimazione della cosiddetta hesitancy (esitazione) e della valutazione caso per caso (che maschera la ricerca di pretesti per esenzioni non giustificabili), contribuiscono - dice Galli - a creare confusione e a disorientare genitori che possono incorrere in scelte sbagliate, mancando al dovere di proteggere i loro figli, con conseguenze, come si è potuto vedere, in qualche caso drammatiche".

di Rossella Gemma

In totale, un milione e mezzo di professionisti della sanità che, tramite i loro Ordini professionali, offriranno, tutti insieme, alle istituzioni e alla Politica le loro competenze sulle tematiche che coinvolgono la salute dei cittadini. A 40 anni dalla nascita del Servizio sanitario nazionale l’obiettivo è quello che chi fa la sanità possa essere propositivo per realizzare la massima armonizzazione delle situazioni esistenti, che significa garantire a tutti i cittadini italiani un equo e uniforme accesso alle migliori cure possibili. È quanto è stato deciso ieri a Roma, presso la sede della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, in una riunione congiunta dei presidenti e rappresentanti delle rispettive Federazioni. Due gli obiettivi: aprire una riflessione sui temi caldi della sanità, dalla spesa al regionalismo differenziato e costruire insieme un rapporto continuativo di confronto costruttivo e di proposte condivise. “Quando si parla di salute, noi siamo i professionisti dell’assistenza – è stato detto -. Siamo i portatori di un bagaglio enorme di competenze, che possono essere spese anche sul versante organizzativo e di una rinnovata governance che garantisca la sostenibilità del SSN”. “Oggi tutto avviene senza interpellare chi, ogni giorno, produce la salute e vive la sanità – si è osservato ancora -. Questo non è giusto nei confronti dei professionisti, e lo è ancor meno nei confronti dei cittadini. Ora vogliamo fare rete, per mettere le nostre competenze a disposizione di tutti e per trovare, insieme, soluzioni alle diseguaglianze che affliggono il nostro Servizio Sanitario Nazionale non solo tra una Regione e l’altra ma anche tra aree differenti all’interno delle Regioni stesse”. Uno dei momenti culminanti del percorso avviato oggi sarà il 23 febbraio prossimo a Roma, quando tutte le professioni sanitarie, riunite in un Consiglio nazionale congiunto, produrranno una Mozione a sostegno del Servizio Sanitario Nazionale da consegnare a Governo, Regioni e Parlamento per fare sentire la loro voce nella gestione della Sanità.

di Rossella Gemma

Sì a pene più severe, ma per mettere un argine al dilagare delle aggressioni contro medici e operatori sanitari occorre un piano organico. E' quanto esposto da Fiaso (Federazione di Asl e Ospedali), nel corso dell'audizione in Commissione Sanità al Senato sul ddl n. 867 all'esame di Palazzo Madama. "Piena condivisione" dunque delle disposizioni contenute nel disegno di legge in materia di sicurezza dei professionisti sanitari, che introduce l'aggravante specifica per le aggressioni nei loro confronti. "Ma anche la proposta di ulteriori interventi per la riduzione dei rischi". Fra questi: il ripensamento dei luoghi poco sicuri, anche dal punto di vista sanitario, come gli ambulatori per la continuità assistenziale (ex guardie mediche); l'adeguamento degli organici dove il contingentamento ha esposto maggiormente il personale al rischio di aggressioni; l'uso della telemedicina e dell'assistenza domiciliare per limitare il ricorso improprio ai pronto soccorso e una più capillare videosorveglianza delle sedi più esposte. L'incontro di oggi - si legge in una nota - segue un'intensa attività della Federazione in materia di sicurezza degli operatori sanitari, che attraverso il gruppo di lavoro specifico sul tema ha stimato per il 2017 oltre tremila aggressioni. Un dato "in ulteriore crescita nel 2018, almeno per i casi denunciati, che rappresentano comunque meno della metà di quelli subiti dai professionisti". 

"Il ripetersi di episodi di violenza nei confronti del personale sanitario sembra oramai aver superato il limite del rischio tollerabile, mettendo a repentaglio il diritto costituzionale alla Salute per il clima di tensione e paura che rende difficile garantire agli utenti un servizio adeguato", denuncia il presidente di Fiaso, Francesco Ripa di Meana. Che però aggiunge: "Il solo richiamo alla responsabilità datoriale non contribuisce al mantenimento di una serena dialettica sindacale e incoraggia un approccio burocratico al problema, che richiede invece una visione manageriale, in grado di contribuire al rinnovamento del l'alleanza terapeutica tra professionisti e pazienti". Fiaso propone dunque una strategia più organica di risposta al fenomeno, affiancando all'aggravante del nuovo articolo 61 del codice penale e all'istituzione dell'Osservatorio nazionale della sicurezza, entrambi provvedimenti previsti dal ddl, "iniziative per la riduzione del rischio clinico, l'umanizzazione delle cure, la promozione del benessere organizzativo delle strutture sanitarie", si legge in una nota. Il tutto affiancato da campagne di comunicazione pubblica sul fenomeno delle aggressioni, in grado di coinvolgere e sensibilizzare i cittadini sul valore distintivo del bene Salute e del lavoro dei professionisti sanitari che lo garantiscono.

di Rossella Gemma

Un sonno di cattiva qualità in età anziana potrebbe segnalare il rischio di Alzheimer: infatti gli anziani che hanno fasi di sonno profondo (la parte del sonno in cui vengono consolidati i ricordi e quella più importante per svegliarci riposati al mattino) troppo brevi, sembrano accumulare nel cervello maggiori quantità di proteina tossica "tau".

Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine e condotto presso la Washington University a St. Louis. Elevate concentrazioni di Tau sono un tratto distintivo dell'Alzheimer e sono state associate sia a danno cerebrale sia a deficit cognitivi.

Gli esperti hanno coinvolto 119 individui di 60 anni o più, l'80% dei quali sani dal punto di vista cognitivo, gli altri con qualche minimo deficit. Li hanno sottoposti per sei giorni al monitoraggio del sonno, sia con una macchina portatile per elettroencefalogramma che i partecipanti dovevano indossare ogni notte (e che registra durata e avvicendamento delle diverse fasi del sonno), sia con uno 'smart watch', una specie di orologio da polso che rileva i movimenti, sia con un registro del sonno dove ciascuno doveva annotare informazioni legate al proprio riposo e anche a eventuali pennichelle pomeridiane.

La quantità di proteina tau nel loro cervello è stata esaminata con una PET o anche con prelievo del liquido cerebro-spinale. È emerso che più lunga era la fase di sonno profondo (indipendentemente dalle ore di sonno complessive) più il cervello dei partecipanti era "pulito"; viceversa con fasi di sonno profondo troppo brevi il cervello risultava 'pieno' di proteina Tau.

Anche dormire al pomeriggio è risultato associato ad accumulo di tau. Alla luce di questo studio «misurare come dormono le persone - spiega l'autore del lavoro - potrebbe rappresentare la base di uno screening non invasivo per predire l'Alzheimer prima che comincino a sviluppare problemi di memoria e capacità cognitive». 

di Rossella Gemma

Le malattie cardiovascolari (MCV) rappresentano laprincipale causa di morbilità e mortalità fra i diabetici: in questi pazienti, rispetto alla popolazione sana, il rischio di morte per MCV aumenta di oltre 2 volte, quello di infarto e ictus cresce fino a 4 volte. Le complicanze macrovascolari rappresentano anche la maggior voce di spesa: solo quella ospedaliera e farmacologica, imputabile a tali complicanze, ammonta a 2,6 miliardi di euro all’anno, circa un terzo (29,8%) dei costi diretti della patologia diabetica. I principali Trials Clinici di Outcome Cardiovascolare (CVOTs) sugli inibitori del co-trasportatore di sodio glucosio 2 (SGLT2i) e gli agonisti recettoriali del glucagon-like peptide (GLP-1 RA) documentano, per alcune molecole, una riduzione degli eventi e della mortalità cardiovascolari. La nuova monografia degli Annali AMD “Diabete, obesità e malattia cardiovascolare: lo scenario italiano”, realizzata con il contributo non condizionante di Novo Nordisk, ha quantificato i pazienti italiani che potrebbero essere trattati con SGLT2i e GLP1 RA, le percentuali di quelli già in terapia, e il potenziale impatto derivante dall’utilizzo di questi farmaci in tutti i soggetti eleggibili.

 “La nostra analisi ha evidenziato come, su un totale di 468.940 pazienti registrati nel database degli Annali, 41.715 sono risultati eleggibili allo studio EMPA-REG OUTCOME[1] (quindi all’impiego di empagliflozin) e, di questi, solo 2.161 (5%) erano effettivamente trattati con SGLT2i nell’anno 2016; 139.637 soggetti, invece, sono risultati potenzialmente eleggibili allo studio LEADER[2] (quindi all’utilizzo di liraglutide), ma di questi appena 4.823 (3,5%) risultavano trattati con GLP-1 RA”,illustra Domenico Mannino, Presidente AMD. “Se tutti i pazienti eleggibili per gli studi EMPA-REG OUTCOME e LEADER fossero trattati rispettivamente con SGLT2i e GLP-1 RA, applicando al real-world il tasso di eventi evidenziato nei trial, il beneficio cardiovascolare imputabile ai farmaci in studio si tradurrebbe in un numero consistente di eventi evitati. Nello specifico, con gli SGLT2i verrebberoscongiurate annualmente 363 morti per tutte le cause (di cui 307 per cause cardiovascolari) e 201 ospedalizzazioni per scompenso, con i GLP-1 RA, 539 morti e 404 ospedalizzazioni”.

 Alla luce del pesante impatto delle MCV nel diabete, i risultati dei trial di safety cardiovascolare riguardanti gli SGLT2i e i GLP1 RA suggeriscono un cambio di paradigma, passando dalla riduzione della sola emoglobina glicata (HbA1c) a un focus più ampio sulla riduzione del rischio cardiovascolare. L’analisi condotta dall’Associazione Medici Diabetologi, grazie alla disponibilità del database degli Annali, rappresentativo di ciò che avviene in “real-world” nei centri diabetologici del nostro Paese, ha permesso di quantificare l’impatto nel mondo reale di questi trial e l’applicabilità dei loro risultati a una vasta popolazione in condizioni di normale pratica clinica. Con l’obiettivo di rendere i diabetologi italiani sempre più “abili” nell’impiego appropriato di queste nuove classi di antidiabetici, AMD ha anche avviato il nuovo progetto formativo “Dai CVOT ai PDTA. La traduzione in pratica clinica delle linee guida cardiometaboliche”.

 “Molti soggetti con diabete di tipo 2 – conclude Mannino – potrebbero beneficiare di trattamenti che nei trial clinici hanno documentato effetti positivi sugli eventi cardiovascolari. Oggi solo una minima quota di tali pazienti risulta effettivamente in trattamento, mentre un uso diffuso di queste molecole porterebbe a evitare ogni anno un numero sostanziale di decessi e di ospedalizzazioni per scompenso cardiaco. È auspicabile che nel prossimo futuro l’uso appropriato di SGLT2i e GLP1 RA, in accordo con le più recenti linee guida italiane e internazionali, possa allargarsi a tutti i pazienti potenzialmente eleggibili, contribuendo a ridurre l’impatto clinico, sociale ed economico delle malattie cardiovascolari nelle persone con diabete di tipo 2”.

di Rossella Gemma

Il caso della dottoressa di Crotone brutalmente aggredita a colpi di cacciavite dovrebbe essere un episodio eclatante, e invece è solo l’ennesimo caso di cronaca dell’inarrestabile scia di violenze nei confronti degli operatori sanitari. Sono migliaia ogni anno i medici che vengono insultati e aggrediti dai pazienti o dai loro familiari, ma è difficile quantificare con precisione l’entità del fenomeno: secondo dati FIASO (Federazione di Asl e Ospedali) in 2 casi su 3 non viene presentata alcuna denuncia. Spesso per paura di ritorsioni, ma anche a causa del senso di sfiducia e rassegnazione ormai generalizzato negli operatori sanitari costretti a lavorare praticamente in trincea.

«Gli ospedali italiani sono ormai un vero e proprio Far West, i nostri medici non sono più al sicuro», così Massimo Tortorella, Presidente del Gruppo Consulcesi, network da oltre 20 anni a fianco dei medici, sul suo profilo LinkedIn. «Da mesi – spiega Tortorella – siamo impegnati in numerose campagne di sensibilizzazione e informazione per denunciare la gravità della situazione, attraverso statistiche, corsi di formazione e approfondimenti legali, rivolgendoci anche alle strutture sanitarie affinché si dotino delle adeguate misure per proteggere l’incolumità dei propri dipendenti». «La dottoressa di Crotone, come tanti suoi colleghi, non è stata vittima dell’imprevedibilità di uno scatto d’ira – continua Tortorella – ma di un desolante contesto dove i medici sono lasciati soli e inascoltati. Proprio per questo, abbiamo deciso di lanciare il ‘telefono rosso’, un pronto soccorso telefonico per la violenza in corsia. Chiamando gratuitamente il numero 800620525 attivo tutti i giorni, 24 ore su 24, i camici bianchi che si sentono in pericolo o hanno subìto aggressioni e minacce, anche tramite social network, potranno trovare supporto umano e legale, con la possibilità di rimanere del tutto anonimi. A fianco del Tribunale del Malato, - conclude Massimo Tortorella - è il momento di istituire un vero e proprio Tribunale del Medico perché le vittime delle inefficienze del Sistema Sanitario Nazionale non sono solo i pazienti, ma anche chi è costretto a lavorare in condizioni di disagio, sovraffollamento, mancanza di personale e senza le misure minime necessarie per la sicurezza».

Sul tema è intervenuto anche il Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri, Filippo Anelli: «Chiediamo al Governo un atto concreto: trasmuti il Disegno di Legge sulla violenza contro gli operatori sanitari, attualmente incardinato in Commissione Igiene e Sanità del Senato, in un Decreto Legge, in modo da renderlo immediatamente esecutivo o, in alternativa, inserisca un emendamento sulla materia all’interno della Legge di Bilancio, prevedendo la procedibilità d’ufficio per gli aggressori, che scatterebbe in automatico se i medici fossero sempre considerati pubblici ufficiali».

di Rossella Gemma

Nasce all'ospedale Bambino Gesù di Roma l'Ambulatorio per la prevenzione e la diagnosi precoce delle allergie. E' rivolto ai neonati entro il 28esimo giorno di vita ad alto rischio allergico, vale a dire i bambini con almeno un parente di primo grado (mamma, papà o fratellino) affetti da allergia. La struttura è attiva presso la sede di San Paolo e svolge attività di prevenzione delle varie patologie allergiche (rinite, asma, dermatite atopica, allergia alimentare o ai farmaci) con interventi precoci sulla dieta e sugli stili di vita delle future mamme e dei nuovi nati. In Italia - sottolineano gli esperti - le varie forme di allergia colpiscono circa 25 bambini su 100. Possono comparire a ogni età, anche nel primo anno di vita, e sono influenzate dall'ambiente e dalla predisposizione genetica. Se mamma e papà non sono allergici, il rischio che un figlio sia allergico è del 10-15%. La percentuale sale al 30% se uno dei genitori è allergico; se lo sono entrambi si arriva anche all'80%. "E' scientificamente provato che interventi precoci sulla dieta e sulle abitudini di vita delle future mamme e dei bambini entro le prime 4 settimane dalla nascita riducono il rischio di sviluppare allergie nel corso della crescita", spiega Alessandro Fiocchi, responsabile Allergologia del Bambino Gesù. "Con l'attività di prevenzione del nuovo ambulatorio, stimiamo una diminuzione del 15% delle dermatiti atopiche che rappresentano la prima tappa della marcia allergica dei bambini", precisa lo specialista. Nel corso della visita in ambulatorio, la prima indicazione sarà l'allattamento al seno del neonato. Se il latte materno non è disponibile, verrà valutata la sostituzione con preparati ipoallergenici. L'appuntamento per il nascituro può essere pianificato anche prima del parto. Il colloquio telefonico sarà l'occasione per fornire un servizio di consulenza alle future mamme. Il team di allergologi darà indicazioni di base come lo stop al fumo di sigaretta e alle attività che causano stress, e sul fronte della dieta, oltre al consumo di fibre, frutta e verdura, potrà consigliare l'eventuale introduzione di antiossidanti, prebiotici e probiotici. Questi ultimi sono microrganismi vivi, presenti in molti alimenti comuni come yogurt o latte fermentato - ricorda una nota - che possono apportare benefici alla salute quando somministrati in quantità adeguate. In qualità di immuno-modulatori della risposta allergica, nelle linee guida della World Allergy Organization vengono raccomandati in determinate situazioni come terapia preventiva delle allergie, soprattutto l'eczema.