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News Letter dell'ordine

di Rossella Gemma

“Noi siamo i medici del cittadino e non i medici dello Stato. E siamo i professionisti che rendono possibile la piena realizzazione della democrazia in uno stato fondato sui diritti. È pertanto non solo sulle competenze, ma soprattutto sul ruolo di garante dei diritti dell’individuo che dobbiamo rifondare l’autorevolezza del medico, da più parti invocata. È questa la sfida che dobbiamo cogliere con gli Stati Generali, quale luogo dove provare a tracciare nuovi percorsi e condividere nuove soluzioni”.

È questo uno dei passaggi cardine del discorso con cui, questo pomeriggio, il presidente della Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, ha dato ufficialmente il via agli Stati Generali della professione medica, l’ambizioso percorso - lungo un anno e mezzo e trasversale a tutta la società civile – che, nelle intenzioni dei promotori, porterà alla ri-definizione del ruolo del medico, della scienza medica, della medicina e della professione.  Un percorso che parte dalle “Cento tesi” messe a disposizione dal filosofo della Medicina Ivan Cavicchi e che condurrà a scrivere, tutti insieme e in maniera condivisa, la Magna Carta della professione stessa, che avrà il difficile e delicato compito di coniugarne i valori fondanti con i diritti e i bisogni dei cittadini, in un contesto sociale e civile sempre più articolato e complesso.

E proprio il rispetto e la garanzia dei diritti, dei medici e dei cittadini, è stato il filo conduttore della giornata. Una giornata che si è aperta con le parole di Carlo Rosselli, antifascista condannato all’esilio, sul significato e sulle possibilità di espressione della libertà, e che è proseguita, prima della riunione operativa dei cinque tavoli di Lavoro che, domani, partoriranno altrettanti Documenti sui “Cambiamenti e la crisi della Professione”, con la proiezione del corto “Apolide”, del regista Alessandro Zizzo.

Tratto da una storia vera, il film racconta la doppia battaglia di Dabo, un giovane della Guinea, laureato in Scienze politiche, che si trova ad affrontare prima la traversata verso l’Europa e poi la lotta contro il cancro. Una diagnosi a cui sono seguite le terapie del reparto di oncologia clinica polmonare del Giovanni Paolo II di Bari che - in particolare tramite l’amicizia nata con il medico Domenico Galetta - ha in qualche modo “adottato” il ragazzo venuto dal mare. Oggi Dabo, che ha potuto essere curato a carico del nostro Servizio sanitario nazionale, è mediatore culturale in Sicilia e sogna di tornare in Guinea.

“Questa storia- ha spiegato Anelli - rappresenta l’incarnazione dei valori del nostro Codice di Deontologia, che impone al medico di accogliere e curare chiunque chieda il suo aiuto, senza distinzioni di sesso, razza, provenienza, cultura, religione. Esprime anche i fondamenti del nostro Servizio Sanitario Nazionale, che è nato con l’intento di erogare a tutti le stesse cure, secondo i principi di solidarietà, equità e universalità. Questa storia esprime, infine, i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione, su cui fondare il nostro vivere comune, al di là di ogni individuale differenza”.

 Una giornata, quella di oggi, che non ha risparmiato argomenti ‘scomodi’, che comportano prese di coscienza dolorose e assunzioni forti di responsabilità, insieme all’individuazione, imparziale e a tratti impietosa, delle criticità che affliggono la professione e il Servizio sanitario nazionale.

Si è parlato di razzismo, discriminazione nei confronti degli immigrati, nuovo fronte sul quale i medici non possono voltarsi dall’altra parte, ma devono essere impegnati.

“La salute e il benessere dei migranti devono necessariamente procedere di pari passo con la salute e il benessere della comunità ospitante – ha ammonito Anelli -. La cultura dell’accoglienza non è un fatto ideologico, ma una questione deontologica, oltreché di sanità pubblica. Promuoverla, anche attraverso la formazione, ci permette di garantire a tutti quel diritto alla salute che, ricordiamolo, non è un diritto di cittadinanza, ma diritto di umanità, che ci spetta in quanto persone”.

 Si è parlato di regionalismo differenziato, che, se condotto senza un congruo sistema di contrappesi, può mettere a rischio la tenuta stessa del Servizio Sanitario Nazionale quale sistema che coniuga la sua dimensione universalistica con quella solidaristica, per garantire l’equità nell’accesso alle cure a tutti i cittadini e il diritto alla salute a tutte le persone presenti sul suolo italiano.

“Queste peculiarità del Servizio Sanitario Nazionale e il diritto alla salute ora rischiano di esser compromesse da una proposta che vorrebbe trasformare la legittima esigenza di autonomia in un processo che vede l’attribuzione della potestà legislativa esclusiva in materia di sanità ad ogni singola Regione. Proposta che rischia di creare modelli di assistenza differenti tra regione e regione e di approfondire il solco e le disuguaglianze tra le diverse zone del Paese – ha affermato il presidente Fnomceo – Non è questa la migliore opzione, non si deve innescare una contrapposizione tra nord e sud del paese quanto piuttosto trovare soluzioni, anche con finanziamenti dedicati che abbiano come obiettivo l’omogeneità delle prestazioni e dei servizi assicurati ai cittadini”.

È dunque tornata, nelle parole di Anelli, l’idea di un “Piano Marshall” per il servizio sanitario, che recuperi il gap storico, strutturale e organizzativo del sud attraverso finanziamenti ad hoc, senza quindi penalizzare le regioni virtuose del nord e senza innescare una contrapposizione nord/sud che non giova all’insieme del Paese.

 

Si è parlato, infine, di suicidio assistito.

“Considero il dialogo sul suicidio assistito utile e necessario – ha premesso Anelli - Credo che debba essere scevro da pregiudiziali ideologiche o politiche, e animato solo da sensibilità intellettuale e disponibilità a comprendere sino in fondo le ragioni di determinate scelte. Ma anche dalla volontà di valutare le possibili conseguenze del cambiamento del paradigma - quello che vede la malattia come il male e la morte come il nemico da sconfiggere - che sinora ha caratterizzato l’esercizio della professione medica”.

“Apriamo allora il dibattito, anche sul delicato tema del suicidio assistito – ha proseguito - Salvaguardiamo, tuttavia, sempre la libertà e il principio del primato della coscienza che deve essere garantito a tutti i cittadini, medici compresi, anche attraverso la possibilità di una obiezione di coscienza”.

“Il medico – ha del resto ricordato Anelli - rappresenta nella nostra società colui che, attraverso l’empatia e il rapporto umano e di fiducia che lo lega al paziente, riesce a garantire i diritti previsti dalla nostra Carta Costituzionale: il diritto alla salute e il diritto all’autodeterminazione. Garantire tutto ciò senza sovvertire l’assetto valoriale dell’essere medico è la sfida che coinvolge oggi non solo la professione medica, ma tutte le professioni sanitarie e la società civile”.

di Rossella Gemma

Per combattere l'antibiotico resistenza potrebbe arrivare un nuovo farmaco con il trucco. Infatti, ha un doppio antibiotico: uno, che altro non è che un'esca e l'altro, prima nascosto, che è pronto a distruggere l'agente patogeno che ha dimostrato tutta la sua forza.

E' questo il ritrovato degli studiosi dell'Imperial College of Science di Londra che in un articolo pubblicato sul Journal of Medicinal Chemistry hanno raccontato il successo del loro lavoro fatto in test da laboratorio. Questo farmaco, secondo i ricercatori, consente al secondo antibiotico di agire in modo mirato, visto che viene rilasciato solo lì dove incontra batteri resistenti ai farmaci.

I risultati raggiunti, proseguono, potrebbero aiutare a prolungare la vita degli antibiotici esistenti rallentando la velocità con cui i batteri diventano resistenti. Una vasta gamma di batteri, tra cui gli Escherichia coli, ha sviluppato un enzima speciale che può rendere inutili gli antibiotici di prima linea, le cefalosporine. Per aggirare questo problema, il team ha attaccato una molecola di cefalosporina a un antibiotico secondario, la ciprofloxacina.

Quando i batteri resistenti incontrano il farmaco combinato arrivano a scindere la cefalosporina, liberando la ciprofloxacina per uccidere i batteri. La ciprofloxacina è usata raramente come trattamento primario perché può avere gravi effetti collaterali. Tuttavia, poiché si attiva solo quando la cefalosporina viene scissa, i livelli nel sangue sono molto più bassi e gli studiosi pensano come proprio questo possa portare a un minor numero di effetti avversi.

di Rossella Gemma

Sono circa 13,8 milioni gli over 65enni in Italia e il loro numero raggiungerà i 20 milioni nel 2050. Ma, a fronte di un Paese che invecchia, gli specialisti in grado di curare a 360 gradi gli anziani che hanno più malattie contemporaneamente sono poco più di 2.000, un numero destinato a esser sempre più basso rispetto alle crescenti necessità. A partire dai 70 anni di età circa l'80% degli anziani ha al-meno due o più patologie croniche con cui fare i conti quotidianamente, tra farmaci, visite e prescri-zioni: dalle cardiopatie all'osteoporosi, dalla pressione alta al diabete. "Non di rado i medicinali che fanno bene per una malattia potrebbero peggiorarne un'altra. La valutazione d'insieme della salute de-gli anziani e, soprattutto degli over 80, è quella che spetta al geriatra, vero e proprio coordinatore in grado di tarare le cure sulle necessità e fabbisogni del singolo paziente", spiega Raffaele Antonelli In-calzi, presidente della Società Italiana di Geriatria e Gerontologia (Sigg). Ma c'è una crescente discre-panza tra offerta e necessità, perché, a fronte di questi numeri, "abbiamo oggi appena 2.000 specialisti in Geriatria in tutta Italia e ogni anno ne vengono formati solo 169 perché questo è il numero delle nuove borse di specializzazione finanziate ogni anno". Di fatto, il calcolo del fabbisogno tiene conto, e per difetto, solo delle necessità ospedaliere, ma non tiene conto dell'impiego in strutture territoriali per l'assistenza domiciliare erogata dalle Asl, di quello nelle residenze sanitarie assistenziali sia pubbli-che che private". Per risolvere questa grave carenza, "nell'arco di un quindicennio occorrerebbero cir-ca 450 borse di specializzazione per 'sfornare' altrettanti specializzati ogni anno. Consapevoli che ad oggi questo è impossibile - conclude l'esperto - riteniamo che almeno 300 sarebbero il minimo per at-tutire il problema".

di Rossella Gemma

Il 30% dei pazienti con diabete tipo 1 presi in carico dai centri diabetologici italiani raggiunge valori corretti di emoglobina glicata, quasi la metà è in regola con il colesterolo e oltre il 70% con la pressione; il 12% èobeso, più di 1 su 4 fuma, il 40% presenta retinopatia, ma nel complesso 1 su 2 ha accesso a buoni livelli di cura. Sono questi alcuni dei dati che emergono dalla nuova Monografia Annali AMD “Profili assistenziali nei pazienti adulti con diabete tipo 1”, realizzata con il contributo non condizionante di Sanofi. L’analisi ha preso in esame 28.538 soggetti con DM1, elaborando i dati raccolti da 222 servizi di diabetologia diffusi sul territorio italiano.

 “Abbiamo analizzato qualità di cura, approcci terapeutici e outcome raggiunti nei pazienti con diabete di tipo 1, fornendo una fotografia accurata delle loro caratteristiche cliniche e dei loro bisogni insoddisfatti”, spiega Domenico Mannino, Presidente Associazione Medici Diabetologi. “Tra le novità introdotte rispetto alle edizioni precedenti degli Annali, focus specifici sulle singole Regioni eapprofondimenti sulla popolazione stratificata per generefasce di etàdurata di malattiatipo di trattamento (microinfusore vs iniezioni multiple di insulina),presenza di complicanze. A questo proposito è emerso, ad esempio, che le donne presentano un peggior controllo metabolico, che la fascia di età 65-74 anni è quella più monitorata, che l’abitudine al fumo è maggiore tra i pazienti con una storia di malattia più breve, che la percentuale di chi raggiunge livelli adeguati di cura complessiva è più elevata nei pazienti che impiegano il microinfusore (59%), rispetto a quelli in terapia multiniettiva (50%)”.

 BEN MONITORATA L’EMOGLOBINA GLICATA, MENO ALTRI IMPORTANTI PARAMETRI DEL RISCHIO CARDIOVASCOLARE

Dalla Monografia emerge come la quasi totalità dei pazienti riceva almeno una misurazione all’anno dell’HbA1c (97%). Buona ma ancora non ottimale la registrazione annua della pressione arteriosa, che avviene nell’89% dei soggetti, così come quella del profilo lipidico (69%, con picchi dell’80% in Liguria, FVG, Trentino-Alto Adige e Piemonte). Abbastanza elevata l’attenzione del diabetologo verso la funzionalità renale: al 74% dei pazienti è stata misurata la creatininemiae il 57% ha ricevuto almeno una valutazione annuale dell’albuminuria (con un’ampia variabilità, da Regioni come il Molise dove non vi è alcuna rilevazione, ad altre quali Lombardia, Marche e Toscana che superano il 65%). Ancora insoddisfacente il controllo del piede diabetico (avviene in media solo nel 22% dei pazienti); in aumento rispetto al passato la percentuale di soggetti monitorati per laretinopatia (46%).

 TROPPI PAZIENTI IN SOVRAPPESO, SOPRATTUTTO AL SUD

Meno di 1 paziente su 3 ha valori di emoglobina glicata a target (≤7%). È in regola con il colesterolo (LDL < 100 mg/dl) poco meno della metà del campione (49%) e con la pressione oltre il 70%. Per quanto riguarda la funzionalità renale, dei pazienti a cui è stata misurata l’albuminuria, il 26% è risultato avere valori indicativi di nefropatia. In linea con un fenomeno diffuso nella popolazione generale (l’aumento di sovrappeso e obesità), anche tra i pazienti con diabete tipo 1, l’Indice di Massa Corporea (BMI) medio è al limite del sovrappeso, con il 12% del campione obeso. Il dato mostra un gradiente Nord-Sud con la maggior percentuale di individui obesi concentrati nelle regioni meridionali. Solo il 9% dei soggetti è a target contemporaneamente per emoglobina glicata, colesterolo, pressione e BMI. Ancora troppi i diabetici di tipo 1 che fumano (26%).

 OLTRE IL 12% DEI PAZIENTI USA IL MICROINFUSORE

Registrando un incremento progressivo nel corso degli ultimi anni, oggi i pazienti che praticano la terapia insulinica con il microinfusore sono il 12.6%. A livello regionale si osserva un gradiente nord-sud a favore di quest’ultimo per quanto riguarda l’infusione sottocutanea continua di insulina (CSII), in particolare Lazio con il 26%, Campania 24% e Calabria 24%. Nella maggior parte delle Regioni si osserva un utilizzo variabile tra il 10 e il 15%; mentre Emilia-Romagna, Veneto, Trentino-Alto Adige e Toscana si attestano su percentuali inferiori al 10%; anomalo il dato della Sicilia (2.6%).

Un paziente su 3 (30%) è in terapia con ipolipemizzantistessa percentuale per quelli in trattamento antiipertensivo. Tra i soggetti con livelli elevati di albuminuria, solo il 6% non risulta trattato con ACE-inibitori/Sartani. Di quelli conpregresso evento cardiovascolare, il 78% è in trattamento con antiaggreganti piastrinici, ad eccezione del Molise, che raggiunge il 100% di soggetti trattati, e della Campania, che arriva al 57%.

BUONI LIVELLI DI CURA, MA RETINOPATIA PER IL 40% DEI PAZIENTI

In base allo score Q (un punteggio tra 0 e 40 in grado di predire l’incidenza successiva di eventi cardiovascolari, che misura la qualità di cura complessiva erogata dai servizi diabetologici), il 51% del campione presenta uno score Q > 25, la miglior fascia di punteggio.

La prevalenza delle principali complicanze micro/macrovascolari del diabete nei pazienti tipo 1 è contenuta (infarto 1,1%, ictus 1,2%, ulcera acuta del piede 0,9%, dialisi 0,3), fatta eccezione per quanto riguarda la retinopatia che riguarda, con livelli di severità diversi, il 40% del campione.

 “Da 10 anni l’iniziativa Annali AMD fornisce un quadro sui profili assistenziali delle persone con diabete di tipo 1 e 2 e sull’evoluzione nel tempo della qualità dell’assistenza. Nonostante i progressivi miglioramenti, occorre continuare a monitorare i bisogni insoddisfatti di entrambe le tipologie di pazienti, che permangono non solo per quanto riguarda il raggiungimento del compenso glicemico, ma anche per altri importanti fattori di rischio cardiovascolare”, conclude Mannino.

di Rossella Gemma

È online il Bando Bollini Rosa relativo al biennio 2020-2021. Fino al 31 maggio 2019 tutti gli ospedali interessati possono compilare il questionario di auto-candidatura sul sito dedicato all'iniziativa www.bollinirosa.it.

I Bollini Rosa sono un riconoscimento conferito dal 2007 da Onda agli ospedali italiani che offrono servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi e cura delle principali patologie femminili, riservando particolare attenzione alle specifiche esigenze delle donne. Gli obiettivi principali sono incentivare gli ospedali a offrire servizi clinico-assistenziali personalizzati e che considerino le specifiche esigenze femminili e sensibilizzare la popolazione sulle patologie femminili più diffuse, avvicinando alla diagnosi precoce e alle cure. L'iniziativa ha ottenuto il patrocinio di 24 Società Scientifiche e ha consentito la creazione di una rete consolidata di 306 ospedali sul territorio nazionale.

I Bollini Rosa nascono con l’obiettivo di sensibilizzare gli ospedali alla creazione di percorsi diagnostico-terapeutici che tengano in considerazione la specificità di genere”, afferma Francesca Merzagora, Presidente di Onda. “Oggi rappresentano il più importante riconoscimento all’applicazione della medicina genere-specifica alla pratica clinica”.

Le aree specialistiche incluse nel bando sono cardiologia, dermatologia, diabetologia, dietologia e nutrizione clinica, endocrinologia e malattie del metabolismo, ginecologia e ostetricia, geriatria, medicina della riproduzione, neonatologia e patologia neonatale, neurologia, oncologia ginecologica, oncologia medica, pediatria, psichiatria, reumatologia, senologia, urologia e sostegno alle donne vittime di violenza.

L’assegnazione dei Bollini Rosa avviene tramite l’elaborazione matematica dei punteggi attribuiti a ciascuna domanda del questionario e la successiva valutazione dell’Advisory Board, presieduto dal Prof. Walter Ricciardi. La cerimonia di premiazione delle strutture è prevista l’11 dicembre 2019 a Roma in sede istituzionale.

“Il numero delle strutture che sono entrate nel network negli anni è in continuo aumento, segno dell’attenzione crescente verso le esigenze proprie dell’utenza femminile”, prosegue Merzagora. “I risultati di questi anni ci hanno convinto a continuare sulla strada della promozione della salute di genere negli ospedali: il nuovo bando che assegnerà i Bollini Rosa per il biennio 2020-2021 è stato appena divulgato e contiamo di ricevere ampia adesione per poter realizzare sempre più iniziative con gli ospedali premiati a favore della popolazione femminile”.

Per discutere del ruolo e del valore del network Bollini Rosa e del contributo allo sviluppo della medicina di genere in ambito ospedaliero, si terrà il 16 maggio a Milano il convegno “I Bollini Rosa: ruolo e valore del panorama sanitario”, promosso da Onda in collaborazione con Regione Lombardia, con la presenza delle Istituzioni, degli specialisti e dei pazienti.

“Tutte le strutture ospedaliere identificate come ospedali ‘vicini alle donne’ dalla Fondazione Onda e premiati con i Bollini Rosa offrono percorsi diagnostico-terapeutici e servizi dedicati alle principali patologie di interesse femminile, assicurando appropriatezza terapeutica e percorsi di cura in tempi minimi”, spiega Walter Ricciardi, Direttore Dipartimento Scienze della salute della donna, del bambino e di Sanità pubblica, Policlinico Gemelli, Roma. “Il fattore ‘tempo’ assume una rilevanza di assoluta priorità, soprattutto per i portatori di patologie gravi, che vivono il disagio di malattie totalizzanti con elevato impatto sulla propria qualità di vita e con ricadute anche per i familiari che li sostengono. Pertanto, il garantire assistenza e cura in tempi ridotti, non solo alle donne ‘malate’ ma anche nei momenti più gioiosi della vita come quelli del parto, è indice di efficienza organizzativa, umanizzazione delle cure e rispetto per la persona-paziente”.

“I Bollini Rosa, nati per sensibilizzare le strutture sanitarie nei confronti della medicina di genere, sono di fatto diventati una certificazione di qualità delle cure e la cultura organizzativa che hanno determinato è diventata patrimonio di tutti gli operatori delle strutture ospedaliere”, conclude Flori Degrassi, Direttore Generale, ASL Roma 2.

Per maggiori informazioni, visitare il sito www.bollinirosa.it.

di Rossella Gemma

“Apprendiamo con piacere che il Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ha espresso l’intenzione di aumentare a 8000 il numero delle borse messe a disposizione dallo Stato per le specializzazioni mediche. Sempre ieri l’assessore alla Sanità dell’Emilia Romagna, Sergio Venturi, ha ricordato il paradosso dell’imbuto formativo, per cui non c’è carenza di medici - in quanto molti sono in attesa di entrare nel circuito delle specializzazioni ma non ci riescono perché non ci sono borse sufficienti - e c’è invece carenza di specialisti, esprimendo poi l’intenzione di aumentare le borse erogate dalla sua Regione. Finalmente la Politica prende atto che il problema esiste e si prepara, con buona volontà, a risolverlo. Condividiamo inoltre la preoccupazione del Presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, in merito ai fondi per la sanità, che non devono, per nessuna ragione, essere dirottati su altri obiettivi”.

Questo il commento del Presidente della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, alle dichiarazioni arrivate ieri, in contesti diversi, dai rappresentanti del Miur e della Regione Emilia Romagna, che non esclude, seppur come extrema ratio, la possibilità di richiamare professionisti in pensione, per far fronte alla carenza di specialisti.

 “La storia ci insegna, tuttavia, che le buone intenzioni, pur essendo un punto di partenza, non bastano -   precisa Anelli -. Occorre, ora, una programmazione precisa ed efficace, volta a definire azioni lungo due direttrici: smaltire l’imbuto formativo, aumentando le borse, aggiungendone diecimila per i medici ivi intrappolati, ed evitare, per il futuro, che lo stesso si formi, assicurando ad ogni medico laureato una borsa”.

“È questo il vero cambiamento che ci attendiamo dalla Politica – conclude -: non ripetiamo gli errori del passato, non ‘tappiamo le falle’ con soluzioni tampone, ma, individuate le criticità, ricostruiamo il sistema in modo tale da utilizzare le risorse nella miglior maniera possibile. I giovani medici ci sono, garantiamo loro la possibilità di specializzarsi e garantiremo un futuro al nostro Servizio Sanitario Nazionale e cure ottimali a tutti i cittadini”.

di Rossella Gemma

Contrariamente alle previsioni iniziali di un'annata più 'soft', la stagione influenzale di quest'anno è stata piuttosto 'cattiva', quasi come quella da record del 2017-2018: più di 7,6 milioni gli italiani ammalatisi finora, ma il bilancio finale potrebbe arrivare a 8 milioni. In quasi metà delle regioni il periodo epidemico è terminato, ma ci si continua ancora ad ammalare. Nell'ultima settimana sono state colpite 179mila persone, secondo i dati inviati dai medici sentinella all'Istituto superiore di sanità (Iss).

Tra il 18 e 24 marzo si e' arrivati a 2,9 casi per mille assistiti, un'incidenza molto vicina alla soglia di base di 2,74 casi che segna la fine del periodo epidemico, raggiunto in Piemonte, Val D'Aosta, Lombardia, la provincia autonoma di Bolzano, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Molise, Campania, Puglia e Basilicata.

I piu' colpiti sono stati i bambini tra 0 e 4 anni (8,16 casi per mille assistiti), e tra 5 e 14 anni (4,79), mentre sono stati piu' bassi nella fascia 15-64 anni (2,72) e tra gli over 65enni (1,28 casi). Secondo il rapporto Flunews, i casi gravi, dall'inizio della sorveglianza, sono stati 730, di cui 170 mortali.

"Per il secondo anno di seguito abbiamo avuto una stagione molto intensa, ma con virus diversi rispetto all'anno scorso - precisa Gianni Rezza, epidemiologo dell'Iss -. Nel 2017-2018, in cui si sono superati gli 8,5 milioni di casi, era prevalso il ceppo B Yamagata, mentre quest'anno quelli di tipo A, cioe' il virus pandemico del 2009 H1N1, e l'H3N2". Questi ultimi ceppi sono piu' aggressivi, e danno problemi soprattutto alle gestanti, le persone obese e gli anziani. Rezza pero' non e' tanto sorpreso che anche questa stagione sia stata forte. "In genere, a un anno con un'epidemia consistente, ne segue una meno intensa - sottolinea -, ma e' pur vero che l'anno scorso, la stagione piu' forte degli ultimi 15 anni, c'era stata l'anomalia dei virus di tipo B che avevano dominato. Era quindi plausibile che quest'anno si avesse una stagione forte dominata dai ceppi di tipo A".

Quello che invece stupisce, aggiunge Rezza, "e' come il virus AH1N1, quello pandemico, continui di anno in anno a colpire tante persone. Tutti ci aspettavamo che ne arrivassero di piu' dall'H3N2". Nel complesso, dall'inizio della stagione, i ceppi A di sottotipo H1N1 rappresentano il 47% dei virus circolanti, e quelli H3N2 il 44%.

di Rossella Gemma

Migliora la trasparenza tra i medici. Aumentano infatti i camici bianchi che non hanno timore di rendere pubblici i loro rapporti con aziende di farmaci e dispositivi. In 2 anni il loro numero ha raggiunto quasi quota 30.000, anche se con diversità regionali. E proprio le aziende sanitarie da cui mancano i dati sono quelle in cui sono emersi episodi di malagestione. A renderlo noto è Francesco Bevere, direttore dell'Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas), intervenuto al convegno "Sanità e malaffare: la corruzione si può combattere", tenutosi nella sala Zuccari del Senato. Dal 2016, l'Agenas ha messo a disposizione la modulistica sulla Dichiarazione pubblica di interessi, che i medici possono, volontariamente, compilare. Questo strumento, previsto dal Piano Nazionale Anticorruzione in Sanità, "consente di individuare comportamenti a rischio da tenere sotto osservazione, quali ad esempio i legami con aziende farmaceutiche o produttrici di dispositivi medici, che escono dall'ordinario''.

di Rossella Gemma

Il prossimo 1 aprile 2019 inizierà ufficialmente la seconda fase, rivolta ai pazienti, del progetto regionale che prevede il coinvolgimento attivo delle farmacie venete per migliorare l’aderenza alla terapia del malato cronico, come comunicato dall’Azienda Zero in questi giorni. Un percorso che vedrà i circa 4300 farmacisti che lavorano nelle farmacie venete presenti sul territorio coinvolti nella gestione dei pazienti cronici delle seguenti patologie: diabete e BPCO (una malattia dell’apparato respiratorio).

 Le farmacie aderenti al progetto, dopo aver seguito un percorso formativo strutturato, prenderanno in carico i pazienti scarsamente o non aderenti per due anni, fin dal momento dell’erogazione dei farmaci, attraverso una serie di azioni definite e finalizzate a migliorarne l’aderenza alla terapia. Tra queste, consuelling individuale, informazione e comunicazione strutturata, il tutto gestito col supporto di una piattaforma Web che consentirà ai farmacisti di svolgere le attività previste e registrare i dati raccolti.

 Dal punto di vista operativo Il sistema sanitario regionale che gestisce la ricetta elettronica segnalerà - nel pieno rispetto alla privacy - alle farmacie i pazienti non aderenti alla cura, che verranno contattati dai farmacisti e - previo il loro consenso - saranno “presi in carico” direttamente nella farmacia vicino a casa con una serie di attività volte ad aiutarli a seguire con maggiore efficacia e continuità le prescrizioni.  Agli utenti sarà consegnato innanzi tutto un questionario sull’aderenza alla terapia, volto a individuare i motivi che risultano di ostacolo (ad es. difficoltà logistiche, dubbi, etc.). Sulla base delle informazioni raccolte, le farmacie potranno quindi attivarsi in diversi modi per rispondere alle difficoltà manifestate dagli utenti, quali ad esempio la consegna e di depliant informativo relativo al tema dell’aderenza alla terapia e la spiegazione della sua importanza. E ancora, il farmacista aiuterà il paziente nella comprensione delle terapie prescritte e gli ricorderà l’importanza di segnalare al medico eventuali reazioni avverse. In farmacia l’utente troverà assistenza anche per imparare come utilizzare correttamente i dispositivi collegati alla sua patologia (ad es. il test della glicemia per i soggetti diabetici).

I soggetti con un livello di aderenza particolarmente basso, inoltre, saranno invitati a valutare direttamente con il proprio medico eventuali ulteriori accorgimenti utili, come ad esempio un cambio di terapia o delle modalità di assunzione dei farmaci.

Attraverso un portale delle ricette elettroniche - e nel pieno rispetto della privacy degli utenti - il farmacista potrà verificare l’andamento dei risultati per ciascun paziente e, nel caso non ci fossero miglioramenti rispetto alla situazione iniziale, potrà approfondire ulteriormente con lui le motivazioni della mancata aderenza.

 “Con il coinvolgimento delle farmacie nella presa in carico del paziente cronico – spiega Fontanesi - possiamo migliorare l’aderenza alla cura e portare importanti risparmi al bilancio ed ai cittadini della nostra regione. La completa aderenza alla cura potrebbe garantire un risparmio stimato per i veneti è di circa 400 milioni di euro ed a livello nazionale potrebbe portare ad uno sgravio di oltre 4 miliardi di euro per le casse dello Stato. Ma non è solo una questione di freddi numeri: con questo progetto possiamo aiutare potenzialmente circa 60.000 pazienti a migliorare in modo concreto la loro qualità di vita ed incidere sull’aspettativa della stessa”.

 “Il risparmio per il sistema sanitario deriva dal fatto che con l’aiuto dei farmacisti nella gestione della cura del paziente cronico si eviterà il peggioramento della malattia e anche di eventuali patologie connesse e, quindi, conseguenti ospedalizzazioni, che rappresentano un costo per il sistema sanitario che poi pesa sui contribuenti. La nostra volontà è di fare squadra con i medici che restano il punto di riferimento e a cui vogliamo dare più supporto possibile nella misura delle nostre competenze e delle nostre possibilità”.

 “Le farmacie del Veneto sono le prima in Italia a mettere in campo un progetto di questa valenza e questo grazie all’impegno profuso da Federfarma Veneto in questi anni. Il Veneto si conferma apripista e un punto di riferimento per la costruzione di modelli innovativi in grado di rendere più sostenibile anche dal punto di vista economico il sistema sanitario nazionale”.

 

di Rossella Gemma

Sono la prima generazione di medici che non ha mai conosciuto il paternalismo nella relazione di cura, che dà per assodata la femminilizzazione della professione, che è costituita quasi completamente da ‘nativi digitali’ e può quindi sfruttare appieno le prospettive delle nuove tecnologie in medicina. Sono anche la generazione che ha dovuto fare i conti con l’imbuto formativo, e poi con il blocco del turnover, con il precariato, con la carenza di personale, con i turni impossibili, con la ‘medicina amministrata’.

Il 27 marzo, dalle 10 alle 16, si incontreranno a Roma, presso la sede Enpam di Via Torino 38, in un grande evento promosso, nell’ambito degli Stati Generali, dall’Osservatorio Giovani Professionisti della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (Fnomceo), con il pieno sostegno del Comitato Centrale, e che vedrà coinvolte anche le sigle maggiormente rappresentative del mondo medico “under 45”, sia per la medicina generale che per quella specialistica e per l’odontoiatria, insieme ai rappresentanti dei medici in formazione dell’Osservatorio del MIUR e delle Regioni, e a quelli del Consiglio nazionale degli Studenti Universitari. Emblematico il titolo: “STATI GENERALI DEL GIOVANE MEDICO: LA FNOMCeO ALL’ASCOLTO”.

“In un momento storico in cui, sin troppo spesso, certi proclami sono costruiti più per esercitare un facile appeal anche mediatico che per rispondere a reali esigenze – commenta il Presidente della Fnomceo, Filippo Anelli – abbiamo ritenuto un segno distintivo quello di ascoltare e comprendere, attingendo alle testimonianze ed esperienze di quanti sono direttamente coinvolti nelle dinamiche della formazione e dell’inserimento nel mondo del lavoro, ma anche alle risorse di chi guarda il mondo, e quindi la professione, con occhi nuovi”.

Si parlerà, dunque, sicuramente di formazione, specifica e specialistica, dell’ingravescente criticità dell’imbuto formativo, della sostenibilità di un sistema sanitario pubblico ed universalistico, delle possibili ricadute di un regionalismo differenziato. Ma si affronteranno soprattutto le nuove prospettive con le quali il medico si trova a confrontarsi: l’evoluzione della relazione di cura, intesa oggi come incontro e garanzia di diritti; l’intelligenza artificiale e la medicina potenziativa; il risk management; i rapporti con le altre professioni, nel segno della valorizzazione delle competenze specifiche.     

“Le criticità che, nonostante i molteplici allarmi diffusi in passato, anche dalla FNOMCeO, oggi si stanno manifestando in tutta la loro gravità – chiosa Alessandro Bonsignore, Coordinatore dell’Osservatorio Giovani Professionisti – non possono e non devono lasciare il campo a soluzioni “cosmetiche”, non sostenute da una valutazione approfondita, non solo delle premesse numeriche su cui insistono, ma anche degli effetti di medio e lungo periodo. La scelta inclusiva dell’Osservatorio Giovani di interfacciarsi con chi affronta le medesime tematiche, ascoltando e comprendendo punti di vista che possono a volte essere diversi, ha comunque alcuni capisaldi inamovibili, come la valorizzazione e la certificazione delle competenze, e la preoccupazione verso soluzioni alternative che non prevedano un percorso formativo, vere e proprie ‘sanatorie’, come quella ventilata per la possibilità di accesso ai Pronto Soccorso in crisi di personale, capaci di sacrificare, sull’altare dell’urgenza, la credibilità stessa della formazione”.

“Non serve stravolgere la formazione o i meccanismi di accesso ai percorsi formativi stessi oltre che al mondo del lavoro – conclude Alessandro Conte, che dell’Osservatorio è vice-Coordinatore -, serve rendere trasparente e funzionante quello che già esiste, attivando percorsi di certificazione in cui il controllato non sia più controllore di se stesso, senza cedere al fascino subdolo di soluzioni estemporanee, che possono magari creare un momentaneo consenso tra pochi, ma di certo non valorizzano il sistema sanitario ed i medici, di oggi e di domani”.