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News Letter dell'ordine

di Rossella Gemma

Dall'asma alla broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco), le malattie respiratorie interessano il 10% della popolazione italiana over 35, ovvero oltre 6 milioni di persone, e rappresentano la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e i tumori. A puntare l'attenzione su corretti stili di vita e diagnosi precoce è la campagna itinerante "APPlichiamoci per respirare meglio", l'iniziativa che prevede visite e screening in 28 città italiane. Le malattie che "tolgono il respiro" possono essere prevenute e trattate in maniera efficace, evitando che i sintomi interferiscano con la normale attività quotidiana e riducendo il tasso di mortalità.

Tuttavia, spesso, a causa della sottovalutazione dei sintomi (tosse, catarro, mancanza di fiato), vengono diagnosticate soltanto in fase avanzata, quando la funzione respiratoria è già compromessa. Ridurre il rischio di insorgenza di queste malattie e, laddove presenti, anticiparne la diagnosi, sono gli obiettivi di "APPlichiamoci per respirare meglio": a novembre e dicembre i poliambulatori degli studi di medicina generale in 28 città da Nord a Sud della penisola saranno aperti per giornate di screening e consulti gratuiti. Sarà possibile effettuare la spirometria, un esame rapido e non invasivo che valuta la funzionalità polmonare e consente di identificare facilmente l'ostruzione delle vie aeree. Inoltre, i pazienti potranno imparare a usare la app "Io Respiro", sviluppata per aiutarli a monitorare la salute respiratoria e seguire in maniera regolare la terapia prescritta dal medico.

In allegato la locandina della gara a scopo benefico, che vsi terrà nei giorni 14 e 15 Dicembre, presso il poligono di tiro "Accademia Legio Silent di Ferentino".

Gli introiti saranno devoluti al reparto di pediatria dell'Ospedale Civile Fabrizio Spaziani di Frosinone.

Allegati:
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di Rossella Gemma

Rafforzamento della rete reumatologica regionale e adozione di percorsi diagnostico-terapeutici adeguati, maggiore collaborazione, oltre che con la medicina del territorio, tra reumatologo, chirurgo e fisiatra: questi sono alcuni degli spunti emersi dal congresso “La mano reumatoide. Ruolo attuale della Chirurgia”, svoltosi nel weekend a Roma, con il patrocinio di Società Italiana di Chirurgia della Mano, Associazione Laziale Ortopedici e Traumatologi Ospedalieri (Aloto), Federazione delle Associazioni Dirigenti Ospedalieri Internisti (FADOI Lazio). Il tema centrale, discusso nell’incontro di Roma da internisti, reumatologi, chirurghi ortopedici, fisiatri, medici di famiglia e rappresentanti delle associazioni pazienti, è stato quello dell’importanza della collaborazione e della condivisione tra tutte le figure cliniche coinvolte nell’inquadramento di una malattia e nell’assistenza a una persona con la malattia, che necessita chiaramente di un approccio multidisciplinare, ma soprattutto di un percorso chiaro di cura.

Il polso e la mano sono i distretti più colpiti e spesso i primi ad essere interessati nell’artrite reumatoide. «È premessa condivisa da tutti che, per raggiungere il migliore risultato del trattamento sia fondamentale la collaborazione tra reumatologo, chirurgo della mano, fisiatra e medico di medicina generale. Tuttavia, ancora oggi spesso tra noi c’è scarsa comunicazione» ha detto Michele Rampoldi, direttore UOC Chirurgia ricostruttiva della mano della ASL Roma 2, ideatore e promotore del congresso. «Questo può portare il chirurgo ad operare quando non deve o il reumatologo a non inviare il paziente al chirurgo quando questo può migliorare la sua qualità di vita e risolvere una disabilità» ha proseguito.
«Grazie alle nuove terapie farmacologiche i pazienti affetti da questa malattia, oltre 400.000 in Italia, hanno significativamente migliorato la loro qualità di vita, limitato la disabilità e ridotto il ricorso a trattamenti chirurgici. Ma certamente la chirurgia ha ancora un ruolo significativo nella cura di questa condizione» ha aggiunto David Terracina, direttore UOC Medicina Ospedale S. Eugenio-CTO della ASL Roma 2, co-presidente del congresso.

Le malattie reumatologiche rappresentano in Italia la prima causa di invalidità temporanea e la seconda di invalidità permanente. Un trend in continua crescita che va di pari passo con quello dei costi per assistenza e pensioni di invalidità. Secondo i dati della Società italiana di reumatologia (Sir), già oggi il 27% delle pensioni di invalidità è attribuibile a queste patologie. «Risultano spesso ancora sottostimate e diagnosticate in ritardo» ha chiarito Maddalena Pelagalli, Vicepresidente dell’Associazione persone con malattie reumatiche e rare (Apmarr). Eppure, costano al Paese 4 miliardi di euro l’anno per l’assistenza socio-sanitaria, sempre secondo la Sir. Inoltre, «circa il 50% dei pazienti con malattie reumatiche muscolo-scheletriche croniche manifesta disabilità e otto persone su dieci sono costrette a convivere col dolore cronico, il che si traduce in oltre 22 milioni di giornate di lavoro perse ogni anno che corrispondono a un calo di produttività quantificabile in 2 miliardi e 800 milioni di euro. Tutto ciò senza considerare il drammatico impatto sulla qualità della vita» ha affermato Pelagalli.

«La diagnosi precoce e la tempestività del trattamento sono riconosciuti come l’unico strumento per affrontare la progressione di queste malattie, contrastando disabilità e costi crescenti. Per queste ragioni, insieme ai colleghi specialisti, ai rappresentanti delle associazioni di persone con malattie reumatiche e ai tecnici della Regione, abbiamo lavorato lo scorso anno alla stesura di un percorso diagnostico, terapeutico e assistenziale (Pdta) per le malattie reumatiche infiammatorie e autoimmuni nel Lazio» è intervenuta Marina Moscatelli, medico di famiglia. «Lo scopo era quello di equiparare la nostra regione ad altre più virtuose come l’Emilia-Romagna, il Piemonte, la Lombardia, il Veneto o la Toscana che già hanno deciso di affrontare tali malattie in forma più organizzata e strutturata, ma purtroppo questo lavoro si è bloccato, è stata data precedenza ad altre malattie come il diabete o quelle cardiovascolari, che certamente contano numeri di malati più elevati. Tuttavia, questo modo di ragionare si scontra con un dato di fatto: le malattie reumatiche colpiscono persone più giovani, spesso in piena età lavorativa, quindi a conti fatti tra costi diretti e indiretti il loro peso economico è molto più elevato» ha detto ancora.

È giunta l’ora – è stata la conclusione concorde degli esperti – di cambiare registro. Non dobbiamo più ragionare solo in termini di costi della salute, ma di investimenti per la salute. Perché è dimostrato non solo che prevenire è meglio che curare, ma anche che curare subito e con la massima appropriatezza costa meno che doversi poi prendere cura delle disabilità. E ciò vale non soltanto per la mano reumatoide.

 

di Rossella Gemma

Prende il via nel Lazio da domani, 15 ottobre, e fino al 31 dicembre, la campagna di vaccinazione antinfluenzale con le prime 350 mila dosi di vaccino a disposizione gratuitamente presso il proprio medico di famiglia, i pediatri e i servizi vaccinali delle Asl.

“Voglio rivolgere un appello per la vaccinazione – spiega l’Assessore alla Sanità e l’Integrazione Sociosanitaria della Regione Lazio, Alessio D’Amato – L’influenza non va sottovalutata e ogni anno mette rischio lo stato di salute dei cittadini soprattutto per gli anziani e le persone più deboli. Per le complicanze influenzali l’anno passato abbiamo avuto 88 casi gravi e 15 decessi. L’obiettivo della campagna antinfluenzale per quest’anno è quello di superare la media nazionale. Si tratta di un obiettivo molto importante che abbiamo condiviso con i medici di medicina generale mediante l’introduzione, per la prima volta di un sistema incentivante legato al raggiungimento dell’obiettivo prefissato”.

Da quest’anno inoltre, grazie alla collaborazione dei medici di medicina generale, tutti coloro che non hanno effettuato la scelta del medico potranno vaccinarsi nei 34 ambulatori di cure primarie presenti sul territorio regionale ed aperti nei weekend e festivi. Tutte le info sono disponibili sul sito Salutelazio.it e scaricando la app 'Salute Lazio'. 

Inoltre sempre con i medici di medicina generale è stato avviato un piano straordinario per la vaccinazione a domicilio per i malati cronici non deambulanti.

Il vaccino antinfluenzale è completamente gratuito per gli over 65 anni, per i soggetti a rischio di ogni età con patologie croniche, donne in gravidanza, per il personale sanitario e di pubblica sicurezza e, novità di quest’anno, anche per i donatori di sangue.

“Voglio rivolgere un ringraziamento per il loro impegno e un invito a vaccinarsi al personale medico e i professionisti sanitari. Vaccinarsi – conclude l’Assessore D’Amato - evita inoltre accessi al pronto soccorso non necessari e l’utilizzo inappropriato degli antibiotici per combattere la sindrome influenzale”.

di Rossella Gemma

In Italia si stimano circa 10.000 casi di decessi all’anno per infezioni resistenti ai comuni antibiotici, pari al doppio delle morti legate agli incidenti stradali. Per far fronte a questo scenario preoccupante, nel 2017 il Ministero della Salute ha pubblicato il Piano Nazionale di Contrasto dell’Antimicrobico-Resistenza (PNCAR) 2017-2020, fissando il percorso che le istituzioni nazionali, regionali e locali, devono compiere per un miglior controllo delle infezioni.

Esiste, però, una notevole variabilità tra Regioni nelle modalità di attuazione dei programmi di sorveglianza e controllo di questo fenomeno. Vista l’emergenza e con l’obiettivo di fare il punto su ciò che è stato fatto e ciò che c’è ancora da fare a livello regionale, creando una rete di comunicazione sulle infezioni correlate all’assistenza, nasce ICARETE. Progetto, che si compone di 12 incontri regionali, realizzato con il contributo non condizionante di MENARINI, che vede confrontarsi le istituzioni e i massimi esperti del settore. Il Progetto arriva in Lombardia una delle Regioni più virtuose nel sistema di controllo delle infezioni. La corretta aderenza alle norme igieniche preventive stabilite dall’Organizzazione Mondiali della Salute, un più appropriato utilizzo degli antibiotici sia ad uso veterinario che umano, sono alcune delle raccomandazioni che emergono dal confronto fra esperti. In aggiunta, nel breve termine, le istituzioni stanno cercando di agevolare le attività di ricerca di nuovi antibiotici, creando anche partnership pubblico/privato. Molto potrebbe essere fatto con le nuove terapie antibiotiche, rendendole disponibili ai pazienti sia a livello Nazionale che regionale-locale, secondo le indicazioni appropriate.

“L'antibiotico resistenza, come più volte ribadito, è un'emergenza globale e pertanto si devono prevedere interventi coordinati tra tutti coloro che partecipano in maniera diretta od indiretta a questo fenomeno”, ha spiegato Pierangelo Clerici, Direttore Dipartimento Medicina di Laboratorio e Biotecnologie Diagnostiche A.S.S.T. Ovest Milanese e Presidente Federazione Italiana Società di Medicina di Laboratorio (FISMeLab). “Sicuramente l'approccio One Health, che prevede come cardine l'utilizzo consapevole degli antibiotici sia a livello veterinario che umano, rappresenta la strategia vincente come evidenziato anche nel Piano Nazionale di Contrasto all'Antibiotico Resistenza (PNCAR) e dove ruolo determinate viene svolto dai microbiologi con il costante monitoraggio dei microrganismi isolati da pazienti e la determinazione delle resistenze agli antibiotici. Perciò, ruolo fondamentale ha lo sviluppo di nuove molecole di antibiotici che però non devono essere considerate come armi totipotenti ma il cui utilizzo deve essere mirato dopo un'attenta valutazione clinica e microbiologica”. Conclude Clerici. “Purtroppo, i numeri sono ancora preoccupanti. In una stima dell’Healthcare - Associated Infections Prevalence Study Group [Euro Surveill. 2018;23(46)] riferita agli anni 2016 e 2017, basata su 310.755 pazienti ricoverati in 1.209 ospedali in 28 Paesi europei e su 117.138 residenti in 2.221 Residenze Sanitarie per Anziani (RSA) di 23 paesi, le infezioni acquisite in ospedale avrebbero riguardato il 6,5% dei ricoverati in ospedale e il 3,9% dei residenti in RSA, per un numero stimato di infezioni giornaliere pari a 98.166 nei primi e a 129.940 nei secondi e un totale di quasi nove milioni di infezioni ospedaliere all’anno.

I casi con infezioni da microrganismi resistenti sarebbero stati il 31,6% negli ospedali e nel 28,0% nelle RSA. E qui si apre l’altro dolente capitolo. Le stime sul 2015 pubblicate sulla prestigiosa rivista scientifica Lancet riferite a infectious diseases dall’European Antimicrobial Resistance Surveillance Network (EARS-Net) nello scorso anno portano a una stima di oltre 670.000 infezioni da batteri antibiotico-resistenti nell’area europea, oltre il 63% delle quali contratte in ospedale, con un totale stimato di oltre 33.000 decessi. Maggiormente colpiti i bambini sotto l’anno di vita e gli ultrasessantacinquenni, con un significativo incremento dal 2007 in poi. Purtroppo, la situazione peggiore in assoluto è stata osservata in Italia, con oltre 200.000 casi e quasi 11.000 decessi stimati. Si collocano in questo scenario i 102 casi, segnalati tra il novembre 2018 e il 22 settembre 2019, di infezioni causate da enterobatteri produttori della metallo-beta- lattamasi New Delhi, che conferisce resistenza ai carbapenemi – una classe di antibiotici di fondamentale importanza nel trattamento di infezioni gravi. Un’accelerazione della diffusione di questo tipo di resistenza batterica ha già provocato, secondo i dati dell’Agenzia Regionale di Sanità Toscana, almeno 38 decessi. Come invertire la tendenza? Applicando con convinzione il Piano Nazionale contro l’antibiotico resistenze, con uno sforzo comune in tutte le Regioni.

"A partire da un atto molto semplice, il rigoroso rispetto delle regole sul lavaggio delle mani da parte degli operatori sanitari, su cui per ora non occupiamo certamente i primi posti in Europa”, ha detto Massimo Galli, Direttore Struttura Complessa Malattie infettive AO Sacco, Milano e Presidente Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali (SIMIT) “Da quando il problema dei super batteri resistenti alle terapie disponibili è emerso nella sua estrema gravità, la ricerca farmaceutica ha ripreso vigore e progressivamente sta mettendo a disposizione nuovi e più efficaci antibiotici: è auspicabile che si apra un dialogo fra aziende produttrici ed agenzie regolatorie nazionali e regionali per stabilire nuovi percorsi dedicati che consentano un accesso facilitato e rapido di questi nuovi fondamentali strumenti per la cura dei nostri pazienti, in linea con le azioni intraprese dalla Food and Drug Administration”, ha spiegato Claudio Zanon, Direttore Scientifico MOTORE SANITA’.

di Rossella Gemma

E' italiano il primo test al mondo per la diagnosi del Papillomavirus umano (Hpv) disponibile in farmacia, che le donne possono eseguire a casa per individuare e tipizzare l'agente infettivo potenzialmente responsabile del cancro al collo dell'utero. L'hanno messo a punto Bruna Marini e Rudy Ippodrino, che dal 2009 al 2015 hanno frequentato il Corso di perfezionamento in biologia molecolare della Scuola Normale di Pisa, fondando poi nell'Area Science Park di Trieste la startup Ulisse BioMed. Il test si chiama 'Ladymed', è stato sviluppato presso la startup e validato clinicamente da istituti quali il Centro di riferimento oncologico di Aviano, l'azienda sanitaria universitaria integrata di Trieste e il Policlinico universitario Campus Biomedico di Roma.

"Grazie a un prelievo non invasivo, che la donna può effettuare direttamente a casa - spiegano dalla Scuola Normale - è possibile rilevare il virus anche senza ulteriori procedure mediche, con un considerevole abbattimento dei costi e dei tempi della diagnostica". I due ex allievi confermano che "il nostro test è non invasivo e sensibile", ed è "il primo al mondo presente direttamente in farmacia per il rilevamento del Papilloma. Rispetto ai test molecolari utilizzati negli screening nazionali, Ladymed è anche in grado di genotipizzare il virus, ovvero fornire indicazioni precise sul ceppo presente nell'infezione".

L'esame, aggiungono i due 'Archimede' italiani, "si inserisce nel panorama dei test 'consumer genetics', che hanno già ampiamente dimostrato di riscontrare un enorme interesse da parte dei consumatori. Basti citare il successo di test basati sull'autoprelievo come '23 and me' e 'My heritage'".
 

di Rossella Gemma

Trenta giorni di tour che toccheranno 15 città, per un totale di 1800 chilometri percorsi. Sono i  numeri del giro organizzato dai Medici di medicina generale, che toccheranno tutte le piazze d’Italia, per ascoltare i bisogni dei loro assistiti al grido di un hashtag molto chiaro: #adessoBasta. “Se la politica è l’arte del compromesso - dice il segretario generale FIMMG Silvestro Scotti - la medicina, anche e soprattutto quella di famiglia, è l’arte di ascoltare. Per questo, stavolta abbiamo deciso di farci ascoltare, e per farlo di dare vita a ad un vero e proprio tour nelle piazze d’Italia soprattutto dei piccoli paesi, pronti a cercare un ulteriore confronto con i cittadini ed essere sempre più un punto di riferimento di un servizio sanitario di prossimità ad accesso diretto e gratuito. Ricordiamo a tutti che in Italia ci sono 5.498 comuni sotto i 5.000 abitanti, che rappresentano il 69,47% del numero totale dei comuni italiani, dove vivono circa 10 milioni di cittadini ai quali va offerto, considerando una maggiore distanza da un'offerta di secondo livello specialistico, un servizio di cure primarie competitivo ed efficiente, partendo dalle unità elementari che noi chiamiamo micro-équipe, che possono migliorare anche l’efficienza del SSN nelle aree a maggiore densità di popolazione diventando il mattone costituente di forme più complesse di cure primarie”.

Lo scenario che si stenta a far comprendere è quello di un paese nel quale si registra un rapido e costante invecchiamento della popolazione, con l’esigenza di offrire risposte adeguate sul tema delle cronicità che hanno come fondamentali per l’assistenza di una tale popolazione la prossimità e la domiciliarità.

“Constatiamo con rammarico che le proposte portate avanti dalla nostra Federazione per sviluppare e migliorare l’organizzazione dell’assistenza sul territorio - prosegue Scotti – sono state scarsamente prese in considerazione e riteniamo che in piazza con noi ci affiancassero gli amministratori locali a cui illustrarle insieme ai loro cittadini, in modo da farne quasi una petizione popolare senza colori politici poiché riteniamo la tutela della salute e l’SSN fuori da questa disputa. Ancor più se parliamo di realtà territoriali distanti dalle grandi metropoli, dove spostarsi non è sempre facile e gli ospedali più vicini sono a kilometri e kilometri di distanza”.

Scotti ricorda con disappunto che a tantissimi medici manca il supporto di altre figure professionali che possano cioè aiutarli a gestire tutte quelle funzioni, spesso non mediche, che non gli permettono, se non con grande sacrificio, di prendersi cura dei pazienti e offrire loro un’assistenza migliore.

Il tour #adessoBasta ha preso il via ieri da Biella per poi toccare tutte le principali piazze d’Italia e spera di incontrare una rappresentanza dei 10 milioni di cittadini. Si distribuiranno i volantini con le ragioni di #adessobasta, hashtag che è stato tradotto in tutti i dialetti proprio per ricordare la territorialità e l’appartenenza alle comunità locali dell’offerta della medicina di famiglia, sarà anche una piazza social con dirette facebook e interviste dei presenti cittadini o amministratori locali e si ricaverà un primo docufilm dell’iniziativa che sarà diffuso durante il Congresso Nazionale della FIMMG di ottobre di quest’anno. Uno sforzo importante sia sotto il profilo economico che logistico, al quale i Medici di Famiglia della FIMMG non hanno voluto rinunciare, convinti che valga la pena combattere questa battaglia di civiltà in difesa di quel diritto alla salute che la costituzione italiana sancisce.

di Rossella Gemma

L'Europa "perde terreno nella battaglia per eradicare il morbillo". Dopo diversi anni di "costante progresso" verso l'eliminazione del virus nella regione europea, "il numero di Paesi che ha raggiunto l'eliminazione della malattia è diminuito". Quattro Paesi infatti hanno perso lo Status di 'morbillo-free'. Questa la conclusione della Commissione europea di verifica regionale per l'eliminazione del morbillo e della rosolia (RVC). L'analisi della Commissione è basata sui dati del 2018 relativi a 53 Stati membri della Regione europea. In base ai risultati, i 4 Paesi che hanno perso lo status di measles-free, ovvero 'liberi dal morbillo': Albania, Repubblica Ceca, Grecia e Regno Unito. A certificare la "drastica ripresa" della circolazione sono gli ultimi dati dell'Oms, diffusi due settimane fa: il numero di casi di morbillo in Europa da gennaio a giugno 2019 è stato circa 90.000, il doppio di quello riportato per lo stesso periodo nel 2018, e la metà si è verificata in Ucraina, seguita da Kazakistan e Georgia. Nel 2017 circa 110.000 persone sono morte di morbillo in tutto il mondo, per lo più bambini di età inferiore ai 5 anni. La malattia, tra le più infettive, si diffonde principalmente attraverso tosse e starnuti ma è prevenibile con due dosi di vaccino. "Se un'elevata copertura immunitaria non viene raggiunta e sostenuta, sia i bambini che gli adulti soffriranno inutilmente e alcuni moriranno tragicamente", ha dichiarato Guenter Pfaff, presidente del comitato di esperti dell'Oms sul morbillo in Europa.

di Rossella Gemma

"Nei prossimi 5 anni mancheranno 45 mila medici di base, ma chi va più dal medico di base, senza offesa  per i professionisti qui presenti? Nel mio piccolo paese vanno a farsi fare la ricetta medica, ma chi ha almeno 50 anni va su Internet e cerca lo specialista. Il mondo in cui ci si fidava del medico è finito". Spara a zero sulla categoria, Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, nel suo intervento al Meeting di Rimini per l'incontro 'Intergruppo sussidarietà: le riforme istituzionali', suscitando le reazioni dei  sindacati di categoria, della Federazione degli Ordini dei medici e dagli addetti ai lavori.
 
In un passaggio sulla sanità pubblica, l'esponente della Lega ha risposto a Roberto Speranza, segretario di Articolo Uno, che nel suo intervento aveva sottolineato la necessità di mettere più fondi nella sanità pubblica perché "nei prossimi anni andranno in pensione 45 mila medici di medicina generale. Se non mettiamo soldi nella sanità  pubblica, chi ha i soldi potrà curarsi e chi non ce li ha avrà un sanità sempre decadente".
 
Secca la replica a Giorgetti da parte del ministro della Salute, Giulia Grillo. "Ogni giorno 2 milioni di cittadini si recano nella rete capillare di ambulatori presenti su tutto il territorio nazionale. Dobbiamo essere orgogliosi di avere il diritto e il privilegio di poter liberamente scegliere il medico di famiglia di nostra fiducia senza pagare costose assicurazioni. I medici di medicina generale sono il primo presidio di salute per i cittadini, la base e la garanzia di un sistema sanitario pubblico in grado di assistere tutti in base alle personali necessità".
 
"Per guarire non basta un click - precisa il ministro - Il medico che abbiamo scelto ci conosce, ci segue negli anni, è in grado di aiutarci a fare prevenzione, ascolta i nostri dubbi e ci guida indicando i più corretti percorsi terapeutici. Un professionista spesso parte della famiglia, interprete e garante dei nostri bisogni di salute. Questa relazione umana, fiduciaria, di reciproco rispetto e responsabilità non può essere sostituita dalle informazioni su Internet: la letteratura scientifica ci ha già mostrato cosa accade quando questo rapporto umano viene eroso. Un incremento vertiginoso degli accessi impropri ai pronto soccorso, ricoveri potenzialmente evitabili, incremento dell'ansia e dell'incertezza ed estenuante ricerca di qualcuno di cui potersi fidare".
 
"Se è vero com'è vero - aggiunge Grillo - che abbiamo bisogno di rinnovare la nostra medicina territoriale mettendola nelle condizioni di essere più dinamica ed efficace, magari con team multi-professionali, con l'infermiere di famiglia ma anche con importanti investimenti tecnologici e informativi, non dobbiamo scordarci che qualunque riordino non potrà che orbitare attorno al fulcro della relazione di cura, un valore da rafforzare e potenziare. Nessun sito web può sostituirsi all'opera preziosa di chi dedica ogni giorno la propria vita alla cura degli altri con professionalità,
empatia ed entusiasmo", ammonisce il ministro.
 
"Io - conclude - sarò sempre al fianco dei nostri medici e di tutti i professionisti sanitari che compongono quella che per me è la più grande opera pubblica del nostro paese: il Servizio sanitario nazionale".
 
Altrettanto decisa è la replica della Fimmg. “Nessuno va più dal medico di famiglia? Non so quale realtà parallela descriva il sottosegretario Giancarlo Giorgetti. I numeri dicono che ogni giorno negli studi dei medici di famiglia del nostro Paese passano 2 milioni di italiani". A dirlo è il segretario generale della Federazione nazionale dei medici di medicina generale (Fimmg), Silvestro Scotti, che dall'AdnKonos Salute risponde al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri Giorgetti. "Senza calcolare i contatti telefonici o informatici - aggiunge Scotti - possiamo dire che in un mese il numero dei pazienti che vediamo è pari a quello dell'intera popolazione italiana. E se il sottosegretario conoscesse meglio il Paese reale, saprebbe che ci sono sempre più italiani che faticano a curarsi per problemi economici. Per queste persone anche il ticket è un problema. Noi restiamo l'unico riferimento di assistenza aperta e gratuita. Altro che visita dallo specialista cercato su Internet: con l'aumento del ticket sulla specialistica, sono i nostri studi ad accogliere chi fa fatica a sostenere i costi".
 
Per Scotti "la crisi di governo deve aver mandato in confusione il sottosegretario della Lega che evidentemente non riesce più a leggere in modo chiaro i sondaggi. Altrimenti ci spieghi come mai da un lato si richiama la sovranità popolare e poi, dall'altro, non si considerano i sondaggi che vedono i medici di famiglia a più dell'80% di gradimento da parte degli italiani, primi tra tutte le figure del sistema sanitario nazionale".

di Rossella Gemma

Gli antibiotici regnano sovrani nei piatti degli italiani, alimentando la farmaco-resistenza, tanto che le infezioni ospedaliere nel nostro Paese sono continuamente in crescita. Un fenomeno tristemente in controtendenza con il resto dell'Europa, dove la maggior parte dei paesi registra un calo. Tutta colpa dell'uso sconsiderato di questa classe di farmaci negli allevamenti di polli, tacchini e maiali.
  
Secondo i dati del Piano Nazionale di Contrasto dell'Antimicrobico-Resistenza, presentati in uno studio del Policlinico Gemelli pubblicato sulla rivista Igiene e Sanita' Pubblica, ben il 50% del loro uso globale e' nel settore veterinario. Un dato che secondo Walter Ricciardi, ordinario di Igiene e Medicina preventiva dell'Universita' Cattolica di Roma, ci fa guadagnare una "maglia nerissima" rispetto alla Ue, e che alimenta un'antibiotico-resistenza aggravata anche dalla trasmissione di superbatteri dall'animale all'uomo, tramite contatto diretto o attraverso il consumo di alimenti.
  
Non solo: attraverso pollame, uova e carne di maiale (compreso il prosciutto e tutti gli altri derivati), si ingeriscono, rileva Ricciardi, "frammenti di genoma modificati che entrano nel genoma di chi li mangia". La ricerca, che passa in rassegna i dati fino ad ora pubblicati sul tema, sottolinea come la salmonella mostri gia' la presenza di ceppi resistenti a piu' antibiotici, cosi' come E. coli, presente nelle piu' comuni specie allevate in Italia (tacchini 73,0%, polli 56,0%, suini da ingrasso 37,9%) e nell'uomo (31,8%).
  
Eppure, le leggi che regolamentano con rigidi protocolli e controlli l'uso degli antibiotici negli allevamenti ci sono. "Il problema - afferma Ricciardi - e' che il Piano del Ministero della Salute sull'antibiotico-resistenza varato nel 2017 finora e' rimasto sulla carta". La situazione e' a macchia di leopardo a livello regionale e addirittura delle singole Asl, reali responsabili dei controlli.
Inoltre, denuncia l'esperto, questi farmaci "vengono somministrati anche agli animali sani a scopo preventivo". Di qui l'appello: "Bisogna coinvolgere - dice - i manager delle strutture ospedaliere, i medici, i veterinari e gli allevatori. Se esiste una legge che vieta di prescrivere antibiotici agli animali se non sono malati, e' chiaro che asl e veterinari devono controllare. E' una questione di salute pubblica, il meccanismo deve partire".
  
Un problema che in Europa e' molto sentito, tanto che in Svezia e Olanda, la consapevolezza di allevatori, veterinari e medici ha portano ad una drastica riduzione delle farmaco-resistenze anche negli ospedali. L'obbligo della ricetta elettronica veterinaria per i farmaci per gli animali, scattato in Italia a meta' aprile di quest'anno, conclude Ricciardi "potrebbe essere un valido deterrente per il nostro paese, ma non bisogna scordare che c'e' un fiorente mercato d'importazione parallelo illegale di antibiotici, che viaggia su internet".