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News Letter dell'ordine

di Rossella Gemma

Buone notizie dal Congresso Nazionale della Società Italiana di Neurologia (SIN): al centro dei lavori i risultati di importanti studi scientifici che promettono decisivi progressi in ambito neurologico grazie a nuove opportunità diagnostiche e terapeutiche.

A partire dalla Malattia di Alzheimer, per la quale la comunità scientifica internazionale accoglie favorevolmente i recentissimi esiti positivi degli studi sulle terapie biologiche dirette nei confronti di alcune forme di amiloide e ribadisce l’essenzialità della diagnosi precoce per individuare i pazienti candidabili alle nuove cure. Ulteriori aggiornamenti anche in campo preventivo per rallentare l’esordio della demenza, grazie alla combinazione della stimolazione cognitiva con una dieta ipolipidica associata ed esercizio fisico (Studio FINGER).

Dal 2018 il gruppo di ricerca de La Sapienza di Roma, guidato dal Professor Berardelli, inseguiva la possibilità di individuare in maniera non invasiva un biomarcatore diagnostico precoce della malattia di Parkinson identificando la proteina anomala alfa-sinucleina, prima possibile solo tramite biopsia gastroenterica o della ghiandola salivare, dove sembra si concentri prima di diffondersi al cervello. Recentemente, è stato ottenuto un risultato mai visto prima: tramite il test salivare si ottiene non solo la diagnosi precoce, ma addirittura un indice prognostico, ossia una previsione della progressione della malattia. I ricercatori romani hanno infatti scoperto che dall’analisi di particolari componenti salivari e dei loro rapporti rispetto alla concentrazione di alfa-sinucleina si può fare una previsione del decorso altamente affidabile. L’alfa-sinucleina oligomerica è il marker d’eccellenza che, con una sensibilità quasi del 100% e una specificità del 98,39%, può distinguere chi è in fase iniziale di malattia da chi non è affetto, con un'accuratezza diagnostica complessiva pari al 99%.

Risultati notevoli sono stati annunciati anche per il Morbo di Parkinson, grazie alla ricerca tutta italiana: da oggi, attraverso l’analisi della saliva, non solo si potrà fornire una diagnosi precisa ma addirittura prevedere la progressione della malattia.

Rimanendo nel campo della prognosi, anche in merito all’emicrania sono stati individuati marker serici in grado di far capire quali pazienti corrono il rischio di arrivare a una cronicizzazione del mal di testa a causa dell’abuso di farmaci. Per questa patologia, inoltre, è ormai assodato il ruolo fondamentale dei nuovi farmaci per la terapia di prevenzione, finalizzati alla riduzione della frequenza e dell’intensità degli attacchi, come la tossina botulinica e gli anticorpi monoclonali diretti contro il CGRP.

Tra i temi congressuali anche gli ultimi aggiornamenti sullo studio Neurocovid SIN che ha indagato sulla relazione tra Covid e sistema nervoso, le malattie neuromuscolari, il ruolo centrale del sonno nelle patologie neurologiche, e le più recenti innovazioni in tema di intelligenza artificiale.

“Al Congresso Nazionale di quest’anno – commenta il Prof. Alfredo Berardelli, Presidente della Società Italiana di Neurologia – stiamo assistendo alla presentazione di numerosi studi scientifici realizzati da neurologi italiani, piuttosto rilevanti dal punto di vista della ricaduta clinica. Il nostro Paese, infatti, nonostante i fondi siano limitati, è tra i più attivi nel campo della ricerca scientifica in neurologia e si posiziona al 5° posto a livello mondiale per la produzione di studi dopo USA, Cina, Germania e Gran Bretagna. L’emergenza della crescita delle patologie neurologiche legata all’invecchiamento della popolazione è un tema molto attuale sul quale i neurologi della SIN si confrontano costantemente per cercare di migliorare la vita dei pazienti non solo dal punto di vista delle cure ma anche da quello dell’assistenza, estremamente importante in un’epoca in cui l’età media della vita si è allungata in maniera considerevole”.

Le patologie neurologiche, al centro del Congresso Nazionale, impattano fortemente sulla popolazione: 12 milioni gli italiani che sono affetti da disturbi del sonno; oltre 6 milioni le persone che soffrono di emicrania, 2/3 circa delle quali donne; 1 milione coloro che convivono ogni giorno con la Malattia di Alzheimer e che hanno bisogno di costante assistenza;  400.000  le persone colpite dal Morbo di Parkinson; la sclerosi multipla affligge circa 90.000 donne e uomini che devono convivere ogni giorno con i sintomi di una malattia che induce disabilità progressiva, ma anche con le difficoltà legate ai servizi sanitari e assistenziali; numeri ugualmente preoccupanti sono quelli che descrivono i casi di ictus, quasi 200.000 nuovi casi ogni anno e circa 1 milione di persone che vivono con gli esiti invalidanti della malattia.

di Rossella Gemma

E’ stata pubblicata sugli Annals of General Psychiatry (1) la ricerca italiana condotta su 1281 medici italiani di varie specialità che hanno riferito l’impatto della pandemia sulla salute mentale di pazienti e soggetti ‘naive’, sani. Tale ricerca fa parte di un ampio progetto multidisciplinare, chiamato Serendipity, realizzato grazie al contributo non condizionante di Viatris.

L’indagine, condotta tra novembre 2021 e febbraio 2022, ha coinvolto 1.281 clinici delle seguenti specialità: psichiatri, neuropsichiatri, neurologi, geriatri, medici di medicina generale e pediatri, chiamati a rispondere a un questionario online. E’ così emerso che l’81,2% degli specialisti intervistare ha visto aumentare il disagio psichico tra le persone che si sono rivolti per chiedere supporto,  con un peggioramento delle proprie condizioni nel 75,3% di quelli che avevano un disturbo preesistente. Questi ultimi hanno dovuto fare i conti anche con numerose comorbidità: si sono infatti presentate anoressia, bulimia, disturbi di panico e fobie. Minore incidenza invece si è avuta per l’uso di sostanze.

Più protetti gli anziani over 65: solo il 7,4% ha chiesto un aiuto o ha visto peggiorare la propria salute mentale, probabilmente a causa della protezione offerta sin dall’inizio come soggetti più a rischio e con fragilità.

“Isolamento prolungato, incertezza, interruzione delle relazioni sociali, stress, hanno avuto un impatto negativo sulla salute mentale degli italiani come nelle popolazioni di tutto il mondo” - hanno commentato gli autori del lavoro. “Depressione, ansia e stress sono stati i problemi segnalati più spesso nella prima ondata, ma non sono mancati peggioramenti dell’umore ed episodi di panico e fobie negli ultimi due anni. Va ricordato anche che l’Italia è stato uno dei primi paesi occidentali ad essere colpito e che le persone hanno dovuto affrontare sfide senza precedenti con oscillazioni emotive che sono andate dalla speranza alla delusione, dalla preoccupazione per sé e i propri casi ad oggettive difficoltà economiche e lavorative. Uno tsunami emotivo prolungato che ha messo alla prova la tenuta psicologica degli italiani”.

“Siamo lieti di avere supportato questa ricerca che evidenzia l’impatto della pandemia sulla salute mentale delle persone e l’importanza di mantenere alta l’attenzione: la salute mentale è, infatti, una delle aree su cui Viatris è fortemente impegnata, in collaborazione con istituzioni, associazioni e altri partner, per aumentare la consapevolezza e abbattere lo stigma su questi temi” - ha spiegato Fabio Torriglia, Country Manager di Viatris in Italia. “Viatris guarda alla sanità non così com’è oggi, ma come dovrebbe essere in futuro: vogliamo contribuire ad ampliare l’accesso alle cure di cui le persone hanno bisogno, indipendentemente dal contesto in cui vivono, con l’obiettivo finale di realizzare la nostra mission di consentire alle persone nel mondo di vivere una vita più sana in ogni sua fase”.

Peggiorate le condizioni di chi aveva già disturbi mentali per il 75,2% dei medici intervistati ma non solo: la prevalenza di ansia è stata rilevata nel 33% nella popolazione generale e la depressione nel 28% in tutto il mondo. In Cina, ad esempio, tra il 7 e il 58% della popolazione non contagiata ha sperimentato disagio fisico o psicologico con disturbi d’ansia o dell’umore, insonnia, preoccupazione, fobie e sintomi fisici.  D’altro canto, la letteratura ha rivelato che anche alle precedenti epidemie come la SARS nel 2003 e l’influenza H1N1 del 2010 si sono accompagnati pesanti carichi psichici sino allo sviluppo di attacchi di panico. Lo stress emotivo è stato correlato al senso di incertezza, le quarantene, la mancanza di un trattamento efficace. Interessante notare il ruolo negativo delle fake news: disinformazione e false informazioni sui vaccini circolate sui social media sono risultati correlati a maggiore carico psicologico nella popolazione dei giovani e delle donne: circa l’82% dei soggetti più esposti ai messaggi dei social hanno mostrato livelli più elevati di ansia e depressione. 

La ricerca aveva lo scopo di indagare l’efficacia delle strategie a supporto messe in atto, al fine di individuare modelli organizzativi efficaci per il futuro. A questo proposito l’OMS ha sottolineato l’importanza di rafforzare il ruolo dell’assistenza primaria con una pianificazione atta a promuovere la salute per tutti i cittadini. In particolare appare strategico il ruolo del MMG nell’intercettare i segnali di disagio e attivare azioni sinergiche con gli attori interessati con una azione di governance a livello regionale così come previsto dal Piano Nazionale per la Prevenzione (PNP). 

“Nel momento in cui non è stato più possibile ricorrere a visite in presenza, sono state attivate nuove risorse come le videochiamate e/o la psicoterapia a distanza a cui sono afferiti sia pazienti con pregresse diagnosi di disagio o patologia conclamata che pazienti naive (alla loro prima visita): siamo andati dal garantire le visite con l’adozione di protezione individuale e ambientale all’incremento sia dei contatti che della reperibilità personale e telefonica e psicoterapia da remoto”. La pandemia ha dato un impulso alla telemedicina in psichiatria e psicologia sia in acuto che per eseguire controlli farmacologici e follow up.

Interrogati su “cosa ci attende nel futuro”, i 1.281 specialisti ritengono necessario non distogliere l’attenzione: il burden of disease del disagio mentale potrebbe aumentare nei prossimi 12/24 mesi sia con un aumento delle malattie legate allo stress che con un peggioramento delle condizioni cliniche di quelli già diagnosticati. Nonostante ciò, è stata osservata una discreta capacità di fronteggiare gli eventi negativi e di mettere a punto strategie di coping con uno sviluppo di resilienza anche grazie alla capacità dei clinici italiani di dare con nuove strategie supporto psicologico e psichiatrico.

di Rossella Gemma

In occasione della Giornata Nazionale Parkinson che si celebra sabato 26 novembre, EVER Pharma pone l’attenzione sul tema delle “terapie avanzate”, con l’obiettivo di mettere a fuoco quel delicato momento della progressione della malattia in cui i pazienti iniziano a manifestare sintomi quali fluttuazioni motorie e ipercinesie, ossia periodi di blocco motorio prolungato e/o non prevedibile, e movimenti involontari che provocano forti disabilità e impattano in modo significativo sulla loro qualità di vita.

“In molti pazienti può accadere che, dopo diversi anni, la terapia assunta per via orale non sia più in grado di controllare in modo soddisfacente la sintomatologia - afferma il Prof Fabrizio Stocchi dell’Università e IRCCS San Raffaele Roma - Nel 40-50% dei casi le fluttuazioni motorie compaiono dopo 5 anni di trattamento e nell’80% si manifestano dopo 10 anni, mentre la prevalenza di ipercinesie in pazienti che seguono cure a lungo termine varia dal 30 all’80%”.

Risulta fondamentale, quindi, un approccio terapeutico appropriato che tenga conto di tutte queste possibili variazioni.

Oggi è possibile affrontare con successo questa fase critica grazie all’innovativa terapia integrata con Dacepton®, un farmaco a base di apomorfina, il più potente tra i dopamino-agonisti, che consente in tempi rapidi la riduzione della durata delle fasi di blocco motorio e dell'intensità delle ipercinesie, garantendo al tempo stesso minore invasività rispetto alle altre cosiddette “terapie avanzate”. Le novità di questa terapia integrata sono rappresentate dalla pompa D-mine®, un device elettronico di ultima generazione, che permette anche il monitoraggio dell’aderenza al trattamento e da D-mine® care, un servizio di assistenza al paziente con infermieri e call center a disposizione fin dall’inizio e per tutto il periodo di cura. Una somministrazione più semplice insieme a un’assistenza infermieristica assicurata, sono due elementi unici nel panorama terapeutico oggi disponibile, che fanno la differenza per il paziente e il caregiver.

“Lo sforzo della ricerca scientifica degli ultimi anni – commenta il Prof Angelo Antonini dell’Università di Padova - è stato rivolto al tentativo di restituire al paziente parkinsoniano, in fase avanzata di malattia, quella stessa stabilità di condizione motoria garantita nei primi anni di trattamento. Particolare attenzione è stata posta sulle modalità di somministrazione di farmaci dopaminergici, così importante per il buon esito della terapia e che mira a superare le difficoltà del trattamento orale utilizzando una via di somministrazione sicura e più semplice come quella sottocutanea. L’opportunità terapeutica integrata di Dacepton rappresenta un importante passo avanti in tal senso, soprattutto perché è integrata con un servizio di assistenza infermieristica al paziente che parte dalla fase iniziale di formazione sul corretto utilizzo della pompa D-mine®, prosegue in maniera costante per tutta la durata del trattamento e prevede la raccolta di preziose informazioni sull’andamento della terapia, elaborate e condivise con il clinico di riferimento”.

L’innovazione terapeutica di Dacepton è stata resa possibile grazie al lavoro che EVER Pharma ha portato avanti in collaborazione con i clinici.

“Siamo molto coinvolti da questa nuova avventura nella cura della malattia di Parkinson - commenta Alessandro Motta, Amministratore Delegato di Ever Pharma Italia – e crediamo che la nuova proposta terapeutica integrata che presentiamo al Congresso dell’Accademia LIMPE-DISMOV possa fare la differenza nella gestione della malattia. Da sempre il paziente è al centro dell’impegno della nostra azienda che va oltre la ricerca e lo sviluppo di nuovi farmaci e amplia il suo raggio di azione nell’individuazione di quelle soluzioni e servizi che possano facilitare l’esperienza terapeutica di pazienti e caregiver”.

La malattia di Parkinson è la malattia neurologica che ha registrato negli ultimi anni il maggiore incremento in incidenza di nuovi casi e per la quale l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) ha iniziato di recente una campagna di sensibilizzazione globale perché rappresenta una delle cause maggiori di disabilità in neurologia. In Italia il Ministero della Salute stima che ci siano circa 230.000 persone ammalate, un dato possibilmente sottostimato soprattutto nelle persone più anziane. Circa il 10% dei pazienti contrae la malattia prima dei 50 anni e risultano più colpiti i maschi rispetto alle femmine. Si calcola che tra la popolazione generale venga diagnosticato un nuovo caso ogni 4.000 abitanti e, al di sopra dei 50 anni di età 1 nuovo caso ogni 1000.

La malattia di Parkinson è caratterizzata da una progressiva degenerazione delle cellule dopaminergiche e la diagnosi si basa sulla presenza di rallentamento motorio (bradi-acinesia), ipertono muscolare e tremore ed avviene quando oltre il 50% delle cellule dopaminergiche è già stato colpito. A questi sintomi si associa, più tardivamente, una progressiva compromissione dei meccanismi del controllo posturale e della deambulazione tali da compromettere le capacità motorie dei pazienti.

Pur nella sua gravità, la malattia rappresenta una eccezione in neurologia grazie alla possibilità di utilizzare una terapia sostitutiva che compensi il deficit dopaminergico che consente un buon controllo motorio per molti anni dopo la diagnosi.

 

di Rossella Gemma

La morfina non riduce la dispnea grave nei pazienti con broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) secondo uno studio pubblicato su JAMA. 
«La mancanza di respiro a lungo termine è una causa comune di sofferenza continua che spesso si verifica con una malattia avanzata e alla fine della vita. La BPCO può causare dispnea danneggiando i polmoni e le vie respiratorie, e per le persone gravemente malate con dispnea grave a lungo termine, l'attività fisica è spesso una sfida» afferma Magnus Ekström, dell'Università di Lund e del Blekinge Hospital, in Svezia, che ha diretto il gruppo di lavoro. I ricercatori hanno studiato 156 pazienti con BPCO, che soffrivano di dispnea grave a lungo termine, per tre settimane. Nella prima settimana, i partecipanti sono stati randomizzati in tre gruppi, due gestiti con basse dosi regolari di morfina una volta al giorno (8 milligrammi al giorno o 16 milligrammi al giorno) e un terzo, come controllo, che ha ricevuto un placebo. Durante le due settimane successive, i partecipanti sono stati randomizzati a ricevere altri 8 milligrammi di morfina o placebo, in aggiunta al trattamento precedente, per studiare l'efficacia del trattamento e il rischio di effetti collaterali derivanti da un aumento della dose di farmaco. Gli esperti hanno quindi confrontato i gruppi per vedere come i partecipanti avessero valutato la loro esperienza di mancanza di respiro e, con l'aiuto di sensori di movimento, hanno misurato l'attività fisica dei partecipanti. «Alcuni si aspettavano che lo studio mostrasse che la morfina a basse dosi potesse consentire alle persone di essere più attive fisicamente. Sfortunatamente, questo non si è verificato. Non abbiamo visto alcun miglioramento in termini di dispnea e di esperienza dei partecipanti» spiega Ekström. Gli autori sottolineano che quanto da loro trovato non significa che la morfina non fornisca alcun sollievo ai pazienti con grave mancanza di respiro a riposo o in cure palliative alla fine della vita, in quanto non hanno valutato questo aspetto. Nella maggior parte dei casi, in effetti, i pazienti da loro considerati non soffrivano di mancanza di respiro a riposo. «Sulla base dei nostri risultati, comunque, non possiamo generalmente raccomandare la somministrazione di morfina a persone con dispnea cronica» concludono i ricercatori.

«La mancanza di respiro a lungo termine è una causa comune di sofferenza continua che spesso si verifica con una malattia avanzata e alla fine della vita. La BPCO può causare dispnea danneggiando i polmoni e le vie respiratorie, e per le persone gravemente malate con dispnea grave a lungo termine, l'attività fisica è spesso una sfida» afferma Magnus Ekström, dell'Università di Lund e del Blekinge Hospital, in Svezia, che ha diretto il gruppo di lavoro. I ricercatori hanno studiato 156 pazienti con BPCO, che soffrivano di dispnea grave a lungo termine, per tre settimane. Nella prima settimana, i partecipanti sono stati randomizzati in tre gruppi, due gestiti con basse dosi regolari di morfina una volta al giorno (8 milligrammi al giorno o 16 milligrammi al giorno) e un terzo, come controllo, che ha ricevuto un placebo. Durante le due settimane successive, i partecipanti sono stati randomizzati a ricevere altri 8 milligrammi di morfina o placebo, in aggiunta al trattamento precedente, per studiare l'efficacia del trattamento e il rischio di effetti collaterali derivanti da un aumento della dose di farmaco. Gli esperti hanno quindi confrontato i gruppi per vedere come i partecipanti avessero valutato la loro esperienza di mancanza di respiro e, con l'aiuto di sensori di movimento, hanno misurato l'attività fisica dei partecipanti. «Alcuni si aspettavano che lo studio mostrasse che la morfina a basse dosi potesse consentire alle persone di essere più attive fisicamente. Sfortunatamente, questo non si è verificato. Non abbiamo visto alcun miglioramento in termini di dispnea e di esperienza dei partecipanti» spiega Ekström. Gli autori sottolineano che quanto da loro trovato non significa che la morfina non fornisca alcun sollievo ai pazienti con grave mancanza di respiro a riposo o in cure palliative alla fine della vita, in quanto non hanno valutato questo aspetto. Nella maggior parte dei casi, in effetti, i pazienti da loro considerati non soffrivano di mancanza di respiro a riposo. «Sulla base dei nostri risultati, comunque, non possiamo generalmente raccomandare la somministrazione di morfina a persone con dispnea cronica» concludono i ricercatori.

di Rossella Gemmma

Con la stagione autunnale sono tornate di grande attualità le vaccinazioni, una grande opportunità di salute pubblica. A richiamare l’attenzione sul tema sono due vaccini familiari: il richiamo annuale contro l’influenza e il nuovo vaccino contro il Covid-19, bivalente e diretto sia al ceppo originario del SARS-CoV-2 che alla variante Omicron e alle sue sottovarianti. A questi, si aggiungono i vaccini contro pneumococco, Herpes Zoster e meningococco, fondamentali soprattutto nei soggetti fragili, quali over 65, malati cronici, immunocompromessi. Questi vaccini contro pneumococco, Herpes Zoster e meningococco possono essere somministrati anche nella stessa seduta della vaccinazione contro l’influenza, permettendo di aumentare la protezione nei confronti di queste malattie che comportano un alto grado di disabilità e complicazioni individuali, oltre che un elevato consumo di risorse del SSN. Possono essere somministrati, seguendo le regole indicate dal tutorial SIMG, nella stessa seduta o comunque possono essere programmati con il paziente a scadenze successive. Proprio su questo tema è partita la nuova iniziativa congiunta di tre società scientifiche, la Società di Medicina Generale e delle Cure Primarie – SIMG, la Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali – SIMIT, la Società Italiana di Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica – SItI, le quali hanno lanciato la campagna “Non Solo Flu: porgi l’altra spalla 3.0. Stagione antinfluenzale 2022, un’opportunità per aumentare le coperture vaccinali”. Nella presentazione dell’iniziativa sono intervenuti il Prof. Claudio Cricelli, Presidente SIMG; Alessandro Rossi Responsabile SIMG Patologie Acute; Roberto Parrella, Vicepresidente SIMIT; Enrico Di Rosa, Coordinatore del Collegio Operatori SItI; a moderare il giornalista scientifico Daniel della Seta.

Dopo due anni in cui l’influenza ha colpito meno, si teme un ritorno aggressivo del virus. “Come ogni anno, siamo alla vigilia della vaccinazione antinfluenzale, che partirà intorno a metà ottobre in tutte le regioni – sottolinea il Prof. Claudio Cricelli – Occorre mantenere alta la guardia su questa epidemia, che si sospetta possa essere rilevante, sia per i dati dell’emisfero australe sia perché per due anni per le misure restrittive ha circolato poco è c’è un’immunità di comunità molto affievolita. Queste previsioni impongono la necessità di raggiungere elevati livelli di copertura. Inoltre, la vaccinazione contro l’influenza può fare da driver per altre vaccinazioni, a partire dal nuovo vaccino contro il Covid, che può essere anche somministrato nella stessa seduta senza alcun rischio per sicurezza ed efficacia. Il ruolo della Medicina Generale è come sempre di sostegno alle vaccinazioni dell’adulto a 360° e questa è un’occasione di rilancio. Proprio noi medici di famiglia possiamo indirizzare i diversi pazienti sulle forme di protezione più indicate per ciascuno”. Il proprio medico di famiglia resta dunque il principale punto di riferimento per stabilire le forme più appropriate di prevenzione. È possibile rivolgersi anche ai servizi vaccinali dei Dipartimenti di Prevenzione delle ASL territoriali e agli ambulatori vaccinali ospedalieri, mentre per il Covid restano in funzione alcuni hub vaccinali.

L’iniziativa – dichiara il Dott. Antonio Ferro, Presidente SItI – mira a ribadire l’importanza di vaccinarsi contro l’influenza, ma anche confermare quanto sia sicura la doppia somministrazione (anti-Covid-19 ed antinfluenzale), soprattutto per gli anziani. È fondamentale che le persone non aspettino l’ultimo momento a vaccinarsi. Quest’anno dovremo affrontare un’influenza particolarmente ‘aggressiva’, visto che le nostre difese immunitarie, negli ultimi due anni, per via della Pandemia, non sono state sollecitate. C’è preoccupazione proprio per questo motivo, ma anche per via del numero delle somministrazioni antinfluenzali in netto calo. Stiamo parlando di un ceppo ben identificato che proviene dall’Australia ed i vaccini che utilizziamo sono fatti proprio su questo. Il tutto, poi, dipenderà da come evolverà la situazione in generale, se torneremo ad impiegare le mascherine o no, una decisione che spetterà al Ministero”.

Il messaggio lanciato dagli specialisti porta l’attenzione anche ad altri vaccini non meno importanti, soprattutto per la popolazione sopra i 65 anni e per i soggetti immunocompromessi. Alcune infezioni virali e batteriche che provocano anche gravi conseguenze possono infatti essere prevenute. “Ci sono tre importanti malattie infettive da cui bisogna proteggersi: pneumococco, Herpes Zoster e meningococco – sottolinea il Prof. Claudio Mastroianni, Presidente SIMIT – In particolare, l’Herpes Zoster (spesso noto come Fuoco di Sant’Antonio) è una malattia gravata da severe complicanze soprattutto nei soggetti sottoposti a terapie immunosoppressive e che compromette in maniera importante la qualità della vita delle persone che ne sono affette. Da non sottovalutare lo pneumococco che è una la più frequente causa di polmonite, soprattutto nei soggetti anziani, in cui può avere una evoluzione sfavorevole. Oggi abbiamo la possibilità di utilizzare dei vaccini estremamente efficaci, che prevengono queste infezioni con sicurezza senza effetti collaterali. Inoltre, con una maggiore prevenzione si evitano ospedalizzazioni e uso inappropriato di antibiotici, contribuendo così alla lotta all’antibiotico-resistenza, che rappresenta uno dei più seri problemi di sanità pubblica nei prossimi decenni”.

di Rossella Gemma

Buone notizie per i 3 milioni di italiani con problemi renali cronici, che riguardano il 10% della popolazione mondiale, con nuove diagnosi in drammatico aumento. Da oggi è possibile contrastare la progressione della malattia renale cronica, grazie a un trattamento rivoluzionario finora approvato solo contro il diabete e l’insufficienza cardiaca. Lo studio internazionale EMPA-KIDNEY, condotto dall’Università di Oxford con la partecipazione dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova, centro coordinatore per l'Italia, ha dimostrato che la terapia non ha controindicazioni nei pazienti, e riduce del 28% l'avanzamento della malattia e il rischio di morte cardiovascolare. Lo studio clinico ha ricevuto lo stop anticipato per gli evidenti effetti positivi registrati dopo il trattamento e i suoi risultati sono stati appena pubblicati sull’importante rivista The New England Journal of Medicine.

La malattia renale cronica (MRC) è una delle principali cause di mortalità a livello globale: si stima che ogni anno nel mondo ci siano almeno 5 milioni di decessi con un numero di casi in costante crescita, essendo la MRC strettamente collegata ad altre patologie metaboliche e cardiovascolari, tra cui il diabete, l’ipertensione e l’obesità. Pertanto, la diagnosi precoce e la cura di MRC possono avere importanti e favorevoli ricadute sulla salute pubblica e sulla spesa sanitaria.

Fino ad oggi la strategia terapeutica per rallentare il peggioramento della malattia era tradizionalmente basata sul controllo e la correzione dei fattori di rischio renale e cardiovascolare, come la pressione o l’indice glicemico - dichiara Roberto Pontremoli, direttore della Clinica di Medicina Interna 2 del Policlinico San Martino, professore ordinario di Medicina Interna dell’Università di Genova e coordinatore  nazionale dello studio – Questa strategia, tuttavia, si è dimostrata solo parzialmente efficace e la maggior parte dei pazienti manifesta un progressivo deterioramento nel tempo della funzione renale. Recentemente, dapprima nei pazienti con diabete tipo 2 e anche in pazienti con malattia renale cronica ma senza diabete, le glifozine hanno dimostrato una spiccata capacità di rallentare l’evoluzione della malattia”. 

Le glifozine sono una nuova classe di farmaci che agiscono con un meccanismo metabolico del tutto nuovo, inizialmente studiati e utilizzati come antidiabetici. “Questi farmaci – chiarisce Pontremoli - bloccano il funzionamento di alcune proteine renali, chiamate cotrasportatori sodio-glucosio, fondamentali per il mantenimento dei livelli ottimali di glucosio nel sangue. Le glifozine, inibendo il funzionamento di queste proteine, prevengono l’accumulo di glucosio in eccesso che viene espulso dall’organismo attraverso le urine. Il passaggio di glucosio attraverso il rene nelle urine innesca meccanismi che portano molteplici effetti protettivi sulle cellule renali”.

EMPA-KIDNEY è uno studio internazionale di nefroprotezione, ad oggi il più esteso, che ha coinvolto, oltre l’Italia, 7 paesi, Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Germania, Malesia, Giappone e Cina. L’indagine ha valutato in 6.609 pazienti con problemi renali, con e senza il diabete, la sicurezza e l’efficacia del trattamento con empagliflozin. L’obiettivo primario dello studio era valutare se il farmaco rallentasse la progressione della malattia renale e riducesse il rischio di morte per cause renali o cardiovascolari.

I pazienti, con età media di 63.8 anni, sono stati seguiti per due anni per valutare l’andamento della malattia, la mortalità e i ricoveri – precisa Pontremoli – Un evento cardiovascolare (infarto o ictus) o renale si è verificato in 432 dei 3.304 pazienti del gruppo che ha assunto il farmaco e in 508 dei 3.305 pazienti del gruppo placebo, dimostrando che il farmaco riduce del 28% la progressione della malattia in forma più grave, sia nei pazienti diabetici che in quelli senza diabete. Inoltre, – aggiunge l’esperto – nel gruppo che ha assunto empagliflozin si è registrato un minor numero di ricoveri, con una riduzione del 14% rispetto al gruppo placebo. Questo studio è importante perché suggerisce la possibilità di estendere l’impiego dell’empagliflozin in pazienti con problemi renali cronici anche senza diabete - conclude Pontremoli – Inoltre, il trattamento è destinato ad influenzare significativamente gli standard terapeutici per i prossimi 10-20 anni. Potrà infatti migliorare la prognosi dei pazienti nefropatici, ritardando la necessità di sottoporsi a dialisi e/o a trapianto del rene ed evitando malattie cardiache associate a problemi renali”.

di Rossella Gemma

L’Agenzia Italiana del Farmaco ha pubblicato il tredicesimo Rapporto di farmacovigilanza sui vaccini anti-COVID-19. I dati raccolti e analizzati riguardano le segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete Nazionale di Farmacovigilanza tra il 27 dicembre 2020 e il 26 settembre 2022 per i vaccini in uso nella campagna vaccinale in corso. Nel periodo considerato sono pervenute 139.548 segnalazioni su un totale di 140.689.690 di dosi somministrate (tasso di segnalazione di 99 ogni 100.000 dosi), di cui l’81,5% riferite a eventi non gravi, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia/stanchezza, dolori muscolari.

Nel terzo trimestre del 2022 i tassi di segnalazione relativi alla 1a dose restano più elevati rispetto alle dosi successive e sono notevolmente più bassi dopo la 4a dose (2a dose booster) per i vaccini per i quali è prevista. Le segnalazioni gravi corrispondono al 18,5% del totale, con un tasso di 18 eventi gravi ogni 100.000 dosi somministrate, in linea con i precedenti Rapporti. Si ricorda che la gravità delle segnalazioni viene definita in base a criteri standardizzati che non sempre coincidono con la reale gravità clinica dell’evento.

Gli eventi avversi più segnalati per tutti i vaccini, indipendentemente dalla gravità, sono febbre, cefalea, dolori muscolari/articolari, brividi, disturbi gastro-intestinali, reazioni vegetative, stanchezza, reazione locale o dolore in sede di iniezione. Al 26/09/2022, le vaccinazioni con le formulazioni bivalenti aggiornate alle nuove varianti Omicron erano già iniziate ma non si registravano segnalazioni di sospette reazioni avverse.

I dati contenuti in questo Rapporto periodico sono coerenti rispetto a quelli pubblicati fino a oggi e in linea con le informazioni di sicurezza già discusse a livello europeo.

di Rossella Gemma

Fino al 40% delle donne italiane viene colpito almeno una volta nella vita da infezioni urinarie. E circa il 20% di loro racconta di aver avuto episodi che si sono ripetuti nel tempo. In quattro casi su cinque si tratta di cistite, un’infiammazione della vescica causata quasi sempre da batteri presenti nella flora intestinale che, per diversi motivi, possono arrivare a far danno nelle vie urinarie. La soluzione non sta, come troppo spesso si pensa, in cure antibiotiche fai-da-te perché rischiano di essere controproducenti, facendo aumentare la probabilità di sviluppare l’antibiotico-resistenza. È necessario rivolgersi all’esperto del settore, ovvero all’urologo: solo lui può indicare il percorso terapeutico più adatto a risolvere il problema, che spesso passa anche da piccoli interventi nello stile di vita. Delle ultime strategie per affrontare le infezioni urinarie hanno discusso in questi giorni gli esperti nazionali e internazionali al 95° Congresso nazionale della Società Italiana di Urologia (SIU), che si conclude oggi a Riccione. Quattro giorni con decine di simposi e sessioni, talk show e corsi di aggiornamento cui hanno partecipato quasi 2000 urologi provenienti da tutta Italia.
 
“I campanelli d’allarme con cui si presenta la cistite di solito sono sempre gli stessi: uno stimolo urgente e spesso doloroso a urinare, un forte bruciore durante la minzione, la sensazione di non riuscire mai a svuotare completamente la vescica. Le urine possono apparire torbide e maleodoranti, talvolta con tracce di sangue. Soprattutto si avverte un senso di pesantezza e fastidio nella parte bassa dell’addome – spiega Andrea Salonia, professore di Urologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e responsabile dell’Ufficio Educazionale della SIU.

Perché la cistite è una malattia soprattutto femminile? “Il primo motivo è di carattere anatomico: infatti, nelle donne l’uretra, cioè il canale che porta alla vescica, è più corta rispetto agli uomini e più facilmente transitabile da parte degli agenti microbici – continua il prof. Salonia –. La anatomia femminile nella zona genitale rende peraltro le vie urinarie e l’ultimo tratto dell’intestino molto vicini tra loro, e certamente più che negli uomini, rendendo più facile il compito ai batteri, che possono arrivare con facilità alla vescica. I fattori scatenanti sono vari. Per esempio i rapporti sessuali penetrativi, a seguito dei quali i batteri possono risalire lungo le vie urinarie. Oppure la stipsi e la sindrome del colon irritabile. In questi casi gli stessi batteri si moltiplicano e possono diffondersi dal distretto intestinale a quello delle vie urinarie. O ancora la menopausa, perché la carenza di estrogeni altera il pH della mucosa vaginale e favorisce le infezioni. Infine, un’igiene intima scorretta: oggi c’è una tendenza a esagerare con saponi troppo aggressivi, che indeboliscono le difese e rendono più probabili le infezioni vaginali”.

Le strategie per risolvere il problema passano anzitutto da un intervento sugli stili di vita. Una regola d’oro in caso di cistite episodica, che però vale anche come forma di prevenzione, è quella di bere tanto: “Almeno 8 bicchieri di acqua al giorno, per depurare l’organismo ed evitare l’accumulo di tossine e batteri responsabili dell’infiammazione. Per le stesse ragioni è molto importante cercare di non trattenersi, ma assecondare subito lo stimolo a urinare, perché il ristagno di urina nella vescica facilita la proliferazione di batteri. Urinare prima e dopo il rapporto sessuale. Usare detergenti intimi a pH neutro e non aggressivi. Per controllare la stipsi, potenziale alleata della cistite, può essere utile mangiare un paio di kiwi al giorno: regolano l’intestino e sono ricchi di vitamina C, che riduce la basicità dell’urina”.

Per quanto riguarda il grande capitolo delle terapie farmacologiche, gli esperti mettono in guardia contro un uso spregiudicato degli antibiotici: “Ricorrere a questi farmaci senza sentire prima l’urologo è rischioso, perché non fa altro che favorire l’antibiotico resistenza, cioè quel fenomeno per cui i batteri sviluppano una capacità di sopravvivere all’azione di uno o più farmaci di questo tipo. Ed espone al rischio di avere cistiti sempre più frequenti e molto spesso delle fastidiose candidosi vaginali– precisa il prof. Salonia –. Per questo, qualora l’urinocoltura, cioè l’esame delle urine che identifica i batteri responsabili dell’infezione in corso, rivelasse una carica batterica bassa, sarebbe più opportuno intervenire assumendo probiotici, che contribuiscono a rendere più acide la superficie delle mucose genitali, inibendo l’azione dei batteri patogeni. Se invece la carica batterica fosse elevata, sarà l’urologo, sulla base dei risultati dell’urinocoltura e delle caratteristiche della paziente, a stabilire un’eventuale terapia antibiotica specifica”.

C’è una forma di cistite molto diversa e molto più invalidante di quella provocata dalle infezioni batteriche: è la cistite interstiziale, un’infiammazione cronica e dolorosa della parete della vescica, che colpisce con grande prevalenza le donne (in rapporto di 5 a 1 rispetto agli uomini). “I suoi sintomi principali sono bruciore, dolore vescicale avvertito sia durante la minzione che come pelvico, cioè in tutta la parte dell’addome sotto l’ombelico. In più si ha un persistente e urgente bisogno di urinare – spiega Salonia –. Le cause non sono ancora completamente note; si sono però osservati una discontinuità e un indebolimento della pellicola che riveste internamente le pareti della vescica, favorendo uno stato infiammatorio costante. In pratica, è come avere una cistite ostinata che non vuole saperne di guarire, con gravi conseguenze sulla qualità della vita quotidiana, dal lavoro ai rapporti sociali, fino, ovviamente, a compromettere la sessualità. Due sono le principali vie terapeutiche: quella farmacologica, che comprende anche terapie a base di glicosaminoglicani utilizzati per ripristinare e rafforzare il tessuto; e quella endoscopica, con una procedura chiamata idrodistensione della vescica, che oltre ad avere scopo diagnostico può agire sulle terminazioni nervose responsabili dei dolori”.

di Rossella Gemma

“Peggio della malattia stessa”. E’ così che descrivono stigma e discriminazione, di cui sono troppo spesso vittime, con conseguenze sulla qualità e sulla durata della vita, le persone con un disturbo di salute mentale provenienti da 40 Paesi del mondo, in un’indagine condotta da una Commissione della rivista The Lancet, appena pubblicata in un editoriale. Lo stigma legato ai disturbi mentali ha molte forme che portano a una miriade di conseguenze, spesso sottovalutate. Gli effetti, infatti, si riflettono sulle opportunità di lavoro e di reddito, sull’inclusione sociale e addirittura sulle cure non solo della malattia stessa ma anche delle altre patologie non collegate a quella mentale, incidendo sull’aspettativa di vita che, tra i pazienti con disturbi psichici, è inferiore al resto della popolazione. Si tratta di una piaga mondiale, molto evidente anche in Italia, dove secondo uno studio la mortalità per tumore e infarto è 2,6 volte più alta tra i pazienti con problemi di salute mentale. Un dato, quest’ultimo, reso noto di recente da una ricerca sulla mortalità dei pazienti psichiatrici, condotta in collaborazione con la Regione Emilia Romagna, e pubblicata sulla rivista Psychiatry Research. Lo studio ha esaminato 137.351 pazienti presi in carico dai Servizi di Salute Mentale della regione Emilia Romagna tra il 2001 e il 2018. I dati sulla mortalità sono stati confrontati con quelli di un campione di popolazione generale, con caratteristiche simili di età, sesso e condizione sociale. “Nel periodo osservato, sono stati registrati 11.236 decessi per comuni patologie cardiovascolari e oncologiche - commentano Massimo di Giannantonio ed Enrico Zanalda, co-presidenti Società Italiana di Psichiatria (SIP) - Il numero di decessi dei pazienti psichiatrici è risultato due volte più alto rispetto a quello della popolazione generale, registrando ben 5.594 morti in eccesso. Questo significa - precisano gli esperti - che avere un disturbo psichiatrico comporta un rischio di morte superiore a più del doppio di quello atteso nella popolazione generale. Ma il dato più allarmante riguarda la depressione, in quanto quasi la metà delle morti in eccesso (46,2%) impatta questa patologia. I dati emersi - sottolineano gli esperti - indicano che lo stigma pesa anche sui ritardi negli accessi alle cure e sulle difficoltà di adesione a programmi di prevenzione e screening. Gli stessi operatori sanitari, infatti, non sempre sanno diagnosticare e curare al meglio le persone con problemi di salute mentale. E’ dunque fondamentale per ridurre la mortalità, eliminare lo stigma con azioni radicali e urgenti, a livello globale a partire da corsi di formazione obbligatori per tutto il personale sanitario e socio assistenziale, sui diritti e i bisogni delle persone con disturbi psichici – avvisano di Giannantonio e Zanalda, unendosi all’appello lanciato da The Lancet.

L’analisi della Commissione denuncia anche le dimensioni dell’emergenza sulla salute mentale “Stime recenti suggeriscono che una persona su otto, quasi un miliardo di persone a livello globale, vive con un disturbo di salute mentale. Nei giovani dai 10 ai 19 anni d'età a soffrirne è invece una persona su 7”.

La pandemia ha contribuito a far luce sull'emergenza salute mentale a livello globale. “Solo nel primo anno dell'emergenza Covid-19 continuano gli autori dell’indagine - si è verificato un aumento del 25% della prevalenza di depressione e ansia. Tuttavia, nonostante l'elevata incidenza dei disturbi di salute mentale in tutto il mondo, sono diffusi anche lo stigma e la discriminazione legati a essi, che, nei Paesi a più basso reddito, portano all'esclusione delle vittime dalla società e alla negazione dei diritti umani fondamentali, come il diritto al voto, di sposarsi o di ricevere un’eredità”.

La Commissione ha esaminato le evidenze riguardanti eventuali interventi efficaci per ridurre lo stigma e chiede un'azione immediata da parte di governi, organizzazioni internazionali, datori di lavoro, operatori sanitari e organizzazioni dei media, insieme a contributi attivi da parte di persone con esperienza di malattie mentali, per lavorare insieme al fine di eliminare lo stigma e la discriminazione sulla salute mentale.

Occorre fare di più anche sul fronte degli investimenti nei servizi di salute mentale. La Commissione di The Lancet ha rilevato che nel mondo, in media, la spesa per la salute mentale è di solo il 2 per cento della spesa sanitaria totale; e le condizioni di salute mentale sono spesso escluse del tutto dai regimi di assicurazione sanitaria, a differenza della maggior parte delle condizioni di salute fisica. “In Italia si investe nei servizi di salute mentale il 2,9% del Fondo Sanitario Nazionale. Troppo poco – sottolineano di Giannantonio e Zanalda – per rispondere adeguatamente ai bisogni di oltre 4 milioni di italiani con un disturbo della salute mentale, un numero costantemente in crescita”.

La SIP si unisce così all’appello della Commissione The Lancet e, oltre a condividerne le finalità, ne approva anche gli strumenti raccomandati, frutto di un’attenta analisi delle evidenze oggi disponibili. Tra questi, oltre i corsi di formazione per il personale sanitario, anche la promozione di programmi di ritorno al lavoro per le persone con problemi di salute mentale, come stabilito nelle linee guida OMS, e di programmi scolastici per migliorare la comprensione delle condizioni di salute mentale. “Per contrastare lo stigma e la discriminazione in modo efficace – evidenziano i co-presidenti SIP bisogna coinvolgere attivamente le persone che hanno esperienza con queste problematiche. Ed è necessario che tutti i governi, le organizzazioni internazionali, le scuole, i datori di lavoro, l'assistenza sanitaria, la società civile e i media agiscano in maniera coordinata. Solo insieme possiamo porre fine allo stigma e alla discriminazione dei pazienti con disturbi psichiatrici, un obiettivo che abbiamo l’obbligo di raggiungere”.

di Rossella Gemma

Alle donne vengono prescritti più farmaci e farmaci studiati per gli uomini, con la conseguenza che 6 ricoveri su 10 per effetti avversi ai medicinali, da quelli per la tiroide agli ormoni, riguarda proprio loro. Allo stesso tempo, nel 53% dei casi le donne vengono operate per infarto in ritardo, ovvero oltre i 90 minuti dall’arrivo in ospedale, a fronte del 40% di quanto accade negli uomini e il rischio di morte dopo il bypass coronarico è il doppio. Questi alcuni dei numeri che emergono dagli studi presentati al decimo Congresso della Società internazionale di Medicina di Genere. "Le donne - spiega Teresita Mazzei, Professore di Farmacologia presso l'Università degli Studi di Firenze e Vicepresidente del congresso - hanno, ad esempio, il 27% di probabilità in più di aver prescritti degli antibiotici, secondo una metanalisi 1 basata su 11 studi che hanno raccolto 44 milioni di prescrizioni in diversi paesi europei, inclusa l'Italia. Eppure, l'uomo ha una probabilità quasi 3 volte più alta di ammalarsi di infezioni, incluse quelle da batteri resistenti, e di morirne.

In base a uno studio norvegese, l’incidenza di mortalità per sepsi era di 36 decessi per 100.000 persone l’anno negli uomini, rispetto a 28 per 100.000 nelle donne. A ‘difendere’ queste ultime, probabilmente è un sistema immunitario più efficace, grazie agli ormoni estrogeni. Ma sono anche diversi stili di vita: in genere fumano meno e bevono meno alcol". Le donne, però, hanno più reazioni avverse ai farmaci, non solo perché assumono più medicinali ma anche perché assumono le stesse dosi di quelli che vengono studiati su uomini del peso medio di 70 chili. "Le donne – prosegue Mazzei - hanno da 1,5 a 1,7 volte in più la probabilità di sviluppare effetti collaterali avversi rispetto agli uomini e più ospedalizzazioni per questo motivo: il 60% dei ricoveri ospedalieri per reazioni avverse ai farmaci, tra cui aritmie, si riferisce alle donne, come evidenzia uno studio dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) 3 e condotto su 15 milioni di casi segnalati tra 1967 e il 2018 in tutti i continenti".

I farmaci che provocano più reazioni avverse nelle donne sono quelli ormonali, anti-obesità, per la tiroide e per l'osteoporosi. Proprio quest'ultima malattia racconta, invece, un'altra contraddizione: "i farmaci per la salute delle ossa vengono sottoprescritti agli uomini anche se proprio loro rischiano di più di morire per le conseguenze indirette di fratture". Dai 75 anni in poi, secondo il rapporto Osmed 2021 dell’Agenzia italiana del Farmaco (AIFA), per gli uomini c'è una spesa lorda pro capite di 12 euro mentre per la donna 24. Donne curate in ritardo per il cuore e muoiono di più La parità di accesso a cure appropriate è uno degli obiettivi principali del Servizio Sanitario Nazionale. Per verificare quanto questo sia garantito, uno strumento utile sono i dati del Programma Nazionale Esiti (PNE), una raccolta annuale di indicatori di performance degli ospedali italiani realizzato dall’Agenzia Nazionale dei Servizi Sanitari Regionali (AGENAS), nell’ambito del quale quest’anno è stata per la prima volta introdotta una sezione specifica su “Equità e genere”, i cui risultati saranno presentati al congresso internazionale di Medicina di Genere in corso a Padova. A partire dai dati del Sistema Informativo Ospedaliero (2020), un team di ricercatori di AGENAS, Istituto Superiore di Sanità (ISS), Dipartimento di epidemiologia del Lazio e ISTAT, ha utilizzato 18 indicatori rappresentativi di 5 aree cliniche e implementato un modello che ha utilizzato anche misurazioni per genere. Tra le prestazioni sanitarie, la percentuale di interventi coronarici eseguiti entro 90 minuti dall'accesso all'ospedale per infarto è considerato uno degli indici di adeguato trattamento: la percentuale di chi ne ha beneficiato è inferiore per le pazienti di sesso femminile (40,5% rispetto a 53,4%). Per lo stesso gruppo è stato osservato anche un più alto tasso di mortalità entro 30 giorni dall'intervento di bypass coronarico (3% rispetto 1,6%).

D'altra parte, i pazienti di sesso maschile hanno maggiori rischi per l'area ortopedica, con una percentuale inferiore di interventi chirurgici di frattura dell'anca eseguiti entro 48 ore dall'arrivo all'ospedale: ne hanno beneficiato nel 45,7% dei casi rispetto al 51,8% delle donne. Questo va di pari passo con un tasso di mortalità più elevato entro un anno dall'intervento: 28,5 % rispetto a 16,2%. “Dati scientifici mostrano - sottolinea Walter Ricciardi, Professore Ordinario di Igiene e Medicina Preventiva all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma - che diverse malattie presentano differenze significative tra donne e uomini in termini di incidenza, diagnosi, progressione e risposta alla terapia. In particolare, le differenze nell'epidemiologia e nella storia naturale di malattie cardiovascolari, condizioni autoimmuni o tumori, sono oggi abbastanza ben riconosciute. Le politiche sanitarie, quindi, dovrebbero tener conto dei risultati degli studi scientifici e promuovere azioni di equità più efficaci. Tuttavia, - conclude - ancora oggi l'accesso ai sistemi sanitari, nel mondo e in Italia, presenta forti diseguaglianze tra i generi. Per questo, l'Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile dell'OMS punta l’attenzione sull'urgenza di promuovere politiche sensibili al genere anche nel settore sanitario”.