Comunicati

News Letter dell'ordine

di Rossella Gemma

E' italiano il primo test al mondo per la diagnosi del Papillomavirus umano (Hpv) disponibile in farmacia, che le donne possono eseguire a casa per individuare e tipizzare l'agente infettivo potenzialmente responsabile del cancro al collo dell'utero. L'hanno messo a punto Bruna Marini e Rudy Ippodrino, che dal 2009 al 2015 hanno frequentato il Corso di perfezionamento in biologia molecolare della Scuola Normale di Pisa, fondando poi nell'Area Science Park di Trieste la startup Ulisse BioMed. Il test si chiama 'Ladymed', è stato sviluppato presso la startup e validato clinicamente da istituti quali il Centro di riferimento oncologico di Aviano, l'azienda sanitaria universitaria integrata di Trieste e il Policlinico universitario Campus Biomedico di Roma.

"Grazie a un prelievo non invasivo, che la donna può effettuare direttamente a casa - spiegano dalla Scuola Normale - è possibile rilevare il virus anche senza ulteriori procedure mediche, con un considerevole abbattimento dei costi e dei tempi della diagnostica". I due ex allievi confermano che "il nostro test è non invasivo e sensibile", ed è "il primo al mondo presente direttamente in farmacia per il rilevamento del Papilloma. Rispetto ai test molecolari utilizzati negli screening nazionali, Ladymed è anche in grado di genotipizzare il virus, ovvero fornire indicazioni precise sul ceppo presente nell'infezione".

L'esame, aggiungono i due 'Archimede' italiani, "si inserisce nel panorama dei test 'consumer genetics', che hanno già ampiamente dimostrato di riscontrare un enorme interesse da parte dei consumatori. Basti citare il successo di test basati sull'autoprelievo come '23 and me' e 'My heritage'".
 

di Rossella Gemma

Trenta giorni di tour che toccheranno 15 città, per un totale di 1800 chilometri percorsi. Sono i  numeri del giro organizzato dai Medici di medicina generale, che toccheranno tutte le piazze d’Italia, per ascoltare i bisogni dei loro assistiti al grido di un hashtag molto chiaro: #adessoBasta. “Se la politica è l’arte del compromesso - dice il segretario generale FIMMG Silvestro Scotti - la medicina, anche e soprattutto quella di famiglia, è l’arte di ascoltare. Per questo, stavolta abbiamo deciso di farci ascoltare, e per farlo di dare vita a ad un vero e proprio tour nelle piazze d’Italia soprattutto dei piccoli paesi, pronti a cercare un ulteriore confronto con i cittadini ed essere sempre più un punto di riferimento di un servizio sanitario di prossimità ad accesso diretto e gratuito. Ricordiamo a tutti che in Italia ci sono 5.498 comuni sotto i 5.000 abitanti, che rappresentano il 69,47% del numero totale dei comuni italiani, dove vivono circa 10 milioni di cittadini ai quali va offerto, considerando una maggiore distanza da un'offerta di secondo livello specialistico, un servizio di cure primarie competitivo ed efficiente, partendo dalle unità elementari che noi chiamiamo micro-équipe, che possono migliorare anche l’efficienza del SSN nelle aree a maggiore densità di popolazione diventando il mattone costituente di forme più complesse di cure primarie”.

Lo scenario che si stenta a far comprendere è quello di un paese nel quale si registra un rapido e costante invecchiamento della popolazione, con l’esigenza di offrire risposte adeguate sul tema delle cronicità che hanno come fondamentali per l’assistenza di una tale popolazione la prossimità e la domiciliarità.

“Constatiamo con rammarico che le proposte portate avanti dalla nostra Federazione per sviluppare e migliorare l’organizzazione dell’assistenza sul territorio - prosegue Scotti – sono state scarsamente prese in considerazione e riteniamo che in piazza con noi ci affiancassero gli amministratori locali a cui illustrarle insieme ai loro cittadini, in modo da farne quasi una petizione popolare senza colori politici poiché riteniamo la tutela della salute e l’SSN fuori da questa disputa. Ancor più se parliamo di realtà territoriali distanti dalle grandi metropoli, dove spostarsi non è sempre facile e gli ospedali più vicini sono a kilometri e kilometri di distanza”.

Scotti ricorda con disappunto che a tantissimi medici manca il supporto di altre figure professionali che possano cioè aiutarli a gestire tutte quelle funzioni, spesso non mediche, che non gli permettono, se non con grande sacrificio, di prendersi cura dei pazienti e offrire loro un’assistenza migliore.

Il tour #adessoBasta ha preso il via ieri da Biella per poi toccare tutte le principali piazze d’Italia e spera di incontrare una rappresentanza dei 10 milioni di cittadini. Si distribuiranno i volantini con le ragioni di #adessobasta, hashtag che è stato tradotto in tutti i dialetti proprio per ricordare la territorialità e l’appartenenza alle comunità locali dell’offerta della medicina di famiglia, sarà anche una piazza social con dirette facebook e interviste dei presenti cittadini o amministratori locali e si ricaverà un primo docufilm dell’iniziativa che sarà diffuso durante il Congresso Nazionale della FIMMG di ottobre di quest’anno. Uno sforzo importante sia sotto il profilo economico che logistico, al quale i Medici di Famiglia della FIMMG non hanno voluto rinunciare, convinti che valga la pena combattere questa battaglia di civiltà in difesa di quel diritto alla salute che la costituzione italiana sancisce.

di Rossella Gemma

L'Europa "perde terreno nella battaglia per eradicare il morbillo". Dopo diversi anni di "costante progresso" verso l'eliminazione del virus nella regione europea, "il numero di Paesi che ha raggiunto l'eliminazione della malattia è diminuito". Quattro Paesi infatti hanno perso lo Status di 'morbillo-free'. Questa la conclusione della Commissione europea di verifica regionale per l'eliminazione del morbillo e della rosolia (RVC). L'analisi della Commissione è basata sui dati del 2018 relativi a 53 Stati membri della Regione europea. In base ai risultati, i 4 Paesi che hanno perso lo status di measles-free, ovvero 'liberi dal morbillo': Albania, Repubblica Ceca, Grecia e Regno Unito. A certificare la "drastica ripresa" della circolazione sono gli ultimi dati dell'Oms, diffusi due settimane fa: il numero di casi di morbillo in Europa da gennaio a giugno 2019 è stato circa 90.000, il doppio di quello riportato per lo stesso periodo nel 2018, e la metà si è verificata in Ucraina, seguita da Kazakistan e Georgia. Nel 2017 circa 110.000 persone sono morte di morbillo in tutto il mondo, per lo più bambini di età inferiore ai 5 anni. La malattia, tra le più infettive, si diffonde principalmente attraverso tosse e starnuti ma è prevenibile con due dosi di vaccino. "Se un'elevata copertura immunitaria non viene raggiunta e sostenuta, sia i bambini che gli adulti soffriranno inutilmente e alcuni moriranno tragicamente", ha dichiarato Guenter Pfaff, presidente del comitato di esperti dell'Oms sul morbillo in Europa.

di Rossella Gemma

"Nei prossimi 5 anni mancheranno 45 mila medici di base, ma chi va più dal medico di base, senza offesa  per i professionisti qui presenti? Nel mio piccolo paese vanno a farsi fare la ricetta medica, ma chi ha almeno 50 anni va su Internet e cerca lo specialista. Il mondo in cui ci si fidava del medico è finito". Spara a zero sulla categoria, Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, nel suo intervento al Meeting di Rimini per l'incontro 'Intergruppo sussidarietà: le riforme istituzionali', suscitando le reazioni dei  sindacati di categoria, della Federazione degli Ordini dei medici e dagli addetti ai lavori.
 
In un passaggio sulla sanità pubblica, l'esponente della Lega ha risposto a Roberto Speranza, segretario di Articolo Uno, che nel suo intervento aveva sottolineato la necessità di mettere più fondi nella sanità pubblica perché "nei prossimi anni andranno in pensione 45 mila medici di medicina generale. Se non mettiamo soldi nella sanità  pubblica, chi ha i soldi potrà curarsi e chi non ce li ha avrà un sanità sempre decadente".
 
Secca la replica a Giorgetti da parte del ministro della Salute, Giulia Grillo. "Ogni giorno 2 milioni di cittadini si recano nella rete capillare di ambulatori presenti su tutto il territorio nazionale. Dobbiamo essere orgogliosi di avere il diritto e il privilegio di poter liberamente scegliere il medico di famiglia di nostra fiducia senza pagare costose assicurazioni. I medici di medicina generale sono il primo presidio di salute per i cittadini, la base e la garanzia di un sistema sanitario pubblico in grado di assistere tutti in base alle personali necessità".
 
"Per guarire non basta un click - precisa il ministro - Il medico che abbiamo scelto ci conosce, ci segue negli anni, è in grado di aiutarci a fare prevenzione, ascolta i nostri dubbi e ci guida indicando i più corretti percorsi terapeutici. Un professionista spesso parte della famiglia, interprete e garante dei nostri bisogni di salute. Questa relazione umana, fiduciaria, di reciproco rispetto e responsabilità non può essere sostituita dalle informazioni su Internet: la letteratura scientifica ci ha già mostrato cosa accade quando questo rapporto umano viene eroso. Un incremento vertiginoso degli accessi impropri ai pronto soccorso, ricoveri potenzialmente evitabili, incremento dell'ansia e dell'incertezza ed estenuante ricerca di qualcuno di cui potersi fidare".
 
"Se è vero com'è vero - aggiunge Grillo - che abbiamo bisogno di rinnovare la nostra medicina territoriale mettendola nelle condizioni di essere più dinamica ed efficace, magari con team multi-professionali, con l'infermiere di famiglia ma anche con importanti investimenti tecnologici e informativi, non dobbiamo scordarci che qualunque riordino non potrà che orbitare attorno al fulcro della relazione di cura, un valore da rafforzare e potenziare. Nessun sito web può sostituirsi all'opera preziosa di chi dedica ogni giorno la propria vita alla cura degli altri con professionalità,
empatia ed entusiasmo", ammonisce il ministro.
 
"Io - conclude - sarò sempre al fianco dei nostri medici e di tutti i professionisti sanitari che compongono quella che per me è la più grande opera pubblica del nostro paese: il Servizio sanitario nazionale".
 
Altrettanto decisa è la replica della Fimmg. “Nessuno va più dal medico di famiglia? Non so quale realtà parallela descriva il sottosegretario Giancarlo Giorgetti. I numeri dicono che ogni giorno negli studi dei medici di famiglia del nostro Paese passano 2 milioni di italiani". A dirlo è il segretario generale della Federazione nazionale dei medici di medicina generale (Fimmg), Silvestro Scotti, che dall'AdnKonos Salute risponde al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri Giorgetti. "Senza calcolare i contatti telefonici o informatici - aggiunge Scotti - possiamo dire che in un mese il numero dei pazienti che vediamo è pari a quello dell'intera popolazione italiana. E se il sottosegretario conoscesse meglio il Paese reale, saprebbe che ci sono sempre più italiani che faticano a curarsi per problemi economici. Per queste persone anche il ticket è un problema. Noi restiamo l'unico riferimento di assistenza aperta e gratuita. Altro che visita dallo specialista cercato su Internet: con l'aumento del ticket sulla specialistica, sono i nostri studi ad accogliere chi fa fatica a sostenere i costi".
 
Per Scotti "la crisi di governo deve aver mandato in confusione il sottosegretario della Lega che evidentemente non riesce più a leggere in modo chiaro i sondaggi. Altrimenti ci spieghi come mai da un lato si richiama la sovranità popolare e poi, dall'altro, non si considerano i sondaggi che vedono i medici di famiglia a più dell'80% di gradimento da parte degli italiani, primi tra tutte le figure del sistema sanitario nazionale".

di Rossella Gemma

Gli antibiotici regnano sovrani nei piatti degli italiani, alimentando la farmaco-resistenza, tanto che le infezioni ospedaliere nel nostro Paese sono continuamente in crescita. Un fenomeno tristemente in controtendenza con il resto dell'Europa, dove la maggior parte dei paesi registra un calo. Tutta colpa dell'uso sconsiderato di questa classe di farmaci negli allevamenti di polli, tacchini e maiali.
  
Secondo i dati del Piano Nazionale di Contrasto dell'Antimicrobico-Resistenza, presentati in uno studio del Policlinico Gemelli pubblicato sulla rivista Igiene e Sanita' Pubblica, ben il 50% del loro uso globale e' nel settore veterinario. Un dato che secondo Walter Ricciardi, ordinario di Igiene e Medicina preventiva dell'Universita' Cattolica di Roma, ci fa guadagnare una "maglia nerissima" rispetto alla Ue, e che alimenta un'antibiotico-resistenza aggravata anche dalla trasmissione di superbatteri dall'animale all'uomo, tramite contatto diretto o attraverso il consumo di alimenti.
  
Non solo: attraverso pollame, uova e carne di maiale (compreso il prosciutto e tutti gli altri derivati), si ingeriscono, rileva Ricciardi, "frammenti di genoma modificati che entrano nel genoma di chi li mangia". La ricerca, che passa in rassegna i dati fino ad ora pubblicati sul tema, sottolinea come la salmonella mostri gia' la presenza di ceppi resistenti a piu' antibiotici, cosi' come E. coli, presente nelle piu' comuni specie allevate in Italia (tacchini 73,0%, polli 56,0%, suini da ingrasso 37,9%) e nell'uomo (31,8%).
  
Eppure, le leggi che regolamentano con rigidi protocolli e controlli l'uso degli antibiotici negli allevamenti ci sono. "Il problema - afferma Ricciardi - e' che il Piano del Ministero della Salute sull'antibiotico-resistenza varato nel 2017 finora e' rimasto sulla carta". La situazione e' a macchia di leopardo a livello regionale e addirittura delle singole Asl, reali responsabili dei controlli.
Inoltre, denuncia l'esperto, questi farmaci "vengono somministrati anche agli animali sani a scopo preventivo". Di qui l'appello: "Bisogna coinvolgere - dice - i manager delle strutture ospedaliere, i medici, i veterinari e gli allevatori. Se esiste una legge che vieta di prescrivere antibiotici agli animali se non sono malati, e' chiaro che asl e veterinari devono controllare. E' una questione di salute pubblica, il meccanismo deve partire".
  
Un problema che in Europa e' molto sentito, tanto che in Svezia e Olanda, la consapevolezza di allevatori, veterinari e medici ha portano ad una drastica riduzione delle farmaco-resistenze anche negli ospedali. L'obbligo della ricetta elettronica veterinaria per i farmaci per gli animali, scattato in Italia a meta' aprile di quest'anno, conclude Ricciardi "potrebbe essere un valido deterrente per il nostro paese, ma non bisogna scordare che c'e' un fiorente mercato d'importazione parallelo illegale di antibiotici, che viaggia su internet".

 

di Rossella Gemma

Creato un nuovo test basato su un prelievo di sangue, potenzialmente in grado di predire (con una accuratezza del 94%) chi si ammalerà di Alzheimer anni e anni prima dell'esordio dei sintomi della malattia. Reso noto sulla rivista Neurology, il traguardo si deve a un team di scienziati della Washington University School of Medicine a St. Louis. Il test si basa sulla misura della concentrazione nel sangue della proteina beta-amiloide (prima indiziata tra i presunti colpevoli della malattia) attraverso uno strumento che si chiama 'spettrometria di massa'. La beta-amiloide plasmatica è indicativa di quella accumulata nel cervello. A questa informazione si aggiunge l'età della persona e la presenza o meno nel suo Dna del 'gene' 'APOE4', noto per moltiplicare il rischio di Alzheimer fino a 5 volte. Un test in grado di predire il rischio Alzheimer - a costo sostenibile, altamente accurato e specifico e facilmente disponibile sul territorio - è considerato il 'Santo Graal' per gli scienziati che in tutto il mondo sono in lotta contro la malattia: infatti questa esordisce con i primi seri deficit di memoria solo molti anni dopo che i processi neurodegenerativi (innescati da vari meccanismi tra cui la sostanza beta-amiloide che si accumula nel cervello). Questo lungo periodo di ''incubazione'', di fatto, renderebbe tardiva e quindi vanificherebbe l'azione di eventuali terapie che venissero sviluppate contro la demenza.

di Rossella Gemma

Da ottobre via il superticket sulle prestazioni specialistiche ambulatoriali per più di 600mila lombardi. Lo annunciano il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, e l'assessore al Welfare, Giulio Gallera, al termine riunione della  giunta regionale. A essere esentati dal superticket saranno "almeno"  625mila cittadini lombardi in condizioni di potenziale vulnerabilità,  con reddito medio-basso e minori o persone disabili in famiglia.

Fontana spiega che le nuove agevolazioni valgono complessivamente  10,45 milioni di euro e si inseriscono nel programma di governo  regionale, di cui uno degli obiettivi da realizzare durante la  legislatura è la riduzione delle compartecipazioni alle spese  socio-sanitarie.

"La tappa odierna - aggiunge Gallera - scaturisce al termine di una  serie di verifiche di compatibilità legislativa rispetto alle  normative nazionali che stabiliscono vincoli molto rigidi anche in  presenza di adeguate coperture finanziarie. Questa manovra ha ottenuto inoltre piena condivisione da parte delle organizzazioni sindacali e  dimostra l'attenzione di Regione Lombardia nei confronti della persona e in particolare delle situazioni di fragilità".

Verranno esentate dalla quota fissa di cui alla legge  111/2011 per le prestazioni di specialistica ambulatoriale i nuclei  familiari con reddito compreso fra 18 e 30mila euro con presenza di un minore (315mila nuovi esenti), quelli con reddito tra 30 e 70mila euro con almeno due minori presenti nel nucleo stesso (270mila nuovi  esenti) e quelli con reddito pari o inferiore a 90mila euro con un  disabile che abbia diritto ad alcune specifiche esenzioni per  patologia (50mila nuovi esenti).

 Il provvedimento regionale dovrà ora essere sottoposto al vaglio del Comitato paritetico nazionale per la verifica dell'erogazione dei  Livelli essenziali di assistenza e del Tavolo per gli adempimenti previsti dalla conferenza Stato-Regioni. Dopodiché la misura sarà  operativa.

È sempre l'assessore Gallera ad annunciare che la giunta sta predisponendo anche un provvedimento legislativo che preveda nuove forme di esenzione per gli esponenti delle forze dell'ordine sui  ticket per i codici bianchi al pronto soccorso e per le prestazioni  specialistiche che si rendono necessarie a seguito di patologie  derivanti da motivi di servizio.

Negli anni scorsi, Regione Lombardia ha esentato dal pagamento del  superticket i cittadini (e i familiari a carico) con reddito inferiore a 18mila euro. La manovra aveva coinvolto un milione e 150mila lombardi. Nel 2018, il superticket è stato invece dimezzato: la  portata massima di tale compartecipazione è passata da 30 a 15 euro.

Trovata anche nel Lazio l’intesa per eliminare il super ticket per over 60 e categorie svantaggiate. L'assessore alla Sanità e l'Integrazione sociosanitaria della Regione Lazio,  Alessio D'Amato e il vice presidente della Regione Lazio, Daniele  Leodori, hanno firmato l'intesa con i segretari  regionali di Cgil, Cisl e Uil per l'abolizione del super ticket  nazionale, ovvero della quota di 10 euro del ticket delle ricette  sanitarie per la specialistica ambulatoriale, per gli over 60 anni e le categorie svantaggiate. Si tratta di una platea di oltre 400mila soggetti interessati. "Eliminiamo una tassa nazionale iniqua - spiega  l'assessore D'Amato - Un risultato straordinario raggiunto grazie alla collaborazione di tutti e che ci permette di compiere un ulteriore  passo in avanti verso una sanità più giusta ed equa".

 

di Rossella Gemma

Per un sanitario indossare e togliersi camice, mascherina etc fa parte dell'orario di lavoro e come tale va retribuito. Lo dice la sentenza 17635 della Cassazione che fa chiarezza a livello nazionale rispetto ad una serie di sentenze a livello locale. L'ultima di queste nelle Marche: qui, supportati da Cisl-Fp, 300 tra infermieri ed altri sanitari hanno ottenuto dal giudice del lavoro di Macerata una sentenza secondo cui il tempo che impiegano a vestirsi va conteggiato nell'orario di lavoro, 10 minuti in entrata e 10 in uscita per ogni turno svolto. La norma vale per gli infermieri che hanno un tempo di vestizione più lungo e se la ritrovano nel contratto del comparto, ma si pone per tutti i sanitari del comparto in tanto in quanto sono "in divisa". E i medici? Probabilmente non sono esclusi, ma dedurlo non è "spontaneo", perché il tema non è centrale né nel contratto della dirigenza né fin qui lo era nelle sentenze. 

La sentenza di Cassazione - A seguito di un contenzioso tra alcuni infermieri e un'Asl abruzzese, la Corte di Cassazione Sezione Lavoro con la recente sentenza 17635/2019 riconosce che il tempo tuta l'Asl lo deve pagare. Non è una novità: precedenti sentenze (19358/2010, 15492/2009, 15734/2003) dicono che il sanitario non va retribuito solo ove sia lui a decidere come e dove vestirsi, ma se a decidere è il datore di lavoro, il sanitario si presume "eterodiretto" e la sua vestizione rientra nel lavoro effettivo. Ora la Cassazione dice una cosa ulteriore: più gli indumenti sono "specifici" - diversi da quelli utilizzabili secondo un criterio di normalità sociale dell'abbigliamento - meno c'è dubbio che si tratti di tempo-tuta "eterodiretto". Altre sentenze di Cassazione (3901/19, 12935/18, 27799/17) affermano poi che le attività di vestizione e svestizione sono svolte nell'interesse non del datore di lavoro ma dell'igiene pubblica e come tali s'intendono autorizzate dall'Azienda stessa dando diritto alla retribuzione "anche nel silenzio del contratto collettivo integrativo". Una retribuzione che, se non s'intende ricompresa nel contratto di lavoro, va pagata a parte. E -nel caso abruzzese da cui origina la sentenza- visto che l'Asl la considerava a parte come tale sarà retribuita. 

News dalle Marche. «La sentenza 174 del 2 luglio 2019 del Tribunale di Macerata, pur essendo di primo grado, assume una rilevanza notevole nel contesto nazionale perché oltre a riconoscere il diritto dei ricorrenti alla retribuzione del tempo destinato ad indossare e dismettere la divisa aziendale, condanna l'Azienda a retribuire il tempo suddetto con gli arretrati degli ultimi 5 anni», spiega Luca Talevi, segretario generale della Cisl Funzione Pubblica Marche. La Regione dovrà riconoscere un totale di circa 750 mila euro e l'Azienda sanitaria unica ha già messo le mani avanti paventando minori risorse per assunzioni. Riepiloga Talevi: «Il nuovo contratto nazionale del comparto Sanità, del 21 maggio 2018 prevede la possibilità di regolamentare la materia della vestizione, che comprende anche l'importante momento del passaggio di consegne, con accordi regionali. Però la Regione Marche come altre regioni non ha ancora condiviso questi accordi con le organizzazioni sindacali. Ci auguriamo che dopo questa importante sentenza, ed altre in Italia che riconoscono questo importante diritto, la Regione si sieda ad un tavolo per affrontare il tema dato che per la Fp Cisl ricorrere in Tribunale è solo estrema conseguenza della mancata volontà della parte pubblica a confrontarsi costruttivamente. Qualora non si giunga ad un accordo la Fp Cisl Marche chiederà il riconoscimento di quanto dovuto per tutti i circa 8.000 lavoratori (in gran parte infermieri ed operatori socio sanitari) potenzialmente interessati a veder riconosciuto il loro diritto alla vestizione e/o al passaggio di consegne».

di Rossella Gemma

Firmato, la notte scorsa, il contratto dei medici e dei dirigenti del Servizio sanitario nazionale. Secondo quanto comunica una nota diffusa dalla Fp Cgil, è "finita un'attesa lunga oltre 10 anni con un risultato importante per i circa 130 mila professionisti della sanità interessati". Un'ipotesi di rinnovo, quella siglata nella notte, relativa al triennio 2016-2018 e che prevede un aumento medio procapite di 200 euro al mese.

Per il segretario nazionale della Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn, Andrea Filippi sono state "Premiate le carriere gestionali e professionali e valorizzato finalmente il lavoro dei giovani neo assunti che prenderanno una retribuzione di posizione minima di 1.500 euro annue da subito: un fatto storico mai accaduto prima. Così come lo è l'aver previsto la certezza di ottenere un incarico dopo 5 anni di servizio, con una retribuzione che sale di 2.000 euro all'anno".

Inoltre, aggiunge il dirigente sindacale, "fondamentali anche i risultati ottenuti per attenuare il forte disagio che i medici vivono nelle gravi carenze di organico: aumentate le indennità di guardia da 50 a 100 euro, addirittura 120 nei pronto soccorso e, soprattutto, finalmente chi ha più di 62 anni può chiedere di essere esonerato dalle guardie. Risultati economici e normativi che segnano un solco con anni di assenza contrattuale. Con l'istituzione di un organismo paritetico, infine, nuovo strumento di relazioni sindacali, metteremo al centro il benessere dei lavoratori, come sulle questioni di salute e sicurezza, a partire dall'affrontare il tema dell'emergenza aggressioni al personale sanitario", conclude Filippi.

A beneficiarne saranno i 130 medici e dirigenti che lavorano nelle Asl e ospedali. La Fp Cgil Medici ha raccolto in 7 punti il testo dell'intesa. "Nonostante le poche risorse a disposizione - sottolinea il sindacato - abbiamo aumentato le buste paga di tutti i dirigenti del Ssn, valorizzato il lavoro dei giovani, premiato le carriere, aumentato la quota pensionabile e retribuito il disagio di chi lavora la notte". E "con 200 euro lordi di aumento medio mensile, finalmente riprendiamo potere contrattuale dopo oltre 10 anni di attesa".

Ecco i 7 punti dell'intesa, commentati dal sindacato: 1) I medici e dirigenti con più di 5 anni di anzianità avranno la certezza di avere un incarico. Chiarito l'obbligo delle aziende di dare un incarico retribuito a tutti, anche a coloro che hanno lavorato a tempo determinato, con o senza soluzione di continuità. Una svolta storica che finalmente riconosce l'intera anzianità a tutti; 2) La maggior parte dei medici con più di 5 anni di anzianità riceverà un aumento di 2.000 euro sulla retribuzione di posizione. Oltre all'aumento economico previsto per tutti i dipendenti pubblici, circa 30 mila medici passeranno da 3.600 euro a 5.500 euro di posizione; 3) Stop alle aziende che non riconoscono le carriere. Aumenta la parte fissa di tutte le posizioni gestionali e professionali, storicizziamo i fondi e le posizioni e aumentiamo la quota pensionabile. Il riconoscimento professionale non è più una 'variabile' aleatoria.

E ancora, prosegue la Fp Cgil: 4) I giovani medici neoassunti anche sotto i 5 anni avranno una retribuzione fissa di posizione. Come mai successo prima d'ora passeranno subito da 0 a 1.500 euro annui; 5) La carriera professionale ha un grande valore, basta con l'appiattimento. Prima erano tutti fermi a 3.600 euro annui, o per i più fortunati a 4.500 euro, mentre ora si stabiliscono quattro step di posizioni fisse per gli incarichi professionali, che salgono da un minimo di 5.500 euro a 6.500 fino a un massimo 11.000 o 12.500 annui; 6) Una clausola di garanzia assicura a tutti una retribuzione di posizione certa in base all'anzianità e a prescindere dall'incarico: 5.000 euro al passaggio dei 5 anni, 6.000 al passaggio dei 15 anni e 7.000 al passaggio dei 20 anni; 7) L'indennità di guardia notturna sale da 50 a 100 euro per notte, 120 euro per chi lavora in pronto soccorso. Dopo i 62 anni a richiesta si può essere esonerati dalle guardie.

di Rossella Gemma

“Noi siamo i medici del cittadino e non i medici dello Stato. E siamo i professionisti che rendono possibile la piena realizzazione della democrazia in uno stato fondato sui diritti. È pertanto non solo sulle competenze, ma soprattutto sul ruolo di garante dei diritti dell’individuo che dobbiamo rifondare l’autorevolezza del medico, da più parti invocata. È questa la sfida che dobbiamo cogliere con gli Stati Generali, quale luogo dove provare a tracciare nuovi percorsi e condividere nuove soluzioni”.

È questo uno dei passaggi cardine del discorso con cui, questo pomeriggio, il presidente della Federazione degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli, ha dato ufficialmente il via agli Stati Generali della professione medica, l’ambizioso percorso - lungo un anno e mezzo e trasversale a tutta la società civile – che, nelle intenzioni dei promotori, porterà alla ri-definizione del ruolo del medico, della scienza medica, della medicina e della professione.  Un percorso che parte dalle “Cento tesi” messe a disposizione dal filosofo della Medicina Ivan Cavicchi e che condurrà a scrivere, tutti insieme e in maniera condivisa, la Magna Carta della professione stessa, che avrà il difficile e delicato compito di coniugarne i valori fondanti con i diritti e i bisogni dei cittadini, in un contesto sociale e civile sempre più articolato e complesso.

E proprio il rispetto e la garanzia dei diritti, dei medici e dei cittadini, è stato il filo conduttore della giornata. Una giornata che si è aperta con le parole di Carlo Rosselli, antifascista condannato all’esilio, sul significato e sulle possibilità di espressione della libertà, e che è proseguita, prima della riunione operativa dei cinque tavoli di Lavoro che, domani, partoriranno altrettanti Documenti sui “Cambiamenti e la crisi della Professione”, con la proiezione del corto “Apolide”, del regista Alessandro Zizzo.

Tratto da una storia vera, il film racconta la doppia battaglia di Dabo, un giovane della Guinea, laureato in Scienze politiche, che si trova ad affrontare prima la traversata verso l’Europa e poi la lotta contro il cancro. Una diagnosi a cui sono seguite le terapie del reparto di oncologia clinica polmonare del Giovanni Paolo II di Bari che - in particolare tramite l’amicizia nata con il medico Domenico Galetta - ha in qualche modo “adottato” il ragazzo venuto dal mare. Oggi Dabo, che ha potuto essere curato a carico del nostro Servizio sanitario nazionale, è mediatore culturale in Sicilia e sogna di tornare in Guinea.

“Questa storia- ha spiegato Anelli - rappresenta l’incarnazione dei valori del nostro Codice di Deontologia, che impone al medico di accogliere e curare chiunque chieda il suo aiuto, senza distinzioni di sesso, razza, provenienza, cultura, religione. Esprime anche i fondamenti del nostro Servizio Sanitario Nazionale, che è nato con l’intento di erogare a tutti le stesse cure, secondo i principi di solidarietà, equità e universalità. Questa storia esprime, infine, i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione, su cui fondare il nostro vivere comune, al di là di ogni individuale differenza”.

 Una giornata, quella di oggi, che non ha risparmiato argomenti ‘scomodi’, che comportano prese di coscienza dolorose e assunzioni forti di responsabilità, insieme all’individuazione, imparziale e a tratti impietosa, delle criticità che affliggono la professione e il Servizio sanitario nazionale.

Si è parlato di razzismo, discriminazione nei confronti degli immigrati, nuovo fronte sul quale i medici non possono voltarsi dall’altra parte, ma devono essere impegnati.

“La salute e il benessere dei migranti devono necessariamente procedere di pari passo con la salute e il benessere della comunità ospitante – ha ammonito Anelli -. La cultura dell’accoglienza non è un fatto ideologico, ma una questione deontologica, oltreché di sanità pubblica. Promuoverla, anche attraverso la formazione, ci permette di garantire a tutti quel diritto alla salute che, ricordiamolo, non è un diritto di cittadinanza, ma diritto di umanità, che ci spetta in quanto persone”.

 Si è parlato di regionalismo differenziato, che, se condotto senza un congruo sistema di contrappesi, può mettere a rischio la tenuta stessa del Servizio Sanitario Nazionale quale sistema che coniuga la sua dimensione universalistica con quella solidaristica, per garantire l’equità nell’accesso alle cure a tutti i cittadini e il diritto alla salute a tutte le persone presenti sul suolo italiano.

“Queste peculiarità del Servizio Sanitario Nazionale e il diritto alla salute ora rischiano di esser compromesse da una proposta che vorrebbe trasformare la legittima esigenza di autonomia in un processo che vede l’attribuzione della potestà legislativa esclusiva in materia di sanità ad ogni singola Regione. Proposta che rischia di creare modelli di assistenza differenti tra regione e regione e di approfondire il solco e le disuguaglianze tra le diverse zone del Paese – ha affermato il presidente Fnomceo – Non è questa la migliore opzione, non si deve innescare una contrapposizione tra nord e sud del paese quanto piuttosto trovare soluzioni, anche con finanziamenti dedicati che abbiano come obiettivo l’omogeneità delle prestazioni e dei servizi assicurati ai cittadini”.

È dunque tornata, nelle parole di Anelli, l’idea di un “Piano Marshall” per il servizio sanitario, che recuperi il gap storico, strutturale e organizzativo del sud attraverso finanziamenti ad hoc, senza quindi penalizzare le regioni virtuose del nord e senza innescare una contrapposizione nord/sud che non giova all’insieme del Paese.

 

Si è parlato, infine, di suicidio assistito.

“Considero il dialogo sul suicidio assistito utile e necessario – ha premesso Anelli - Credo che debba essere scevro da pregiudiziali ideologiche o politiche, e animato solo da sensibilità intellettuale e disponibilità a comprendere sino in fondo le ragioni di determinate scelte. Ma anche dalla volontà di valutare le possibili conseguenze del cambiamento del paradigma - quello che vede la malattia come il male e la morte come il nemico da sconfiggere - che sinora ha caratterizzato l’esercizio della professione medica”.

“Apriamo allora il dibattito, anche sul delicato tema del suicidio assistito – ha proseguito - Salvaguardiamo, tuttavia, sempre la libertà e il principio del primato della coscienza che deve essere garantito a tutti i cittadini, medici compresi, anche attraverso la possibilità di una obiezione di coscienza”.

“Il medico – ha del resto ricordato Anelli - rappresenta nella nostra società colui che, attraverso l’empatia e il rapporto umano e di fiducia che lo lega al paziente, riesce a garantire i diritti previsti dalla nostra Carta Costituzionale: il diritto alla salute e il diritto all’autodeterminazione. Garantire tutto ciò senza sovvertire l’assetto valoriale dell’essere medico è la sfida che coinvolge oggi non solo la professione medica, ma tutte le professioni sanitarie e la società civile”.