Comunicati

News Letter dell'ordine

di Rossella Gemma

Sono circa lo 0,3 per cento di tutta la popolazione italiana (corrispondenti a circa 180.000 connazionali) le persone con diabete tipo 1. Tra queste, dal 2016 al 2018 quelle che utilizzano il microinfusore sono passate dal 12,6 al 17 per cento, come certificano i dati degli Annali AMD dell’Associazione medici diabetologi presentati a fine novembre al congresso nazionale di diabetologia di Padova. «Si tratta di un incremento significativo, che avvicina il nostro Paese alla media delle altre nazioni europee, in cui la terapia insulinica sottocutanea in continuo mediante microinfusore, conosciuta anche con la sigla CSII, riguarda una persona con diabete tipo 1 su 5» spiega Emanuele Bosi, Primario diabetologo dell’Ospedale San Raffaele e professore di Medicina Interna all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. «I vantaggi dell’impiego del microinfusore sono molteplici. Favorisce, infatti, un miglior controllo della glicemia, con minori fluttuazioni nei livelli di glucosio nel sangue, la riduzione degli episodi di ipoglicemia e, in ultima analisi, la diminuzione del rischio di sviluppare complicanze della malattia. Più limitato, per un insieme di ragioni cliniche, pratiche e organizzative, il ricorso a questo tipo di trattamento nelle persone con diabete tipo 2.»

Da oggi, per le persone che adottano il microinfusore, ma anche per tutte quelle in terapia multi-iniettiva che potrebbero beneficiarne, ma non hanno trovato negli strumenti tradizionali una risposta alle loro necessità, arriva in Italia un’importante novità: la prima micropump senza catetere di Roche Diabetes Care.

«Di ridotte dimensioni, 6,3 per 3,9 centimetri, la metà di un bancomat, e spesso 1,4 centimetri, la micropump viene applicata direttamente sulla pelle nel punto di infusione prescelto, in genere sul braccio o sull’addome, senza bisogno di alcun catetere che la colleghi all’ago-cannula – racconta Massimo Balestri, Amministratore Delegato Roche Diabetes Care Italy. È ideale per tutte le persone che vogliano gestire con flessibilità il diabete e la terapia insulinica, e non gradiscono che i sistemi interferiscano con il loro stile di vita e il loro essere attivi. In altre parole, è uno strumento che garantisce meno pensieri, per vivere con più libertà e serenità la propria vita.»

La micropump è costituita da tre componenti: il supporto con l’ago cannula che si applica sulla cute, la base del microinfusore e il serbatoio per l’insulina che si innestano a loro volta sul supporto. Le tre componenti possono essere sostituite singolarmente e indipendentemente l’una dall’altra. Questa particolare caratteristica permette, da un lato di evitare sprechi di insulina e di materiale consumabile, rendendo la micropump senza catetere un microinfusore sostenibile, dall’altro di renderlo perfettamente adattabile allo stile di vita della persona che lo indossa grazie alla possibilità di rimuovere la base del microinfusore in ogni momento e per ogni esigenza senza rimuovere l’ago-cannula oppure di sostituire il serbatoio dell’insulina, ma non gli altri elementi.

«Nonostante i vantaggi clinici associati alla CSII rispetto alle terapie multi-iniettive, le persone con diabete e in particolare i più giovani sono spesso riluttanti e scettici a utilizzare i microinfusori - afferma Francesco Costantino, Responsabile del Servizio di Diabetologia Pediatrica e Dirigente I° Livello nel Reparto di Degenza presso il Policlinico Umberto I e docente della Scuola di Specializzazione in Pediatria all’Università La Sapienza di Roma. Tra le principali ragioni addotte: la scomodità di sentire addosso qualcosa di estraneo, la scarsa discrezione data dalla visibilità del microinfusore, o il timore che il catetere si attorcigli e si impigli durante l’utilizzo, con la possibile fuoriuscita della cannula dal sito di infusione. La possibilità di avere un microinfusore di piccole dimensioni, quindi molto meno visibile, senza catetere e rimovibile rappresenta un’alternativa per superare alcuni dei limiti che i ragazzi vedono nella CSII.»

Il sistema associa alla micropump senza catetere un dispositivo per il suo controllo e gestione, una sorta di telecomando, che consente anche la misurazione della glicemia e il calcolo del bolo insulinico, non solo sulla base del valore glicemico misurato, ma anche su valori inseriti manualmente. Questa componente può essere usata anche nel caso di passaggio per brevi periodi alla terapia multi-iniettiva. Al tempo stesso, l’uso della micropump non è strettamente vincolato al dispositivo di controllo grazie alla presenza di pulsanti integrati per il bolo sulla base del microinfusore che garantisce la possibilità di erogare l’insulina nell’eventualità si dimentichi il telecomando, aumentando così la sicurezza del sistema.

«Possiamo dire che il nuovo sistema di microinfusione che presentiamo oggi è doppiamente sostenibile: grazie alla sua flessibilità che lo adatta alle necessità del paziente e alla modularità delle componenti della micropump che permette il pieno utilizzo di tutte le sue parti senza sprechi» conclude Balestri.

di Rossella Gemma

Così come una parola senza la "B" può far perdere il suo significato, anche se i bimbi sono vaccinati contro la meningite può venire a mancare la protezione contro il tipo di meningite più comune nell'infanzia, la B. Dunque, non vaccinare in modo specifico contro la B sarebbe una dimenticanza che potrebbe esporre il piccolo a conseguenze molto gravi.

E' questo il messaggio alla base della campagna MissingB, una iniziativa di comunicazione legata alla lotta alla meningite, sostenuta da Gsk e realizzata con l'autorizzazione del Ministero della Salute. In Tv, nei quotidiani, sul web e sui social, la campagna coinvolge i bambini e spiega loro come sarebbe la loro vita se non ci fosse la lettera B.

Sparirebbero persino i loro nomi, come Sabrina, Isabella e Roberto, i protagonisti della serie, ripresi durante le loro scene felici nelle cose di tutti i giorni. Nello scorso ottobre è stata condotta un'indagine Cawi su un campione di 1007 genitori con figli fino a 15 anni, con diversi livelli di scolarità, rappresentativo della popolazione italiana.

Dallo studio è emerso che 3 mamme e papà su 4 ritengono che la meningite sia un problema grave e che almeno 1 su 2 si dice molto preoccupato del rischio per il proprio figlio. A porre sul tavolo il problema dell'infezione da meningococco B sono soprattutto la tv (78% del totale), seguita dai medici (68%), amici e conoscenti (53%).

Quando però i genitori si muovono per ottenere informazioni specifiche il referente primo è il pediatra, seguito dal medico di medicina generale e dall'informazione online. In una ricerca condotta all'inizio del 2019 su 3.600 genitori di bambini tra i 2 e i 10 mesi in diversi Paesi, Italia compresa è emerso che 1 persona su 2 non conosce lo stato vaccinale del figlio nei confronti del meningococco e che il 60% dei soggetti non è informato sul fatto che esistono differenti sierotipi dei batteri. Due su 3 non sanno che i bambini vaccinati nei confronti di specifici tipi di meningococco potrebbero non risultare protetti dalla meningite.

di Rossella Gemma

Primato italiano per numero di morti legato all'antibiotico-resistenza: dei 33.000 decessi che avvengono nei Paesi Ue ogni anno per infezioni causate da batteri resistenti agli antibiotici, oltre 10.000 si registrano, infatti, nel nostro Paese. E' il quadro aggiornato fornito dall'Istituto superiore di sanità (Iss) in occasione della Settimana mondiale per l'uso consapevole degli antibiotici, dal 18 al 24 novembre. Pur in presenza di un "trend in leggero calo, i valori restano oltre la media europea", avverte l'Iss. Una situazione rispetto alla quale può essere cruciale il ruolo dei farmacisti, come conferma ai microfoni di Federfarma Channel Roberto Tobia, segretario di Federfarma. “La farmacia può sicuramente svolgere un ruolo importante nell’ambito della prevenzione e della comunicazione sull’utilizzo corretto degli antibiotici – ha spiegato Tobia, segretario di Federfarma - che rappresentano una risorsa importante per le cure delle malattie più importanti”.

In Italia, nel 2018 come sottolinea l’Iss, le percentuali di resistenza alle principali classi di antibiotici per gli otto patogeni sotto sorveglianza (Staphylococcus aureus, Streptococcus pneumoniae, Enterococcus faecalis, Enterococcus faecium, Escherichia coli, Klebsiella pneumoniae, Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter species), "si mantengono dunque piu' alte rispetto alla media europea, pur nell'ambito di un trend in calo rispetto agli anni precedenti". Inoltre, gli oltre 2.000 casi diagnosticati nel 2018 - anche questo un dato costante - di infezioni nel sangue causate da batteri produttori di carbapenemasi (CPE), ovvero di enzimi che distruggono i carbapenemi (una classe di antibiotici ad ampio spettro) evidenziano la larga diffusione del fenomeno nel nostro Paese.

L'Italia centrale e' l'area con maggiore incidenza di casi segnalati ed e' l'unica ad aver mostrato un aumento del tasso di incidenza rispetto al 2017: 4,4 casi su 100.000 residenti (nel 2017 erano 3,8 su 100.000), seguita dal Sud e dalle Isole (3,1 su 100.000 residenti) e dal Nord (2,8 su 100.000 residenti). Nel Centro, la Regione con la piu' alta incidenza e' il Lazio (5,9 su 100.000 residenti), nel Sud e Isole la Puglia (6 su 100.000 residenti) e nel Nord l'Emilia-Romagna (5,2 su 100.000 residenti). I soggetti maggiormente coinvolti sono maschi (65,2%), tra 60 e 79 anni (48,5%), ospedalizzati (86,1%) e, tra questi, la maggioranza si trova nei reparti di terapia intensiva (38,3%). Il patogeno piu' diffuso e' Klebsiella pneumoniae (97,7%), ma dalla fine del 2018 si osserva un aumento di altri enzimi, in particolare il batterio New Delhi.

Sempre nel 2018 sono state inviate segnalazioni di antibiotico-resistenza da 19 Regioni, ma non hanno segnalato casi il Molise e la Basilicata che, insieme alla Valle d'Aosta, non avevano segnalato casi neanche nel 2017.

di Rossella Gemma

Dall'asma alla broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), le malattie respiratorie interessano il 10% della popolazione italiana over 35, ovvero oltre 6 milioni di persone, e rappresentano la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e i tumori. A puntare l'attenzione su corretti stili di vita e diagnosi precoce è la campagna itinerante "APPlichiamoci per respirare meglio", l'iniziativa che prevede visite e screening in 28 città italiane. Le malattie che "tolgono il respiro" possono essere prevenute e trattate in maniera efficace, evitando che i sintomi interferiscano con la normale attività quotidiana e riducendo il tasso di mortalità.

Tuttavia, spesso, a causa della sottovalutazione dei sintomi (tosse, catarro, mancanza di fiato), vengono diagnosticate soltanto in fase avanzata, quando la funzione respiratoria è già compromessa. Ridurre il rischio di insorgenza di queste malattie e, laddove presenti, anticiparne la diagnosi, sono gli obiettivi di "APPlichiamoci per respirare meglio": a novembre e dicembre i poliambulatori degli studi di medicina generale in 28 città da Nord a Sud della penisola saranno aperti per giornate di screening e consulti gratuiti. Sarà possibile effettuare la spirometria, un esame rapido e non invasivo che valuta la funzionalità polmonare e consente di identificare facilmente l'ostruzione delle vie aeree. Inoltre, i pazienti potranno imparare a usare la app "Io Respiro", sviluppata per aiutarli a monitorare la salute respiratoria e seguire in maniera regolare la terapia prescritta dal medico.

In allegato la locandina della gara a scopo benefico, che vsi terrà nei giorni 14 e 15 Dicembre, presso il poligono di tiro "Accademia Legio Silent di Ferentino".

Gli introiti saranno devoluti al reparto di pediatria dell'Ospedale Civile Fabrizio Spaziani di Frosinone.

Allegati:
Scarica questo file (locandina 1(1).pdf)locandina 1(1).pdf[locandina evento benefico]150 kB

di Rossella Gemma

Rafforzamento della rete reumatologica regionale e adozione di percorsi diagnostico-terapeutici adeguati, maggiore collaborazione, oltre che con la medicina del territorio, tra reumatologo, chirurgo e fisiatra: questi sono alcuni degli spunti emersi dal congresso “La mano reumatoide. Ruolo attuale della Chirurgia”, svoltosi nel weekend a Roma, con il patrocinio di Società Italiana di Chirurgia della Mano, Associazione Laziale Ortopedici e Traumatologi Ospedalieri (Aloto), Federazione delle Associazioni Dirigenti Ospedalieri Internisti (FADOI Lazio). Il tema centrale, discusso nell’incontro di Roma da internisti, reumatologi, chirurghi ortopedici, fisiatri, medici di famiglia e rappresentanti delle associazioni pazienti, è stato quello dell’importanza della collaborazione e della condivisione tra tutte le figure cliniche coinvolte nell’inquadramento di una malattia e nell’assistenza a una persona con la malattia, che necessita chiaramente di un approccio multidisciplinare, ma soprattutto di un percorso chiaro di cura.

Il polso e la mano sono i distretti più colpiti e spesso i primi ad essere interessati nell’artrite reumatoide. «È premessa condivisa da tutti che, per raggiungere il migliore risultato del trattamento sia fondamentale la collaborazione tra reumatologo, chirurgo della mano, fisiatra e medico di medicina generale. Tuttavia, ancora oggi spesso tra noi c’è scarsa comunicazione» ha detto Michele Rampoldi, direttore UOC Chirurgia ricostruttiva della mano della ASL Roma 2, ideatore e promotore del congresso. «Questo può portare il chirurgo ad operare quando non deve o il reumatologo a non inviare il paziente al chirurgo quando questo può migliorare la sua qualità di vita e risolvere una disabilità» ha proseguito.
«Grazie alle nuove terapie farmacologiche i pazienti affetti da questa malattia, oltre 400.000 in Italia, hanno significativamente migliorato la loro qualità di vita, limitato la disabilità e ridotto il ricorso a trattamenti chirurgici. Ma certamente la chirurgia ha ancora un ruolo significativo nella cura di questa condizione» ha aggiunto David Terracina, direttore UOC Medicina Ospedale S. Eugenio-CTO della ASL Roma 2, co-presidente del congresso.

Le malattie reumatologiche rappresentano in Italia la prima causa di invalidità temporanea e la seconda di invalidità permanente. Un trend in continua crescita che va di pari passo con quello dei costi per assistenza e pensioni di invalidità. Secondo i dati della Società italiana di reumatologia (Sir), già oggi il 27% delle pensioni di invalidità è attribuibile a queste patologie. «Risultano spesso ancora sottostimate e diagnosticate in ritardo» ha chiarito Maddalena Pelagalli, Vicepresidente dell’Associazione persone con malattie reumatiche e rare (Apmarr). Eppure, costano al Paese 4 miliardi di euro l’anno per l’assistenza socio-sanitaria, sempre secondo la Sir. Inoltre, «circa il 50% dei pazienti con malattie reumatiche muscolo-scheletriche croniche manifesta disabilità e otto persone su dieci sono costrette a convivere col dolore cronico, il che si traduce in oltre 22 milioni di giornate di lavoro perse ogni anno che corrispondono a un calo di produttività quantificabile in 2 miliardi e 800 milioni di euro. Tutto ciò senza considerare il drammatico impatto sulla qualità della vita» ha affermato Pelagalli.

«La diagnosi precoce e la tempestività del trattamento sono riconosciuti come l’unico strumento per affrontare la progressione di queste malattie, contrastando disabilità e costi crescenti. Per queste ragioni, insieme ai colleghi specialisti, ai rappresentanti delle associazioni di persone con malattie reumatiche e ai tecnici della Regione, abbiamo lavorato lo scorso anno alla stesura di un percorso diagnostico, terapeutico e assistenziale (Pdta) per le malattie reumatiche infiammatorie e autoimmuni nel Lazio» è intervenuta Marina Moscatelli, medico di famiglia. «Lo scopo era quello di equiparare la nostra regione ad altre più virtuose come l’Emilia-Romagna, il Piemonte, la Lombardia, il Veneto o la Toscana che già hanno deciso di affrontare tali malattie in forma più organizzata e strutturata, ma purtroppo questo lavoro si è bloccato, è stata data precedenza ad altre malattie come il diabete o quelle cardiovascolari, che certamente contano numeri di malati più elevati. Tuttavia, questo modo di ragionare si scontra con un dato di fatto: le malattie reumatiche colpiscono persone più giovani, spesso in piena età lavorativa, quindi a conti fatti tra costi diretti e indiretti il loro peso economico è molto più elevato» ha detto ancora.

È giunta l’ora – è stata la conclusione concorde degli esperti – di cambiare registro. Non dobbiamo più ragionare solo in termini di costi della salute, ma di investimenti per la salute. Perché è dimostrato non solo che prevenire è meglio che curare, ma anche che curare subito e con la massima appropriatezza costa meno che doversi poi prendere cura delle disabilità. E ciò vale non soltanto per la mano reumatoide.

 

di Rossella Gemma

Prende il via nel Lazio da domani, 15 ottobre, e fino al 31 dicembre, la campagna di vaccinazione antinfluenzale con le prime 350 mila dosi di vaccino a disposizione gratuitamente presso il proprio medico di famiglia, i pediatri e i servizi vaccinali delle Asl.

“Voglio rivolgere un appello per la vaccinazione – spiega l’Assessore alla Sanità e l’Integrazione Sociosanitaria della Regione Lazio, Alessio D’Amato – L’influenza non va sottovalutata e ogni anno mette rischio lo stato di salute dei cittadini soprattutto per gli anziani e le persone più deboli. Per le complicanze influenzali l’anno passato abbiamo avuto 88 casi gravi e 15 decessi. L’obiettivo della campagna antinfluenzale per quest’anno è quello di superare la media nazionale. Si tratta di un obiettivo molto importante che abbiamo condiviso con i medici di medicina generale mediante l’introduzione, per la prima volta di un sistema incentivante legato al raggiungimento dell’obiettivo prefissato”.

Da quest’anno inoltre, grazie alla collaborazione dei medici di medicina generale, tutti coloro che non hanno effettuato la scelta del medico potranno vaccinarsi nei 34 ambulatori di cure primarie presenti sul territorio regionale ed aperti nei weekend e festivi. Tutte le info sono disponibili sul sito Salutelazio.it e scaricando la app 'Salute Lazio'. 

Inoltre sempre con i medici di medicina generale è stato avviato un piano straordinario per la vaccinazione a domicilio per i malati cronici non deambulanti.

Il vaccino antinfluenzale è completamente gratuito per gli over 65 anni, per i soggetti a rischio di ogni età con patologie croniche, donne in gravidanza, per il personale sanitario e di pubblica sicurezza e, novità di quest’anno, anche per i donatori di sangue.

“Voglio rivolgere un ringraziamento per il loro impegno e un invito a vaccinarsi al personale medico e i professionisti sanitari. Vaccinarsi – conclude l’Assessore D’Amato - evita inoltre accessi al pronto soccorso non necessari e l’utilizzo inappropriato degli antibiotici per combattere la sindrome influenzale”.

di Rossella Gemma

In Italia si stimano circa 10.000 casi di decessi all’anno per infezioni resistenti ai comuni antibiotici, pari al doppio delle morti legate agli incidenti stradali. Per far fronte a questo scenario preoccupante, nel 2017 il Ministero della Salute ha pubblicato il Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza (PNCAR) 2017-2020, fissando il percorso che le istituzioni nazionali, regionali e locali, devono compiere per un miglior controllo delle infezioni.

Esiste, però, una notevole variabilità tra Regioni nelle modalità di attuazione dei programmi di sorveglianza e controllo di questo fenomeno. Vista l’emergenza e con l’obiettivo di fare il punto su ciò che è stato fatto e ciò che c’è ancora da fare a livello regionale, creando una rete di comunicazione sulle infezioni correlate all’assistenza, nasce ICARETE. Progetto, che si compone di 12 incontri regionali, realizzato con il contributo non condizionante di MENARINI, che vede confrontarsi le istituzioni e i massimi esperti del settore. Il Progetto arriva in Lombardia una delle Regioni più virtuose nel sistema di controllo delle infezioni. La corretta aderenza alle norme igieniche preventive stabilite dall’Organizzazione Mondiali della Salute, un più appropriato utilizzo degli antibiotici sia ad uso veterinario che umano, sono alcune delle raccomandazioni che emergono dal confronto fra esperti. In aggiunta, nel breve termine, le istituzioni stanno cercando di agevolare le attività di ricerca di nuovi antibiotici, creando anche partnership pubblico/privato. Molto potrebbe essere fatto con le nuove terapie antibiotiche, rendendole disponibili ai pazienti sia a livello Nazionale che regionale-locale, secondo le indicazioni appropriate.

“L'antibiotico resistenza, come più volte ribadito, è un'emergenza globale e pertanto si devono prevedere interventi coordinati tra tutti coloro che partecipano in maniera diretta od indiretta a questo fenomeno”, ha spiegato Pierangelo Clerici, Direttore Dipartimento Medicina di Laboratorio e Biotecnologie Diagnostiche A.S.S.T. Ovest Milanese e Presidente Federazione Italiana Società di Medicina di Laboratorio (FISMeLab). “Sicuramente l'approccio One Health, che prevede come cardine l'utilizzo consapevole degli antibiotici sia a livello veterinario che umano, rappresenta la strategia vincente come evidenziato anche nel Piano Nazionale di Contrasto all'Antibiotico Resistenza (PNCAR) e dove ruolo determinate viene svolto dai microbiologi con il costante monitoraggio dei microrganismi isolati da pazienti e la determinazione delle resistenze agli antibiotici. Perciò, ruolo fondamentale ha lo sviluppo di nuove molecole di antibiotici che però non devono essere considerate come armi totipotenti ma il cui utilizzo deve essere mirato dopo un'attenta valutazione clinica e microbiologica”. Conclude Clerici. “Purtroppo, i numeri sono ancora preoccupanti. In una stima dell’Healthcare - Associated Infections Prevalence Study Group [Euro Surveill. 2018;23(46)] riferita agli anni 2016 e 2017, basata su 310.755 pazienti ricoverati in 1.209 ospedali in 28 Paesi europei e su 117.138 residenti in 2.221 Residenze Sanitarie per Anziani (RSA) di 23 paesi, le infezioni acquisite in ospedale avrebbero riguardato il 6,5% dei ricoverati in ospedale e il 3,9% dei residenti in RSA, per un numero stimato di infezioni giornaliere pari a 98.166 nei primi e a 129.940 nei secondi e un totale di quasi nove milioni di infezioni ospedaliere all’anno.

I casi con infezioni da microrganismi resistenti sarebbero stati il 31,6% negli ospedali e nel 28,0% nelle RSA. E qui si apre l’altro dolente capitolo. Le stime sul 2015 pubblicate sulla prestigiosa rivista scientifica Lancet riferite a infectious diseases dall’European Antimicrobial Resistance Surveillance Network (EARS-Net) nello scorso anno portano a una stima di oltre 670.000 infezioni da batteri antibiotico-resistenti nell’area europea, oltre il 63% delle quali contratte in ospedale, con un totale stimato di oltre 33.000 decessi. Maggiormente colpiti i bambini sotto l’anno di vita e gli ultrasessantacinquenni, con un significativo incremento dal 2007 in poi. Purtroppo, la situazione peggiore in assoluto è stata osservata in Italia, con oltre 200.000 casi e quasi 11.000 decessi stimati. Si collocano in questo scenario i 102 casi, segnalati tra il novembre 2018 e il 22 settembre 2019, di infezioni causate da enterobatteri produttori della metallo-beta- lattamasi New Delhi, che conferisce resistenza ai carbapenemi – una classe di antibiotici di fondamentale importanza nel trattamento di infezioni gravi. Un’accelerazione della diffusione di questo tipo di resistenza batterica ha già provocato, secondo i dati dell’Agenzia Regionale di Sanità Toscana, almeno 38 decessi. Come invertire la tendenza? Applicando con convinzione il Piano Nazionale contro l’antibiotico resistenze, con uno sforzo comune in tutte le Regioni.

"A partire da un atto molto semplice, il rigoroso rispetto delle regole sul lavaggio delle mani da parte degli operatori sanitari, su cui per ora non occupiamo certamente i primi posti in Europa”, ha detto Massimo Galli, Direttore Struttura Complessa Malattie infettive AO Sacco, Milano e Presidente Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT) “Da quando il problema dei super batteri resistenti alle terapie disponibili è emerso nella sua estrema gravità, la ricerca farmaceutica ha ripreso vigore e progressivamente sta mettendo a disposizione nuovi e più efficaci antibiotici: è auspicabile che si apra un dialogo fra aziende produttrici ed agenzie regolatorie nazionali e regionali per stabilire nuovi percorsi dedicati che consentano un accesso facilitato e rapido di questi nuovi fondamentali strumenti per la cura dei nostri pazienti, in linea con le azioni intraprese dalla Food and Drug Administration”, ha spiegato Claudio Zanon, Direttore Scientifico MOTORE SANITA’.

di Rossella Gemma

E' italiano il primo test al mondo per la diagnosi del Papillomavirus umano (Hpv) disponibile in farmacia, che le donne possono eseguire a casa per individuare e tipizzare l'agente infettivo potenzialmente responsabile del cancro al collo dell'utero. L'hanno messo a punto Bruna Marini e Rudy Ippodrino, che dal 2009 al 2015 hanno frequentato il Corso di perfezionamento in biologia molecolare della Scuola Normale di Pisa, fondando poi nell'Area Science Park di Trieste la startup Ulisse BioMed. Il test si chiama 'Ladymed', è stato sviluppato presso la startup e validato clinicamente da istituti quali il Centro di riferimento oncologico di Aviano, l'azienda sanitaria universitaria integrata di Trieste e il Policlinico universitario Campus Biomedico di Roma.

"Grazie a un prelievo non invasivo, che la donna può effettuare direttamente a casa - spiegano dalla Scuola Normale - è possibile rilevare il virus anche senza ulteriori procedure mediche, con un considerevole abbattimento dei costi e dei tempi della diagnostica". I due ex allievi confermano che "il nostro test è non invasivo e sensibile", ed è "il primo al mondo presente direttamente in farmacia per il rilevamento del Papilloma. Rispetto ai test molecolari utilizzati negli screening nazionali, Ladymed è anche in grado di genotipizzare il virus, ovvero fornire indicazioni precise sul ceppo presente nell'infezione".

L'esame, aggiungono i due 'Archimede' italiani, "si inserisce nel panorama dei test 'consumer genetics', che hanno già ampiamente dimostrato di riscontrare un enorme interesse da parte dei consumatori. Basti citare il successo di test basati sull'autoprelievo come '23 and me' e 'My heritage'".
 

di Rossella Gemma

Trenta giorni di tour che toccheranno 15 città, per un totale di 1800 chilometri percorsi. Sono i  numeri del giro organizzato dai Medici di medicina generale, che toccheranno tutte le piazze d’Italia, per ascoltare i bisogni dei loro assistiti al grido di un hashtag molto chiaro: #adessoBasta. “Se la politica è l’arte del compromesso - dice il segretario generale FIMMG Silvestro Scotti - la medicina, anche e soprattutto quella di famiglia, è l’arte di ascoltare. Per questo, stavolta abbiamo deciso di farci ascoltare, e per farlo di dare vita a ad un vero e proprio tour nelle piazze d’Italia soprattutto dei piccoli paesi, pronti a cercare un ulteriore confronto con i cittadini ed essere sempre più un punto di riferimento di un servizio sanitario di prossimità ad accesso diretto e gratuito. Ricordiamo a tutti che in Italia ci sono 5.498 comuni sotto i 5.000 abitanti, che rappresentano il 69,47% del numero totale dei comuni italiani, dove vivono circa 10 milioni di cittadini ai quali va offerto, considerando una maggiore distanza da un'offerta di secondo livello specialistico, un servizio di cure primarie competitivo ed efficiente, partendo dalle unità elementari che noi chiamiamo micro-équipe, che possono migliorare anche l’efficienza del SSN nelle aree a maggiore densità di popolazione diventando il mattone costituente di forme più complesse di cure primarie”.

Lo scenario che si stenta a far comprendere è quello di un paese nel quale si registra un rapido e costante invecchiamento della popolazione, con l’esigenza di offrire risposte adeguate sul tema delle cronicità che hanno come fondamentali per l’assistenza di una tale popolazione la prossimità e la domiciliarità.

“Constatiamo con rammarico che le proposte portate avanti dalla nostra Federazione per sviluppare e migliorare l’organizzazione dell’assistenza sul territorio - prosegue Scotti – sono state scarsamente prese in considerazione e riteniamo che in piazza con noi ci affiancassero gli amministratori locali a cui illustrarle insieme ai loro cittadini, in modo da farne quasi una petizione popolare senza colori politici poiché riteniamo la tutela della salute e l’SSN fuori da questa disputa. Ancor più se parliamo di realtà territoriali distanti dalle grandi metropoli, dove spostarsi non è sempre facile e gli ospedali più vicini sono a kilometri e kilometri di distanza”.

Scotti ricorda con disappunto che a tantissimi medici manca il supporto di altre figure professionali che possano cioè aiutarli a gestire tutte quelle funzioni, spesso non mediche, che non gli permettono, se non con grande sacrificio, di prendersi cura dei pazienti e offrire loro un’assistenza migliore.

Il tour #adessoBasta ha preso il via ieri da Biella per poi toccare tutte le principali piazze d’Italia e spera di incontrare una rappresentanza dei 10 milioni di cittadini. Si distribuiranno i volantini con le ragioni di #adessobasta, hashtag che è stato tradotto in tutti i dialetti proprio per ricordare la territorialità e l’appartenenza alle comunità locali dell’offerta della medicina di famiglia, sarà anche una piazza social con dirette facebook e interviste dei presenti cittadini o amministratori locali e si ricaverà un primo docufilm dell’iniziativa che sarà diffuso durante il Congresso Nazionale della FIMMG di ottobre di quest’anno. Uno sforzo importante sia sotto il profilo economico che logistico, al quale i Medici di Famiglia della FIMMG non hanno voluto rinunciare, convinti che valga la pena combattere questa battaglia di civiltà in difesa di quel diritto alla salute che la costituzione italiana sancisce.