Pubblicazioni - Eventi

del dott. Alberto Volponi

Lombardia e Veneto, due regioni contigue ma così diversamente colpite dal Covid. Divise per molti chilometri solo da un corso dì’acqua. Di là del fiume... e tra gli alberi, aggiungerebbe subito l'appassionato lettore di Hemingway; un romanzo ambientato dallo  scrittore americano nel Veneto del '46. Il cinefilo ricorderà il protagonista, un colonnello, Richard Cantwell, che aveva combattuto nella prima guerra mondiale e ora tornava a rivedere, carico di ricordi, quei luoghi di aspri combattimenti e di morte. In verità il nostro riferimento a Hemingway è solo un richiamo letterario: il fiume di cui vogliamo parlare è il Mincio, l'ultimo affluente di sinistra del Po che nascendo dal Garda segna, per ampi tratti, il confine fra la Lombardia e il Veneto. Un fiume di appena 75 km ma spesso entrato nella storia. Virgilio, l'Omero dell'antica Roma, nato ad Andes, vicino Mantova - anche se sull'epigrafe mortuaria rivendicò natali mantovani: "Mantua me genuit." - amava il suo fiume, il suo placido scorrere, senza argini, citandolo in tutte le sue opere più famose e, nelle Georgiche lo definisce "ingens", immenso. Giuseppe Verdi, con Garibaldi, il personaggio più popolare e unificante dell'Italia risorgimentale, ambienta a Mantova il suo Rigoletto e tutto il terzo atto si svolge in una locanda sulle rive del Mincio. Per la sua posizione geografica, lungo le sue sponde, si sono combattute frequenti battaglie. Nel 1814 fra i franco-piemontesi e gli austriaci, quando ancora il "sole di Austerliz" splendeva alto prima di tramontare definitivamente, l'anno dopo, a Waterloo. Durante il Risorgimento storiche le battaglie di Custoza nel '48, sul ponte di Goito, dove si verificò il primo scontro della prima guerra di indipendenza fra piemontesi e austriaci e vide il battesimo di fuoco del corpo dei bersaglieri che, di corsa, ci accompagnerà per tutto il Risorgimento fino a Porta Pia e oltre. Nel '66 ancora Custoza ma, come nel '48 l'esercito piemontese fu sconfitto da quello austriaco. Grazie all'intesa con la Prussia, anch'essa in guerra con l'Austria, ma vincitrice, il regno sabaudo incassò il Veneto e parte del Friuli, subendo l'umiliazione di annettere i nuovi territori via Francia. Ma torniamo a noi. Da sempre il Mincio traccia, geograficamente e amministrativamente, il confine fra queste due regioni pressoché identiche dal punto di vista orografico, ambientale, socio-economico. Sono le regioni più ricche d'Italia; il loro Pil, sommato a quello dell'Emilia-Romagna, rappresenta il 50% di quello italiano. In Lombardia il reddito pro-capite è di 37.258€, superiore alla media europea, in Veneto 33.500. Anche la struttura demografica della popolazione è molto simile: l'età media in Veneto è di 45,1 anni, in Lombardia 44,7; l'indice di vecchiaia, ovvero il rapporto fra gli ultra sessantacinquenni  e i giovani fino ai quattordici anni è favorevole alla Lombardia,165,5 vs 172,1 del Veneto. Due Regioni, quindi, diverse tra di loro per storia, tradizioni, costumi, dialetti ma due Regioni che giustamente continuiamo ad assimilare nella definizione lombardo-veneto come un unicum. Tuttavia gli effetti devastanti della pandemia sono stati drammaticamente differenti. Il primo luglio si contano in Veneto 2.022 morti per Covid, in Lombardia 16.650. è vero che quest'ultima ha una popolazione, dieci milioni di abitanti, esattamente doppia rispetto al Veneto, ma il divario rimane ed è forte e non può non interrogarci. Abitare di là del nostro fiume ha rappresentato, per i cittadini delle due Regioni, una più elevata, e di molto, o più bassa, probabilità di ammalarsi e di morire! 75 metri, tale la larghezza media del Mincio, per una chance in più o in meno di vivere. Fra i fattori favorenti la diffusione del virus è stato individuato quello ambientale; ma nel nostro caso non esistono, sotto questo profilo, differenze proprio per le note caratteristiche che accomunano le due Regioni. Il Covid, altra considerazione, colpisce soprattutto gli anziani. Anche in questo caso  la struttura demografica delle due popolazioni sono simili, con indici migliori, se vogliamo, della Lombardia. L'organizzazione sanitaria presenta invece delle diversità. La Lombardia ha puntato molto sugli ospedali di eccellenza, su una parificazione completa pubblico-privato. Un'organizzazione che potrebbe avere, come ha avuto, difficoltà a rimodellarsi rapidamente e rispondere con efficacia difronte a una emergenza come quella vissuta con il Covid. Ma è pur sempre una sanità di qualità. Altrettanto si può definire la sanità del Veneto che ha, tuttavia, sviluppato il proprio sistema sanitario in maniera più equilibrata con una rete territoriale ben strutturata. In verità entrambi i sistemi non erano, né potevano essere pronti a risposte immediate ed efficienti di fronte alla violenza del virus, come non lo è stato nessun sistema sanitario al mondo. La differenza, allora, nel nostro caso l’hanno fatta, come spesso accade, le scelte strategiche dei decisori politici e tecnici. Il Veneto ha trovato nel Prof. Crisanti, microbiologo dell'Università di Padova, nemmeno virologo - figura così di moda oggigiorno - reimportato in Italia dopo una lunga esperienza all'Imperial College di Londra, il vero artefice della lotta al Covid vincendo le iniziali resistenze della dirigenza amministrativa, la famosa burocrazia, e politica della Regione. Ha intuito in tempo, il Prof. Crisanti, l'importanza dell'uso dei tamponi per individuare d isolare soggetti portatori e circoscrivere l'area del contagio, avendo, fra l'altro, avuto l'accortezza, interpretando meglio di altri ciò che stava avvenendo in Cina, di riempire il magazzino del laboratorio di reagenti a costi contenuti e ancora reperibili sul mercato. Per questo è stato formalmente diffidato e minacciato di procedimento per danno erariale dal direttore generale della sanità del Veneto! Affrontare poi, sul campo, l'emergenza è stato compito dei medici e degli infermieri, ma il numero più contenuto dei contagiati, meglio distribuiti, a seconda della gravità, fra assistenza ospedaliera e domiciliare, ha permesso loro di dare risposte più adeguate. Errori e disfunzioni ci sono stati anche in Veneto; basti pensare alla prima dotazione al personale di mascherine che sembravano di carta velina ma la strategia di fondo è risultata vincente. In Lombardia, purtroppo, le scelte sono state altre; alcune non esiteremmo a definire criminose come la gestione dei pazienti ricoverati nelle RSA. La drammatica conseguenza sta in due numeri. A oggi: 72.000 contagiati in Lombardia, 19.327 nel Veneto. I numeri sono questi e hanno una incontrovertibile valenza confermando un aforisma dello scrittore Robert Heinlein, ancorché famoso autore di libri di fantascienza "Se qualcosa non può essere espressa in numeri non è scienza: è un'opinione"

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del Dott. Alberto Volponi

Tutta la storia dell'umanità è costellata da luttuosi, tragici eventi epidemici; grandi storici e scrittori ne hanno permesso la conservazione della memoria con indimenticabili pagine. Tucidite fa una descrizione dettagliata della peste che, proveniente dall'Etiopia, attraverso l'Egitto e la Libia arrivò in Grecia e nel 430 a.C.. La porta d'ingresso fu il Pireo, e la malattia giunta ad Atene fu così violenta da indebolirla a tal punto da segnare l'inizio del suo declino. Sofocle ambienta il suo Edipo Re nella Tebe devastata anch'essa, negli stessi anni, dalla peste. Lucrezio, 400 anni dopo Tucidite, tornò a descrivere la peste di Atene nel “De rerum natura” con una visione meno storiografica e più filosofica, invitando gli uomini a non avere paura dei “naturali sconvolgimenti e cataclismi di qualsiasi specie. Temere è turbarsi e turbamento è fonte di infelicita” ma Lucrezio era un epicureo... Della peste nera del ‘300 che sconvolse l'Europa con 20 milioni di vittime su una popolazione di 60 milioni di abitanti, hanno scritto, come sappiamo, il Boccaccio e lo stesso Petrarca che perse la sua amata Laura colpita dalla malattia. Manzoni dedicò alcuni capitoli del suo capolavoro alla descrizione della peste portata in Italia dai Lanzichenecchi, soldati mercenari scesi in Italia, attraversando la Valtellina nel 1630, per partecipare alla guerra di successione per Mantova e Monferrato fra la Spagna di Filippo IV e la Francia di Luigi XIII e Richelieu. Guy de Maupassant ,siamo alla fine dell'800, nel suo racconto “Il Porto”, ci descrive la tragedia di una immaginaria epidemia di peste che travolge, anche moralmente, la famiglia di un giovane marinaio francese di Marsiglia. Un nuovo successo sta riscuotendo “La peste” di Camus, libro scritto nel 1947 e ambientato a Orano dove la malattia è una metafora, sempre attuale, di un diffuso degrado politico. Anche le molteplici epidemie di colera ci sono state raccontate da grandi scrittori. Un autentico capolavoro è “La morte a Venezia”. Thomas Mann ambienta nella città lagunare, agli inizi del 1900, la storia di uno scrittore tedesco sconvolto dall’amore per il giovanissimo Tadzio: rimane a Venezia, travolto dalla passione, nonostante che la città sia infestata dal colera, e muore. Visconti nel 1971 farà del romanzo un bellissimo film con Dirk Bogarde. Verga ci racconta in “Quelli del colera” l'epidemia di metà ‘800 a Catania che raggiunse anche Palermo; quest'ultima è descritta nel recente libro “I Leoni di Sicilia”, insieme alla storia della famiglia Florio, dalla giovane Stefania Auci. La cronaca degli anni più recenti ci riporta alla memoria la “spagnola”, la prima pandemia   che scoppiò durante la prima guerra mondiale  e fece ben 50 milioni di morti  in tutto il mondo. “L'asiatica” del ‘57 che colpì in Italia metà della popolazione con trentamila morti ma in tutto il mondo si stima che le vittime siano state dai 2 ai 4 milioni. Nel ‘69 ci fu la “spaziale” con un terzo degli italiani a letto e ventimila morti. Ed eccoci ora con il coronarovirus. A un mese dall'inizio nel nostro Paese dell'epidemia, ora pandemia, ma la sostanza per noi non cambia, qualche prima riflessione possiamo cominciare a farla. è una esperienza che viviamo con un sottofondo di inevitabile paura. Paura che abbiamo cercato di esorcizzare, almeno fin’ora, attraverso i più fantasiosi flashmob e goliardici messaggi che intasano i nostri telefonini: la caccia al cinese, lo starnuto del Papa che desertifica in un attimo piazza San Pietro, l'Ultima cena di Leonardo senza più commensali. Abbiamo anche riscoperto un salutare orgoglio nazionale, con tanto di frecce tricolori, nella ferma convinzione che ce la faremo! Importante che la paura si connoti delle caratteristiche di razionalità e ci aiuti, con intelligenza, seguendo le indicazioni degli esperti sulle precauzioni da prendere. Bisogna imparare a governare la paura per evitare conseguenze più disastrose. Roosevelt nel discorso  inaugurale del suo primo mandato da Presidente degli Stati Uniti, afflitti dalla grande depressione del ‘29, ammoniva gli americani: “La sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa, l'irragionevole, ingiustificato terrore senza nome che paralizza gli sforzi necessari a convertire la ritirata in avanzata”. Così come dovremmo, per rimanere nel nostro italico orticello, riflettere sugli errori a catena di una classe politica che ha così pesantemente depauperato il nostro sistema sanitario di risorse umane, tecniche e finanziarie e che si sta reggendo grazie all'abnegazione, la professionalità dei medici, infermieri e di altri operatori, cui solo oggi riconosciamo i dovuti meriti e non esitiamo a definirli eroi dopo averli a lungo insultati, e fino a un mese fa, letteralmente mazziati. Va ripensato il quadro dell'allocazione delle risorse in settori strategici, quale si sta drammaticamente confermando la sanità, evitando colossali mance per captatio benevolentiae di intere categorie e fasce sociali; evitando sprechi come un referendum confermativo, quindi senza quorum elettorale, di una legge votata a stragrande maggioranza dal Parlamento sulla riduzione del numero dei parlamentari, per uno sfizio, che ci costerà 300 milioni, di 71 senatori. Nel contempo vanno ripensate anche le modalità di reperimento delle risorse, ovvero si dovrà mettere mano a quell'insulso sistema fiscale per cui metà degli italiani pagano le tasse anche per quelli che non le pagano o non le pagano nella misura dovuta. Una ingiustizia contributiva, una diseguaglianza, che si traduce in una politica di uguaglianza nell'accesso ai servizi, sempre più scadenti, ovviamente, per carenza di risorse. Altro insegnamento da trarre, il più importante per la tenuta democratica del sistema Italia, il riequilibrio dei poteri. Il federalismo all'amatriciana, di cui si vorrebbe fregiare il nostro Paese, ha mostrato tutta la sua pericolosità nell'affrontare l'emergenza sanitaria: il federalismo del caos! “Governatori” (di che? Ohio? Illinois?) così come sono stati arbitrariamente ribattezzati i Presidenti delle Regioni, hanno dato il meglio di sé sproloquiando, su tutte le reti televisive, con i loro virologi, infettivologi, epidemiologi di fiducia (nuova categoria professionale!). In primis il sempre più emaciato Fontana che si è anche esibito, maldestramente, nell'indossare una inutile mascherina, e il sempre più azzimato Zaia che è riuscito, con tutto il suo aplomb, a far innervosire (eufemismo di maniera) i cinesi con la storia dei topi mangiati crudi, lui che “governa” i vicentini da sempre inseguiti dal titolo di “magna gatti”. Per non parlare del campano De Luca, che è ormai, nelle sue performance televisive, difficile da distinguere dall'imitazione di Crozza. Oltre a loro finanche i sindaci dei più piccoli comuni si sono esibiti con ordinanze a volte grottesche, senza trascurare, nell'alimentare la confusione, il ruolo dei dirigenti scolastici con alcuni divieti incomprensibili. Finalmente il Presidente del Consiglio, una volta in pochette a quattro punte, una volta in maglione, si è ricordato dei doveri che gli impone la Costituzione, art. 117, punto q, e ha preso le redini del comando. Passata la burrasca con pesanti esiti sul piano sanitario, e con effetti più gravi e duraturi nel tempo sul piano economico con inevitabili riflessi sociali, dovremo prendere atto, volenti o nolenti, di non essere gli stessi di prima.  Certamente ci sentiamo, già ora, più fragili perché abbiamo ormai realizzato come la risposta a un evento che minaccia la nostra salute e la nostra stessa esistenza, la nostra economia, i nostri difficili equilibri sociali, non appartiene solamente a noi, e i nostri sforzi, in futuro, saranno destinati all'insuccesso in assenza di una strategia multilaterale. La governance, sia tecnica, probabilmente con un ruolo più incisivo dell'OMS, sia politica, di processi pandemici come l’attuale, non può che essere unica per il semplice motivo che il virus non conosce frontiere e che interventi circoscritti  nei confini tradizionali dei singoli Paesi, sono, alla prova dei fatti, scarsamente efficaci. Altro che sovranismi nazionali e federalismi regionali, autentico ossimoro istituzionale! Certo, per ora importante è uscirne fuori: primum vivere.

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del dott. Alberto Volponi

Nanny State ovvero lo Stato balia che, preoccupato per la salute dei propri cittadini, e soprattutto dei costi sociali ed economici riflessi, interferisce nei loro stili di vita. Lo Stato con una missione pedagogica, al limite dello Stato etico, missione che si sviluppa attraverso una serie di divieti e di proibizioni. Uno Stato di "lotta" al fumo, all'alcool, all'obesità, solo per citare i campi di maggiore impegno. Certamente gli abusi  di certe sostanze hanno rappresentato da sempre una minaccia per la salute dell'individuo ed è giusto limitarne il consumo che, tuttavia, rappresenta anche l'espressione di abitudini secolari difficili da sradicare. Il tabacco arriva in Europa con la scoperta dell'America, dove gli indigeni fumavano foglie essiccate e accartocciate, e comincia ad avere una sua diffusione dopo il 1560 quando l'ambasciatore portoghese in Francia, Nicot, da cui il nome del componente più importante, la nicotina, ne promuove la coltivazione come pianta medicinale. Da lì a poco il tabacco viene consumato sotto forma di sigaro, fumato con la pipa, masticato o  fiutato in particolare dagli strati sociali più elevati e nel mondo ecclesiastico, soprattutto nei conventi. Forse per questo gli autori della serie televisiva "I Borgia" compiono l'errore storico  di far fumare troppo presto un sigaro a Jeremy Irons, peraltro grande attore nell'interpretazione di Rodrigo Borgia, che diventò Papa Adriano VI proprio nel fatidico 1492, mentre si aggira  nelle stanze del Vaticano non ancora affrescate da Raffaello. Ma la vera esplosione nel consumo del tabacco vi sarà con la sigaretta inventata nel 1832 dai soldati ottomani durante l'assedio di San Giovanni d'Acri, in Palestina, e fatta conoscere  ai soldati francesi, inglesi e piemontesi, alleati contro la Russia zarista nella guerra di Crimea. Da allora si è pensato ai Turchi sempre come incalliti fumatori ("fumi come un turco") anche se nella speciale classifica mondiale la Turchia è solo al 29° posto, classifica guidata da Montenegro e Bielorussia, e chiusa  dai paesi del centro Africa, Ruanda e Uganda, dovecertamente  hanno altri problemi che fumare. L'Italia è al 34° posto ma la vera ciminiera è rappresentata dalla Cina dove fumano poco, singolarmente, ma in tanti, oltre 300 milioni. C'è attualmente una tendenza a ridurre il consumo di tabacco. Nel 2000, ci dice l'OMS, il 27% della popolazione mondiale fumava, nel 2016 il 20%. L'Italia sembra essere in controtendenza. L'Istituto Superiore di Sanità afferma che nel 2018 i fumatori sono diventati 12,2 milioni, un dato in lieve aumento rispetto agli anni precedenti cui si affianca il pesante fardello di 33.700 morti per cancro ai polmoni. Il fenomeno preoccupa in particolare per la diffusione fra i giovani. Fra i 14 e i 17 anni, 1 su 10 fuma abitualmente, 5 su 10 in maniera saltuaria. I danni maggiori sono a carico dell'apparato cardiovascolare per l'azione della nicotina, potente vasocostrittore, e dell’apparato respiratorio a causa dell'inalazione di sostanze cancerogene, formaldeide, benzene, nitrosamine, che si sviluppano con la combustione o si generano durante la lavorazione. Dopo anni di esaltazione, in particolare delle sigarette come oggetto di libertà ed emancipazione, tanto che qualcuno ha considerato il fumo "una sorta di danno collaterale del femminismo". Reale è il netto aumento delle fumatrici in Italia dopo il '68, e dopo anni di pubblicità sfrenata e invasiva, e di una filmografia i cui eroi hanno tutti la sigaretta tra le labbra, da Humphrey Bogart a James Dean, fino ai contemporanei Mel Gibson e Brad Pitt., Smitizzare il fumo non è semplicenonostante i continui richiami del mondo scientifico sui danni da fumo attivo e passivo, che hanno spingono il legislatore italiano a qualche timido tentativo. Non dobbiamo, infatti, dimenticare il regime di monopolio e gli incassi dello Stato dalla vendita di sigarette,14 miliardi di euro l'anno, anche se poi circa metà si spendono per curare i danni fisici provocati dal fumo. Non un grande affare!! È del 1962 un primo, facilmente aggirabile divieto di pubblicità del tabacco; nel '75 si approva la legge che vieta di fumare sui  mezzi di trasporto pubblico e al cinema dove finalmente si può vedere il film senza nuvole di fumo attraversate dal fascio di luce del proiettore, e tornare a casa senza doversi cambiare la giacca impregnata di cattivo odore. A tale proposito un aneddoto che arriva dall’Inghilterra sulla nascita dello smoking. In età vittoriana, a chi dopo la cena si recava in salotto a fumare, per ovviare all'inconveniente che tanto infastidiva le rispettive signore, il padrone di casa forniva una comoda giacca, una smoking jacket: indispensabile capo di abbigliamento delle serate mondane. In verità, in Italia, la lotta al fumo senza quartiere viene intrapresa dal ministro della sanità Sirchia le cui leggi hanno avuto il merito di ridurre almeno gli effetti del fumo passivo. Purtroppo però i fumatori più incalliti continuano a ignorare le scritta sui pacchetti di sigarette, preferendo magari il pacchetto dove si  paventa il cancro ai polmoni  rispetto a quello che minaccia l'impotenza! Al contrario della guerra al fumo quella all'alcool non è mai stata così sistematica se non in casi eccezionali, come durante il proibizionismo nell'America degli anni ‘20-30, che ha fatto danni incalcolabili, non ultimo la crescita esponenziale della criminalità con gli italiani-americani in prima linea. Del resto il vino ha una storia millenaria e a memoria d'uomo si è sempre coltivata la vite. Non è un caso che i romani si erano inventati addirittura un dio, Bacco. Il bere, in particolare i superalcolici, ha rappresentato, in epoche più recenti, quasi uno status simbol. Regnanti e grandi uomini politici, statisti, sono stati grandi bevitori; da Churchill a Eltsin ma anche la Regina Madre, vissuta ben 101 anni, era un'apprezzata esperta di gin. Una lunga fila di scrittori, specie anglo-americani, da Hemingway a Joyce, da Scott Fiztgeral, che ci ha fatto sognare con il suo "Il grande Gatsby" a Faulkner, premio Nobel nel '49, che assiomaticamente affermava: "La civilizzazione inizia dalla distillazione", a Truman Capote che ci ha regalato "Colazione da Tiffany" la cui versione cinematografica consacrò  la deliziosa Audrey Hepburn. Nelle giuste dosi gli effetti benefici del vino sono ben noti: migliora l'umore, favorisce la socializzazione, e ormai acclarate sono le sue virtù terapeutiche legate al tannino, sostanza appartenente alla famiglia dei polifenoli di cui si conoscono, a partire dal resveratrolo, le proprietà antiossidanti. L'abuso fino all'ubriachezza comporta invece alterazioni delle facoltà fisiche e mentali per effetto dell'etanolo, e un elevato consumo nel tempo danni devastanti soprattutto al fegato. Una ricerca Eurispes-ENPAM arriva a quantificare in 435 mila, negli ultimi dieci anni, 2008/2017, i morti per patologie alcool correlate, incidenti stradali, sul lavoro, omicidi legati allo stato di alterazione psichica. L'ultima frontiera è oggi la lotta all'obesità. L'obesità, figlia della società del benessere, della ricca ed eccessiva alimentazione e della sedentarietà, è semplicemente la conseguenza di uno squilibrio fra l'assunzione di cibo e il dispendio di energie ed è un fattore di rischio per molte patologie, da quelle cardiovascolari, al diabete, ad alcune forme di tumore. Per malattie legate all'obesità si calcolano 57mila morti l'anno in Italia. I dati epidemiologici non sono confortanti. Più del 35% degli adulti è in sovrappeso, quasi il 10% francamente obeso. Il dato ancora più allarmante riguarda i bambini: uno su tre è obeso, mentre fra gli adolescenti il rapporto scende a uno su quattro. Fondamentale è una educazione alimentare che favorisca il consumo di prodotti con limitato apporto calorico e incentivare l'attività fisica. Fra gli alimenti il grande nemico, e a ragione, è stato individuato nello zucchero. Da qui la decisione  già in 50 paesi di introdurre la sugar-tax che talora ha comportato anche veri e propri conflitti commerciali fra i vari paesi. L'Italia, per citarne uno, ha faticato non poco, al limite dell'incidente diplomatico, per superare i divieti del Cile all'importazione degli ovetti Kinder, molto apprezzati dai bambini cileni. Ora anche da noi, in Italia, sii parla di una sugar-tax, con l'inevitabile strascico di polemiche anche perché, a dire il vero, si ha l'impressione che, più che a proteggere la salute, punterebbe a raggranellare un paio di cento milioni per le esangui casse dello Stato. Poco l’intento pedagogico, ma forse è meglio così!

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Del Dott. Alberto Volponi


Le richieste di autonomia differenziata della Lombardia, Veneto e, in forma più edulcorata, dell'Emilia-Romagna, è uscita, momentaneamente, dal radar del dibattito politico italiano. Nonostante il gran rumore mediatico, mancava però un disegno di riforma organica, strutturale, complessiva del nostro ordinamento istituzionale. Le richieste di maggiore autonomia delle regioni del nord non vertevano sulle modifiche dell'art.117 della Costituzione, l'articolo che regola i poteri dello Stato e delle Regioni, modifiche inutilmente  sottoposte  al referendum fallito del 2016, ma chiamavano in causa l'art. 116 con la semplice richiesta  di più poteri esclusivamente per loro. Il resto delle Regioni: se gratta (espressione colorita presa in prestito da Trilussa, "L'incontro de li sovrani"). La direzione di marcia sembrava infatti essere quella di un'accentuazione delle già forti ed evidenti differenze fra Regioni, tali da rendere realistica la classificazione in Regioni di serie A e di serie B. è ora necessario, quindi, invertire la tendenza per evitare di arrivare a declinare tutto l'alfabeto tanto da rendere i diritti costituzionali relativi e occasionali in ragione del luogo di nascita. In considerazione, poi, dei poteri già in atto delle Regioni, il diritto alla salute rischia di essere quello più opinabile. Molti dati statistici convalidano questo non esaltante quadro a iniziare dalla speranza di vita alla nascita, 83,2 al Nord, 82 al sud nonostante le migliori condizioni di vita ambientali e alimentari nel Mezzogiorno, almeno secondo le cartoline d'epoca. I posti letti ospedalieri sono 33,7 ogni diecimila abitanti al centro-nord, 28,2 al sud. L'assistenza domiciliare integrata garantisce servizi, su diecimila over 65, a 88 di essi al nord, 42 al centro e appena a 18 al sud. I dati sulla  mobilità sanitaria conferiscono plasticità a queste differenze. Su una spesa sanitaria (dati 2017) di 113,1 miliardi la spesa per la mobilità è di 4,5 miliardi, il 4% della spesa totale. Le prime tre Regioni con segno positivo sono, nemmeno a dirlo, la Lombardia, con +784,1 milioni, l'Emilia-Romagna con +307,5, il Veneto con +143,1. In fondo alla classifica, con il segno meno, la Campania, -318, penultima la Calabria con -281,1 e, a sorpresa, terzultimo il Lazio con -239,4, deficit in questo caso alimentato dal costo delle prestazioni dell'Ospe- dale Bambino Gesù, di proprietà del Vaticano, Stato estero. Il sistema della compensazione economica della mobilità sanitaria rappresenta un ulteriore elemento di arricchimento delle Regioni già ricche e un più accentuato impoverimento di quelle più povere alimentando un corto circuito infernale. A questo bisogna aggiungere la richiesta di drenare a livello regionale le imposte. Un tentativo in questo senso fu già messo in atto in occasione della manovra finanziaria dell'ormai lontano '90. Un tentativo, trasversale ai partiti, di parlamentari del Nord, di inserire un emendamento che prevedeva l'afflusso della "tassa sulla salute", pagata in base al reddito per finanziare il SSN, nelle casse della regione di appartenenza. Riuscii, scusate l'auto citazione, a imporre il ritiro dell'emendamento. Si ripropone, quindi, la necessità di conferire allo Stato una nuova capacità di indirizzo e verifica sulle Regioni, in particolare proprio in Sanità. La salute come obiettivo primario non deve essere perseguita solo da politiche sanitarie ma resa centrale nelle scelte di politiche sociali, economiche, industriali e soprattutto ambientali. Il divario Nord-Sud nel nostro Paese ha una storia antica e si è accentuato ogni qual volta lo Stato centrale ha abdicato al ruolo guida per delegare funzioni alle autonomie locali. Due esempi: l'istruzione e le infrastrutture. Con l'unità d'Italia si rese obbligatoria l'istruzione elementare, stante un tasso di analfabetismo al Sud dell'87% e al Nord-ovest del 55, delegando ai  Comuni il finanziamento delle scuole. Risultato fu che i Comuni del sud non riuscirono, se non parzialmente, a trovare le necessarie risorse e solo dopo il 1911, con la legge Daneo-Credaro che conferiva allo Stato l'obbligo del finanziamento, anche il sud, con un ritardo di cinquanta anni, cominciò a combattere più efficacemente l'analfabetismo. Anche gli interventi della Cassa per il Mezzogiorno negli anni '50-60 furono importanti per  la costruzione di infrastrutture al sud, acquedotti, strade, ferrovie, sostegni all'industrializzazione, fin quando la Cassa mantenne le vesti di ente tecnico. L'invasione della politica e soprattutto delle autonomie locali e infine la voracità delle nuove realtà regionali ne segnarono il cammino con la parcellizzazione di interventi ad alto contenuto campanilistico se non clientelare. Il quadro non è certo esaltante, anzi preoccupa non poco. Siamo a un bivio: o si torna a conferire maggiori poteri alla Stato centrale per garantire la migliore uniformità di scelte finalizzate al rispetto dei diritti costituzionali in un rinnovato spirito solidaristico e autenticamente nazionale o il processo di disgregazione sarà tale che torneremo a essere una semplice espressione geografica, così come ci considerava Metternich nella Vienna del 1815! Dopo due secoli di lotte, il Risorgimento, due guerre mondiali per diventare una Nazione che si è guadagnata una invidiabile posizione nel consesso internazionale, tornare, in un drammatico gioco dell'oca, al punto di partenza è inaccettabile. Ci viene in aiuto un ricordo giovanile: Joan Baez con il suo: We shall overcome... non trascurando che la struggente melodia dell'originario gospel potrebbe essere nata, guarda un pò, da un canto di pescatori siciliani nel lontano 1600.

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del dott. Alberto Volponi

Non  è un invito a esorcizzare le difficoltà quotidiane ma l'esortazione a riflettere sulla mancanza di medici. Siamo rimasti senza medici! Una emergenza annunciata, come tante altre. Negli anni '80 si agitava lo spauracchio della pletora medica paventando ripercussioni sulla preparazione dei medici nonché sulla dequalificazione nell'esercizio della professione di un esercito di semi disoccupati. "La pletora medica" fu un motivo determinante nel varare il numero chiuso nell'accesso ai corsi di laurea in medicina. Stante alle norme di legge, la più esplicita il decreto legislativo 229/99, art. 6 ter, il numero chiuso doveva essere oggetto di atti programmatici del Ministero della Sanità in base alle esigenze sanitarie della collettività nazionale. In verità il numero da programmare è diventato ben presto un "affare" esclusivo dell'Università e determinato in base alla capacità formativa delle stesse. In invarianza di queste, per oggettivi problemi strutturali, logistici, economico-finanziari, il numero dei medici da formare è rimasto invariato nei decenni, senza tener conto dei mutamenti sociali, dei dati epidemiologici di una società cambiata nel tempo. Ignorando inoltre l'andamento demografico degli stessi medici in servizio, destinati, come tutti gli esseri umani, ahimè, a invecchiare. Per questo ultimo aspetto l'unico ente o istituzione attenta all'evoluzione demografica è stato quello della Previdenza, dell'Enpam, giustamente previdente, vista la sua funzione, nel calcolare la "gobba" di uscita e affrontarla sia mettendo in cascina le risorse economiche necessarie, sia con la modifica dei trattamenti pensionistici. Tutti i dati che abbiamo ci dicono che oggi mancano all'appello 8 mila medici ospedalieri. Nel 2009 i medici in corsia erano 118.659, secondo lo studio dell'Anaao-Assomed, il sindacato più rappresentativo della dirigenza medica, scesi a 112.741 nel 2014 e nel 2017  a 110.885. Non stiamo meglio con i medici di famiglia. Dei 45mila e duecento medici di medicina generale, ci dice la loro Federazione, la Fimmg, ben 21.700 andranno in pensione entro il 2023, a fronte di uno sparuto gruppo di seimila giovani medici che entreranno nel sistema. Risultato della semplice operazione aritmetica è che nei prossimi anni mancheranno 16mila medici così che un terzo, degli italiani non avrà il suo medico di famiglia. Altro elemento quasi misconosciuto che assottiglia il numero dei medici disponibili è il fenomeno migratorio. Dal 2005 al 2015, 10.104 medici italiani sono espatriati; il 33% in Gran Bretagna, minacciati ora dalla Brexit, più al sicuro il 26% che ha scelto la Svizzera. Un dato allarmante è che di tutti i medici europei che emigrano dai loro paesi il 52% è italiano; il secondo paese di questa graduatoria di "fuggitivi" è la Germania con il 19%. Si cerca di correre ai ripari. Con un altro decreto omnibus - chiamato Calabria - a conferma di una carenza di visione strategica e di organicità nelle iniziative da intraprendere, in cui sono state inserite alcune norme quali l'aumento delle borse di studio per le specializzazioni da 6.100 a 8.000, e dagli attuali 10.000 aumentati a 11.600, i posti per Medicina. "Non un intervento risolutivo" ammette il ministro Grillo, ovvero un'altra pezza a colori del grande pacthwork italiano. Nello stesso decreto è previsto uno sblocco parziale del tournover e l'assunzione in particolare nel settore dell'emergenza degli specializzandi al terzo anno sui quattro o cinque previsti per conseguire il diploma. Questo è un aspetto delicatissimo. è chiaro che i medici non avendo compiuto il loro percorso formativo, né verificate con un esame finale le competenze acquisite e per di più destinati a un settore quale l'emergenza, rappresentano una preoccupazione per la qualità delle prestazioni che possono offrire. Nel frattempo ognuno cerca di arrangiarsi, innata virtù italica. Come in ogni condizione di pericolo si attivano i centri e i processi neurali della fantasia umana che non conosce confini. Il bello del fantasticare è che non sei obbligato a simulare gli effetti dei tuoi sogni. Cosi le Regioni attivano i più fantasiosi e onerosi rapporti di lavoro con i medici pensionati a volte da tempo immemorabile. Il ministro della Difesa ha generosamente mobilitato il glorioso esercito italiano che, per fortuna sua e nostra, da settant'anni non fa più guerre, ma si è distinto in questi lunghi anni per professionalità, abnegazione, coraggio in ogni drammatica emergenza nazionale: dalla inondazione del Polesine a quella di Firenze, ai terremoti del Belice, Irpinia, Friuli, tanto per citare alcuni degli eventi calamitosi che hanno colpito la nostra Italia. Da qualche anno si registra la tendenza ad abusare della disponibilità e diremo della pazienza (quousque tandem...) del nostro esercito chiamato a spalare la neve a Roma, a tappare le buche della Città eterna, a far da guardia ai centri di raccolta dei rifiuti per evitare incendi dolosi. L'operazione strade sicure con presidi che vigilano su chiese, strade, monumenti, sedi pubbliche di partiti e private, 31 siti Unesco, dura dal '93, dal tempo delle stragi di mafia. Una emergenza che dura 26 anni! L'esercito svolge i propri compiti istituzionali con una forza di 5.950 militari, altri 7.100 sono l'esercito della "salvezza" per le attività improprie. La mancanza, quindi, di medici e i pallidi, a volte fantasiosi correttivi, non possono non preoccuparci. “Pensiamo alla salute” ovvero evitiamo di ammalarci, a meno di voler smentire Alessandro Magno che concluse la sua breve esperienza di vita con uno sconfortante: ”Muoio grazie all’aiuto di troppi dottori”.

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del dott. Alberto Volponi

 

Da anni la politica e la magistratura si misurano sul terreno delle cure mediche spesso prescindendo dall'evidenza scientifica. L'equilibrio fra poteri, in questo caso politico e giudiziario, è uno dei pilastri fondanti del sistema democratico. Di per sé, quindi, molto delicato. In vero, almeno per quanto riguarda il nostro Paese, un vero equilibrio non è stato mai raggiunto con il prevalere, ciclicamente, dell'uno sull'altro. Una volta erano i politici a condizionare le carriere dei magistrati; dagli anni ‘90, dall'epopea di "mani pulite", i ruoli si sono spesso invertiti. Solo sul terreno delle cure mediche si sono registrate, nel tempo, una serie di iniziative convergenti, quasi una santa alleanza, accompagnate dalla grancassa del solito circolo mediatico, oggi arricchito dai social. Iniziative che hanno un unico denominatore: la scarsa considerazione, o addirittura diffidenza, verso l'evidenza scientifica e che, dobbiamo ammetterlo, sono espressione di un più ampio deficit culturale nella Terra di Galileo Galilei! Uno dei primi episodi in cui si registrò questo strano connubio fu la vicenda del siero Bonifacio. Siamo nel 1959, giusto 60 anni fa, quando un veterinario siciliano, Bonifacio, ritenendo che le capre non si ammalano di cancro, supposizione fra l'altro errata, pensò di preparare dagli escrementi delle stesse e dalle loro urine, un siero da iniettare ai malati di cancro. Sotto la spinta di una ben orchestrata campagna di stampa l’allora Ministro della Sanità, Ripamonti, nonostante l'indignazione del mondo scientifico, autorizzò una sperimentazione su 16 pazienti. 4 morirono durante la sperimentazione che venne interrotta. Ma l'imperterrito dott. Bonifacio continuò a "curare" decine di poveri disperati fin quando un magistrato ipotizzò delle irregolarità nella sperimentazione e il Ministro di turno, Altissimo, pensò opportuno dare vita a una nuova sperimentazione. La relativa commissione nemmeno si insediò perché il dott. Bonifacio, forse a seguito della notizia di uno studio su cavie negli USA,  mise fine egli stesso alla produzione del siero. Ben più complessa la vicenda Di Bella, medico che fin dagli anni '60 aveva messo a punto un protocollo terapeutico per i malati di cancro (sempre loro, i più indifesi e facili vittime di promesse di soluzioni miracolistiche ) consistente in un cocktail di farmaci, vitamina D, acido retinoico, melatonina con aggiunta di somatostatina. Negli anni ‘90 la terapia raggiunge le cronache e se ne interessa la Commissione Oncologica Nazionale, quindi la Commissione unica del Farmaco, infine il Consiglio Superiore di Sanità , tutti unanimi nel loro parere negativo. A riaprire il caso fu un pretore di Maglie, cittadina pugliese che ricordavamo per aver dato i natali ad Aldo Moro, che ordinò all'allora USL di curare gratuitamente con il protocollo Di Bella un bambino affetto da tumore al cervello. Lo stesso Pretore pugliese firmò altre 16 ordinanze per altrettanti casi e a quel punto fu la corsa in tutta Italia a emettere analoghe ordinanze da parte di pretori, giudici del lavoro, immancabili TAR. I maggior anchorman di allora, ancora oggi sulla scena, Santoro, Costanzo, Mentana sposarono la causa. Il ministro della Salute, Bindi, costituì la rituale commissione che terminò i suoi lavori affermando che su 386 pazienti trattati con il metodo Di Bella solo tre avevano evidenziato dei modesti risultati positivi. La Regione Lombardia, in un'analoga sperimentazione, aveva avuto riscontri identici: su 333 casi solo uno aveva presentato un qualche miglioramento. L'eco della cura Di Bella sembrava spegnersi quando il ministro della Salute, Storace, appena insediatosi, e siamo arrivati al maggio del 2005, nel nome della libertà della cura, rilancia: la somatostatina sarà inserita nel prontuario terapeutico in fascia A ovvero sarà gratuita. Il ministro fece anche sapere che si sarebbe recato a "portare un fiore" sulla tomba del Prof. Di Bella, deceduto due anni prima, come doveroso omaggio a “uno scienziato e un benefattore dell'umanità”. Ci sono voluti altri anni di clamorosi insuccessi e di sconfessioni da parte della comunità scientifica internazionale per far tramontare il metodo Di Bella. L'eco del caso stamina si è da poco spento. In questa vicenda l'azione della Magistratura è stata ancor più invasiva e così contraddittoria per cui, in molti casi, chi veniva autorizzato dal magistrato a somministrare la terapia con cellule staminali era indagato da altri magistrati! L'ideatore del metodo, un certo Vannoni Davide, con una laurea in semiotica e specialista in pubbliche relazioni e cura dell'immagine, nel 2004 si era recato in Ucraina, noto Paese all'avanguardia  nella ricerca medico-scientifica, per curarsi una emiparesi con un trattamento a base di cellule staminali. Tornato, affermò di essere migliorato al 50% e, con l'aiuto di due biologi russi, che presto torneranno in patria, mise a punto una terapia per malattie neurodegenerativa con cellule staminali: costi da 20 a 50mila euro per trattamento. Arriva la prima denuncia per truffa, e fra una ordinanza  che vieta il trattamento e una che lo autorizza esplode il caso. Questa volta è la trasmissione Le Iene a sponsorizzare il metodo e a suggestionare anche Celentano che scrive una lettera aperta al Ministro Balduzzi. Pronto, subito, un decreto legge per autorizzare la prosecuzione dei trattamenti, e una legge di conversione con uno stanziamento di tre milioni di euro per la sperimentazione. Gli esiti della sperimentazione, le prese di posizione del mondo scientifico internazionale, i guai giudiziari del sig. Vannoni hanno chiuso anche questa dolorosa e sconcertante vicenda. È invece più fresca la polemica sui vaccini e i loro effetti collaterali. Anche in questo caso una forza politica ha cavalcato a lungo le posizioni no-vax fin quando, assumendo la responsabilità diretta del Ministero della Salute, ha avviato una più ponderata riflessione sul ruolo dei vaccini nella difesa della salute del singolo e della collettività. La Magistratura non ha perso occasione, con qualche procura e tribunale, di dare il meglio di sé nello sposare teorie, da tempo ampiamente smentite, sui danni che i vaccini possono provocare. È stata riesumata la storia dell'autismo, sindrome di ignota etiopatogenesi, forse genetica, addebitata invece al vaccino trivalente, una storia nata come una vera e propria truffa nel Regno Unito, smascherata con successiva radiazione dall'albo del medico che l’aveva inventata e  che - come si dice a Roma - ogni tanto "riciccia", insieme ad altre sconsiderate teorie che finiscono per disorientare l'opinione pubblica. Non è un caso che l'Eurobarometro, in una recentissima indagine, valuta in 48% gli italiani convinti che i vaccini provocano effetti collaterali dannosi. Nel concludere questa così poco edificante carrellata di assurde vicende c'è da riflettere nel sistematico richiamo  che politici e magistrati a sostegno delle loro posizioni fanno dell'art. 32 della nostra Costituzione, articolo che sancisce il diritto alla salute come diritto fondamentale e implicitamente la libertà di scelta delle cure. Libertà che deve essere, tuttavia, funzionale a rendere concreto e fruibile il diritto costituzionalmente garantito. Cure, quindi, scientificamente validate per essere autorizzate e rese gratuite in un quadro di scelte politiche nell'allocazione delle risorse necessarie. Insomma abbiamo bisogno di certezze scientifiche: non possiamo essere ancora l’Italia di maghi, imbonitori, fattucchiere, madonne che piangono dappertutto e ora anche di terrapiattisti, se non vogliamo continuare a essere il paese del mitico sarchiapone.

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del Dott. Alberto Volponi

Il Servizio Sanitario Nazionale ha compiuto, nel dicembre scorso, quarant'anni. La sua istituzione è stata una delle grandi conquiste civili degli anni '70, che chiudeva un indimenticabile, e da allora irripetibile, decennio riformatore. Il passaggio dal sistema mutualistico, fondato su un principio tecnico-assicurativo, legato, e diversamente declinato nelle prestazioni, al tipo di lavoro svolto (e se svolto!), a quello universalistico che sostanziava il principio costituzionale del diritto alla salute "come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività", è stato epocale. Il nostro Servizio Sanitario si è progressivamente affermato scalando le classifiche mondiali fino a conquistare il secondo posto della classifica OMS nel 2000. Una medaglia d'argento che abbiamo saputo difendere anche se cambiando i criteri di compilazione cambiano, ovviamente, le posizioni in classifica. Per Blomberg siamo ancora al quarto posto, per la Euro Health Consumer, dove è preminente la valutazione della soddisfazione del paziente, siamo al ventiduesimo. Nonostante le politiche dei tagli perpetrate da anni, con un numero di posti letto ridotti da cinquecentomila del '78 a duecentomila, la perdita di oltre quarantamila operatori (e sembrano non destare preoccupazione gli annunciati nuovi esodi di massa), la spesa in rapporto al PIL scesa dalla media annuale del 7,1 degli anni 2001-2006, al 6,6, una discesa che non rallenterà nei prossimi anni (6,3 programmato per il 2020) contro il 9,5 della Francia e il 9,6 della Germania, con un costo per ogni cittadino rispettivamente di 2613, 3593, 4405 euro. Nonostante ciò il nostro Servizio Sanitario è capace di dare prestazioni complessivamente superiori agli altri Paesi spendendo di meno. Altro miracolo italiano di cui forse gli operatori della sanità qualche merito lo hanno! Insomma questo nostro Servizio Sanitario sembra portare, ancora bene, i suoi quarant'anni: evocando Nanni Moretti di "Caro Diario" si può parlare di uno "splendido quarantenne" proprio nel confronto con altri Paesi. è evidente che questi riconoscimenti non possono bastare e annullare i disagi, le frustrazioni di tanti cittadini  nell'attesa, spesso messianica, per una visita specialistica o nei sovraffollati pronto-soccorso, a volte autentici gironi danteschi, e neanche ad azzerare le diseguaglianze fra aree del Paese con una crescente mobilità sanitaria, veri viaggi della speranza, in particolare dal sud verso il nord dell'Italia. Sono necessari, quindi, interventi strutturali, mettere in campo nuove idee, strategie di ampio respiro, iniziando con il ridefinire il ruolo dello Stato centrale e quello delle Regioni per assicurare l'omogenità dell'accesso alle cure, e ai trattamenti sanitari in genere, su tutto il territorio nazionale, riducendo il gap fra regioni così da evitare che, proprio per la mobilità sanitaria, quelle ricche diventino sempre più ricche a spese di quelle povere, sempre più povere. Bisognerà poi rivedere gli assetti organizzativi e la stessa natura giuridica della Asl, i rapporti di lavoro, in particolare del personale medico, per ricondurli a unicità, presupposto essenziale per una reale  integrazione fra territorio e ospedale, medicina di base e specialistica. E perché il nostro "splendido quarantenne" rimanga tale è fondamentale puntare sulla prevenzione, un vero caposaldo delle politiche sanitarie, e adottare nuove strategie sociali e sanitarie per le persone anziane che, già oggi, consumano metà della spesa sanitaria.  Purtroppo difronte a un quadro così complesso e alla necessità di scelte incisive e coraggiose ci si preoccupa al massimo di cambiare i membri del Consiglio Superiore di Sanità, organismo superfluo, se non inutile, nella sua funzione, e che per questo andrebbe abolito. Cambiamento che sembra più  ubbidire alla logica di uno spoil-system all'amatriciana, ovvero "levate tu che me ce metto io", soprattutto se nelle scelte si conferma il criterio dell'appartenenza vera o presunta a determinate aree politiche: criterio tutt'altro che scientifico! Forse la conoscenza e la competenza non sono più requisiti fondamentali. Questa può essere la preoccupante chiave di lettura di alcuni interventi legislativi quali una sanatoria, tanto per cambiare, per le figure professionali non mediche, ovvero infermieri, ostetriche, fisioterapisti e così via, diciassette figure istituite con DM del 3 maggio 1994. Con successivo DM del 27 luglio 2000 furono stabilite le equipollenze rispetto ai titoli conseguiti con precedenti ordinamenti didattici. La nuova norma prevede che coloro che abbiano esercitato una determinata professione, senza titolo specifico o non riconosciuto, per 36 mesi non consecutivi nell'arco degli ultimi 10 (pensate quanta professionalità è possibile acquisire in un arco di tempo così breve e frammentato) sono equiparati a coloro che il titolo se lo sono sudato. Quindi si riconosce il titolo a chi ha esercitato, e lo autocertifica, senza titolo: una volta si chiamava esercizio abusivo della professione. Segue lo stesso ordito la norma che prevede la possibilità di assumere nel settore dell'emergenza, il più delicato dell'organizzazione sanitaria, medici senza titolo specifico ma che abbiano svolto, negli ultimi 10 anni, 4 anni in strutture sanitarie nel settore dell'emergenza. Tom Nichols nel suo libro "La conoscenza e i suoi nemici" sottotitolo "L'era della incompetenza e i rischi per la democrazia" ci ricorda che nell'era dell'incapacità l'aspetto più grave è nel fatto che "siamo orgogliosi di non sapere le cose" e che"l'ignoranza è diventata una virtù". In una sua lettera Ernesto Rossi, economista e uno dei padri, con Spinelli e Colorni, del Federalismo europeo scriveva: "Non bastano le buone intenzioni. Ho conosciuto un bambino che credeva di far il bene d'un pesce rosso tirandolo fuori dall'acqua per asciugarlo con un fazzoletto. E molte persone grandi fanno per buon cuore quello che voleva fare il bambino. Credono di aiutare, e invece fanno solo del male, perché non sanno quali sono le conseguenze delle loro azioni. Per saperlo, almeno fin dove è possibile, bisogna studiare". L'impreparazione  è alla base di una carenza di strategie, di inventiva nel progettare soluzioni per costruire un futuro diverso. è anche questo "presentismo", ovvero affrontare e pensare di esaurire i grandi temi che ci attanagliano, da quelli dell'economia, a quelli del lavoro, della coesione sociale, dell'immigrazione nell'arco temporale di una giornata ricca di slogan sparati a raffica con twitter. Nessuno sembra proprio  avere memoria del monito degasperiano (De Gasperi: chi era costui?) che distingueva il politico che pensa alle prossime elezioni dallo statista che si preoccupa delle prossime generazioni. Siamo a Groucho Marx: "Perché dovrei fare qualcosa per i posteri? Cosa hanno fatto questi posteri per me?"

di Alberto Volponi


Dal libro della Genesi: “Poi il Signore disse: non è bene che l'uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile”. Il primo, quindi, a preoccuparsi della solitudine umana è stato il Padreterno e questo a conferma che l'uomo, nella sua natura, è un essere sociale. La condizione di solitudine, che è in primis uno stato d'animo determinato dalla convinzione di essere soli, di non essere capiti, di non avere relazioni sociali soddisfacenti, una dimensione legata alla qualità dei rapporti più che alla quantità, ha accompagnato l'uomo fin dal suo primo apparire sulla terra. Nel tempo, essa è stata diversamente definita e valutata. Aristotele la riteneva non “umana” per cui “chi è felice nella solitudine o è una bestia selvaggia o un dio”. Un’infinita schiera di poeti si è misurata sul concetto di solitudine e il massimo cantore rimane Leopardi (anche il passero era “solitario”, la luna “solinga”, il caro "ermo”, solitario, colle, luogo di “sovrumani silenzi e profondissima quiete”). Leopardi aveva anche una definizione, possiamo dire ironica, della solitudine ovvero “una lente di ingrandimento: se stai solo e stai bene, stai benissimo, se stai solo e stai male, stai malissimo”. Struggenti i quattro immortale versi di Quasimodo in cui la solitudine diventa mesta compagna del breve palpito della vita: “Ognuno sta solo... trafitto da un raggio di sole, ed è subito sera”. C'è poi chi, come Cesare Pavese, un tipo non proprio allegro, finito suicida, la ritiene una iattura per cui l'uomo cerca rifugio nella religione, ovvero “nel trovare una compagnia che non falla: Dio”. La solitudine torna a intrecciarsi con ricordi biblici espressi in maniera dissacrante da Paul Valery: “Dio ha creato l'uomo e, non trovandolo sufficientemente solo, gli ha dato una compagna per fargli sentire di più la solitudine”. Una dichiarazione tutta maschilista a cui fa eco Cechov: “Se avete paura della solitudine non sposatevi”! Per fortuna non pochi apprezzano anche l'essere soli e addirittura, gioiosamente, la beatificano. è il caso di San Bernardo di Chiaravalle, dei monaci cistercensi, di cui possiamo ammirare le millenarie abbazie gotiche, che soleva ripetere: “Beata solitudo,sola beatitudine”. Anche il mondo, più frivolo, delle canzoni non ha trascurato il tema: Laura Pausini si è lanciata, San Remo 1993, nel firmamento internazionale con "La solitudine" (Marco se n'è andato e non ritorna più...). Potremmo continuare così ma crediamo sia il caso di affrontare la questione da un nuovo, più impegnativo, versante: la solitudine come problema sociale che finisce per intersecare problematiche sanitarie. È dimostrato che gli anziani sono i soggetti che maggiormente soffrono la condizione di solitudine ora che anche la televisione non è più il “nuovo focolare” cantato da Arbore in “Indietro tutta”, spento nella solitudine degli smart phone. Il rapporto ISTAT del 2018 ci dice che il 40% dei soggetti con più di 75 anni non hanno un amico o qualcuno a cui rivolgersi in caso di necessità. In considerazione degli indici di natalità negativi e con un numero crescente di anziani il problema sarà sempre più acuto nei prossimi anni, assumendo un carattere emergenziale anche sotto il profilo sanitario, essendo ormai da considerare la solitudine un vero fattore di rischio. Negli anni vari studi, sopratutto nel mondo anglosassone, hanno evidenziato questo legame. Una ricerca negli Stati Uniti, iniziata nel 1979 e durata nove anni, ha scoperto, studiando settemila persone, che i soggetti “scollegati dagli altri” avevano una probabilità di morire tre volte superiore a quelli con forti legami sociali e come, fra quest'ultimi, anche quelli con abitudini di vita poco salutari (fumo, sedentarietà...) vivevano più a lungo di quelli con abitudini considerate migliori ma con scarse relazioni sociali. Nel 1984 uno studio conosciuto come Ruberman, su 2320 soggetti di sesso maschile infartuati, evidenziò, nei 3 anni successivi, un diverso indice di mortalità: quelli con interazioni sociali buone avevano il 50% di probabilità in più di sopravvivenza. Dati sostanzialmente confermati da studi italiani (Perissinotto, 2012). Controverso è, invece, il rapporto solitudine-depressione. Rapporto risolto, senza esitazioni, da Pacth Adams, l'inventore della clownterapia, terapia del riso, che ha un suo fondamento scientifico nell'effetto del buon umore nella produzione di catecolamine ed endorfine, con una diminuzione del cortisolo e corrispettivo aumento della risposta immunitaria. Egli scrisse: “La depressione è un’epidemia di portata mondiale. Nel 2020 secondo le stime dell'OMS, la depressione sarà la malattia più diffusa del pianeta. Personalmente credo che la maggior parte delle depressioni abbiano le loro radici nella solitudine, ma la comunità medica preferisce parlare di depressione piuttosto che di solitudine. è più facile liberarsi del problema dando una diagnosi e una scatola di farmaci. Perché se cominciassimo a parlare di solitudine sapremmo, per certo, che non ci sono farmaci. Non c'è industria medica che tenga, basta l'amore umano”. Nella stessa direzione ci porta  uno degli studi fra i più importanti mai effettuati, il Grant Study, che dal 1939 raccoglie dati, approfondisce analisi. Il motivo conduttore rimane lo stesso: l'attesa di vita si allunga con il migliorare della vita di relazione. Un quotidiano nazionale ha, in un titolo, così commentato e sintetizzato i risultati di tale studio: “Il segreto per vivere bene? L'amore e l'amicizia contano più del colesterolo”. Chissà se un giorno qualcuno ci chiederà conto, come medici, di tante restrizioni alimentari inflitte!!

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del dott. Alberto Volponi

La mattina del 5 dicembre 1952 Londra si svegliò avvolta da una densa, grigiastra nube. La capitale della Gran Bretagna era  famosa per fenomeni di nebbia misti a fumi provenienti dai comignoli delle case, dalle ciminiere delle fabbriche, dagli automezzi, per cui era stata coniata la parola smog che, grammaticalmente, è una crasi, fra smoke e fog, ovvero fumo e nebbia (specialità linguistica degli inglesi, visto che anche il termine Brexit è una crasi). Lo smog a Londra era diventato un segno distintivo per la città tanto che il suo colore grigio scuro aveva dato il nome a un colore, un tessuto, fumo di Londra, da cui un vestito che il grande Alberto Sordi non esitò a indossare, in maniera impeccabile con tanto di bombetta, nel suo film, "Fumo di Londra", degli anni settanta. In quel dicembre, però, il fenomeno era ben più consistente per una serie di congiunture climatiche sfavorevoli, non ultimo il riposizionamento più a nord dell'anticiclone delle Azzorre, croce e delizia delle nostre estati italiane, oltre i paralleli dove tradizionalmente stazionava nei periodi invernali. Lo smog durò fino al 9 dicembre, con un bilancio apocalittico per gli abitanti: 12 mila morti, 150 mila ricoverati per patologie respiratorie. Finalmente, per primi gli Inglesi presero coscienza della gravità del problema e si diedero da fare per rimuovere le cause e, bisogna dire, riuscendovi. Per anni abbiamo concentrato la nostra attenzione sugli effetti per l'apparato respiratorio con patologie, comprese quelle tumorali, determinate dai prodotti della combustione di varie sostanze. Negli anni '90 le particelle presenti nell'aria inquinata classificate in base al loro diametro, espresso in micron, in PM10 e PM2,5, cominciano a essere individuate come responsabili anche di patologie acute cardio-vascolari. Studi successivi, sempre più documentati e condotti con il necessario rigore scientifico, hanno chiaramente evidenziato questo stretto nesso di causalità. L'autorevole American College of Cardiology, in una recentissima pubblicazione, arriva a quantificare come, nelle aree dove si registrano picchi di concentrazione  di PM2,5, si ha un aumento del 3% degli infarti e a lungo termine, un anno, l'aumento è del 10%. LDa segnalare che l'OMS nel suo rapporto sulla salute fino al 2008 come fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, elencava soltanto i tradizionali: fumo, sedentarietà, obesità, abitudini alimentari errate, ipercolesterolemia. Tutti fattori che certamente entrano, il più delle volte in concorso tra di loro, nell'etiopatogenesi delle malattie cardio-vascolari, ma nessuno di essi ha un'azione diretta sulle pareti arteriose come le polveri sottili che, inalate, superano la barriera alveolo-polmonare, vanno in circolo  e hanno campo libero nel correre a danneggiare qualsiasi parete arteriosa, provocando il successivo trombo ostruttivo e, quindi, a valle l'ischemia o l'infarto del tessuto irrorato. Solo nel maggio 2016 l'OMS ha messo sul banco degli imputati, come causa di morte primaria, l'inquinamento ambientale e in particolare quantifica in 8,2 milioni i decessi attribuiti alle patologie più diffuse, da correlare all'inquinamento  ambientale, etichettate come malattie non trasmissibili (MNT) ovvero malattie cardio-vascolari, tumori, malattie respiratorie. Con oltre il 60% dei decessi riconducibili a patologie cardio-vascolari. Certamente contro questi fattori patogeni legati all'inquinamento da polveri sottili, tanto determinanti nell'insorgere delle malattie quanto misconosciuti al di fuori degli addetti ai lavori, c’è bisogno di scelte prescrittive delle autorità di governo locali ma soprattutto nazionali, che possono essere risolutive come prevenzione su vasta scala. Al contrario i tradizionali fattori di rischio, che riguardano  lo stile di vita e quindi la sfera individuale, sono più difficili da influenzare e correggere. Nel frattempo a chi pensa come una bella pedalata in bicicletta, in pieno centro città, sia altamente salutare - al di là dei rischi di essere travolti o soltanto di finire in qualche buca stradale - si dovrebbe spiegare che l'aria inalata, il cui volume si amplia per l'aumento fisiologico della ventilazione polmonare, è carica delle famose PM. Altrettanto bisognerebbe avvertire gli ignari avventori di trattorie e ristoranti on the road, quelli con i tavoli sui marciapiedi, che mentre, per ragioni salutistiche, stanno mangiando una bella insalata con un goccio d'olio extravergine di oliva - che fa tanto bene - si stanno riempiendo i polmoni di gas tossici prodotti dagli scarichi delle auto che gli scivolano a fianco. Il problema dell'inquinamento dell'aria da polveri sottili ha una dimensione mondiale. Un rapporto del 2017 della Commissione Europea su Air quality in European  cities, evidenzia come le più alte concentrazioni  di PM si registrano in Polonia, in maniera piuttosto diffusa, nei territori dell'ex Germania dell'est, nella nostra pianura padana e a sud di Roma, nella martoriata provincia di Frosinone, lungo la valle del Sacco, già classificata come SIN, sito di interesse nazionale, per l'inquinamento del suolo e delle acque, e ora sugli altari delle cronache nazionali ed europee per quello atmosferico, che chiude un drammatico cerchio. Lentamente, forse troppo lentamente, l'attenzione dell’opinione pubblica si sta rivolgendo verso questi fenomeni costringendo le autorità di governo, a qualsiasi livello, a prendere le necessarie iniziative, affrontando il problema proprio dal punto di vista ambientale, ovvero alla radice, prima ancora che da quello sanitario. Le cause vanno rimosse per curare bene gli effetti! Non possiamo ancora accettare che si perpetui l'implacabile scissione tra sviluppo e bellezza - la natura è bellezza - fra sviluppo e salute dei cittadini. Vogliamo tornare a guardar il cielo così come descrive il Manzoni il suo cielo di Lombardia “così bello, quando è bello, così splendido, così in pace”.

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del Dott. Alberto Volponi

Le più fedeli compagne di viaggio dell'uomo sono sempre state le malattie. L'uomo da quando iniziò il suo cammino dal centro dell'Africa peregrinando per il mondo fino a occupare pressoché ogni angolo della terra, anche i più inospitali per le condizioni climatiche, è stato l'inconsapevole vettore di microbi e virus. I primi contatti fra popolazione diverse hanno avuto effetti devastanti. La scoperta e la colonizzazione del Nuovo Mondo sono la testimonianza più drammatica. Nel 1492, anno fatidico, gli abitanti di Hispaniola, attuale Haiti, erano otto milioni, tutti scomparsi appena quaranta anni dopo, falcidiati da malattie infettive portate dagli spagnoli con le loro caravelle. Cortes sbarcò, nel 1519, sulle coste del Messico con 600 uomini ma l'annientamento del civilissimo e glorioso popolo azteco fu sancito da una epidemia di vaiolo, malattia con cui non erano mai entrati in contatto, e quindi minimamente immunizzati, piuttosto che dalle armi degli spagnoli. Analoga vicenda segnò il popolo Inca con la conquista del Perù da parte di Pizarro, che sbarcò, siamo nel 1531, con appena 168 uomini. Non miglior sorte hanno avuto gli indigeni del Nord America che, impropriamente, colpa di Colombo, abbiamo sempre chiamati indiani. Ancora nel 1837 una piccola tribù di nativi fu infettata da vaiolo portato da un battello a vapore in navigazione sul Missouri; in poche settimane la popolazione passò  da 2000 a 40 individui. è evidente che il diverso, lo sconosciuto, lo straniero ha sempre suscitato timori, in molti casi fondati, ed è stato visto come una reale minaccia, un pericolo per la propria salute e la propria vita. Paure ancestrali che i progressi delle scienze, in particolare della medicina, avrebbero dovuto dissipare. Purtroppo anche la scienza, la razionalità, rischiano oggi di soccombere di fronte alle paure, all'irrazionalità. Paure alimentate da ben orchestrate campagne promosse da chi sa trarre lucrosi vantaggi per le proprie posizioni ideologiche. Gridi di allarme si succedono tutti i gironi: gli immigrati portano la tubercolosi! La tubercolosi è la prima malattia conosciuta dal genere umano; alcune tracce dell'infezione sono già rinvenute in ossa del neolitico  e in mummie egiziane del 3000 a.C. Ben nota ai Romani, accompagnò l'uomo nel Medioevo e nel Rinascimento, raggiungendo il picco fra il XVIII  e il XIX secolo quando il fenomeno dell'inurbamento esplose con la rivoluzione industriale. Solo ne 1882 Koch scoprì il Mycobatterium  responsabile della malattia ma bisognerà aspettare il 1944, con la scoperta della streptomicina e quindi dell'isoniazide, per una terapia efficace. Quando si riteneva debellata completamente ecco, negli anni '80, registrarsi una notevole recrudescenza in tutto il mondo occidentale, Italia compresa (allora zero immigrati) dove fece scalpore e suscitò meraviglia la notizia che la malattia aveva colpito una icona del calcio italiano dell'epoca. L'Oms calcola che nel mondo vi siano mezzo milione di nuovi casi ma nessuna organizzazione sanitaria ha mai messo in relazione il fenomeno con flussi migratori. Gli immigrati, quindi, non portano la tubercolosi? Ma la scabbia sì! è arcinoto che la scabbia, malattia conosciuta già nell'antico Egitto, non ha la pericolosità di altre malattie. Il sintomo più evidente è un prurito intenso ed eruzioni cutanee provocate da cunicoli scavati sotto la pelle dall'acaro femmina per deporre le uova. La trasmissione avviene per contatto diretto e prolungato pelle-pelle. Si cura banalmente con specifiche pomate a base di permetrina e una buona profilassi domestica con lavaggi di biancheria, lenzuola... Essendo una malattia che si diffonde per contatto e prospera in condizioni igieniche precarie non c'è da meravigliarsi se una certa percentuale di immigrati, stipati nei gommoni o nelle stive dei barconi, arrivino con i segni di tale malattia, ma è altrettanto vero che prima di sbarcare vengono facilmente curati e non possono diventare per questo veicoli di infezione. Al contrario non sembrano, questi immigrati, affetti da pediculosi che ciclicamente affligge intere classi di nostri bambini in età scolare, ben "igienizzati" e ben vestiti. Fenomeno, questo, che sembrava consegnato alla storia dell'Italia sporca e stracciona fino all'immediato dopoguerra quando i pidocchi furono sconfitti dal ddt americano e scomparve la "moda" dei capelli rasati a zero. Ma si insiste: forse la scabbia no ma la malaria... Sembra di rileggere Esopo tradotto in latino da Fedro: Superior stabat lupus... Così la recrudescenza della malaria o l'arrivo, con nuove zanzare, di altre patologie è colpa degli immigrati. Poiché conosciamo come avviene la trasmissione, ovvero tramite la puntura del fastidioso insetto portatore del plasmodium, non riusciamo a capire tecnicamente il ruolo dell'immigrato né possiamo pensare che siano loro a organizzare il trasferimento, in appositi contenitori, delle zanzare infette in Italia, anche per semplici ragioni legate all'emivita delle stesse. Del resto c'è chi crede che in alcune aree del Paese si effettuino ripopolamenti di vipere con lanci dagli elicotteri!! Per la zanzara tigre si è sempre saputo che è arrivata in Italia, precisamente a Genova, con un carico di pneumatici usata provenienti dagli USA mentre il virus della febbre del Nilo, che comincia a fare le sue vittime in alcune zone della pianura padana, è trasportato da uccelli migratori e trasmesso all'uomo dalle zanzare nostrane. In verità, sempre secondo l'OMS, i problemi  di salute di rifugiati e migranti "sono simili a quelli del resto della popolazione" mentre il rischio di importazione di agenti infettivi "è estremamente basso" e quando si verifica "riguarda viaggiatori regolari,turisti oppure operatori sanitari,più che rifugiati o migranti". Gli stessi dati statici-epidemiologici riguardo le patologie di cui sono affetti una minima percentuale, non oltre il 15%, degli immigrati vedono agli ultimi posti quelle di natura infettiva. Indubbiamente i flussi migratori, che dovrebbero essere risolti alla radice rimuovendo o al meno attenuando le cause che ne sono all'origine, vanno regolamentati e resi compatibili con la possibilità di una accoglienza umanamente dignitosa e di integrazione vera, compito titanico a cui l'Europa intera dovrebbe far fronte, ma è fuori discussione, a essere solo dei cinici economisti, senza scomodare valori quali la solidarietà e il rispetto della dignità umana, che le società occidentali hanno bisogno di forza lavoro, per di più giovane e a buon mercato, sia come capacità produttiva sia come riserva previdenziale. Arrivare, quindi, a dipingere tanti poveri "disgraziati, tribolati" (Manzoni) come nuovi untori ce ne vuole! Tuttavia nonostante la realtà oggettiva, inoppugnabili dati scientifici, la logica, si diffondono e fanno presa sulla gente insensate paure. I propalatori, poi, di simili allarmi godono di una speciale immunità: a loro tutto è perdonato. Hanno sempre ragione (anche Lui...). Siamo ai Blues Brothers, alla scena in cui la fidanzata affronta, sparando con un mitra, John Belushi, reo di averla lasciata attendere, inutilmente, sull'altare. Belushi si difende: "non ti ho tradito, ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere un taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c'era il funerale di mia madre, c'è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette, non è stata colpa mia". La fidanzata, incredibilmente, ci crede e gli si avvinghia al collo e lo bacia. Vi ricordate l'Illuminismo, il trionfo della ragione? Ecco, comincia, appunto, a essere un ricordo interessante da un punto di vista storico. Niente più Lumi o quasi; è notte. Ci sovviene il Belli, con la sua cruda, malinconica rassegnazione: dopo "un par d'ora de sgoccetto ....'na pisciatina, 'na sarvereggina, e, in zanta pace, ce n'annamo a letto." (Fonte: La Pelle, Settembre-Ottobre 2018)

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