Comunicati

News Letter dell'ordine

di Rossella Gemma

Progressi incoraggianti nella qualità delle cure, grazie ad interventi mirati, che incidono sull’organizzazione dell’offerta sanitaria delle diverse strutture assistenziali, ma resta il divario fra regioni sugli standard quantitativi e qualitativi dell’assistenza ospedaliera. Sono i primi risultati del Programma Nazionale Esiti 2016 pubblicato sul sito di Agenas, l'Agenzia Nazionale per i servizi sanitari regionali. Negli ultimi 5 anni - si legge - sono circa 80.000 i pazienti che hanno beneficiato di interventi tempestivi, di cui 28.000 nell’ultimo anno. Sono state più di 670.000 le giornate di degenza risparmiate, di cui 200.000 nel 2015. La proporzione di interventi entro i due giorni che nel 2010 si attestava al 31%, nel 2015 è passata al 55%, crescendo del 5% anche rispetto al 2014. Per questo indicatore il regolamento del Ministero della Salute sugli standard quantitativi e qualitativi dell’assistenza ospedaliera ha fissato, come valore di riferimento, lo standard minimo al 60%. A livello intra e interregionale si osserva una notevole variabilità, con valori per struttura ospedaliera che vanno da un minimo dell’1% ad un massimo del 97%. In ogni regione è presente almeno una struttura che rispetta lo standard, fatta eccezione per Campania, Molise e Calabria. E passando all’analisi degli indicatori di ospedalizzazione, utile anche come elemento di valutazione indiretta della qualità delle cure territoriali, il Pne individua le Aziende Sanitarie in cui viene effettuato un numero elevato di ospedalizzazioni potenzialmente evitabili in caso di una corretta presa in carico del paziente a livello territoriale. Nello specifico, si rileva che nel 2015 il numero di ricoveri di alcune tipologie a rischio di inappropriatezza risulta diminuito. Ad esempio, per le ospedalizzazioni di un intervento chirurgico ad elevato rischio di inappropriatezza, l’appendicectomia, il tasso di ospedalizzazione è diminuito progressivamente nel tempo, passando dal 1,25‰ del 2010 allo 0,73‰ del 2015, a fronte di un aumento dei ricoveri per appendicectomia laparoscopica che è passata dal 0,49‰ al 0,63‰. L’offerta di intervento di appendicectomia laparoscopica, è molto più alta nelle regioni del nord rispetto alle regioni del sud. In netta diminuzione, poi, i piccoli punti nascita in Italia, considerati più rischiosi sia per le mamme che per i nascituri. <<In tema di volumi di parti ed esiti di salute materno-infantile, le evidenze scientifiche evidenziano un’associazione tra bassi volumi ed esiti sfavorevoli>>, si legge nel Pne. Il regolamento del Ministero della Salute sugli standard quantitativi e qualitativi dell’assistenza ospedaliera, rimanda all’accordo Stato Regioni che, già nel 2010, prevedeva la chiusura delle maternità con meno di 500 parti. Escludendo le strutture con meno di 10 parti annui, nel 2015 in Italia le strutture ospedaliere con meno di 500 parti annui sono 118 (24%), in diminuzione rispetto al 2010 (155 maternità con meno di 500 parti annui). E miglioramenti si vedono anche sui parti cesarei che continuano a calare rispetto a quelli naturali. Negli ultimi 5 anni sono circa 45.000 le donne alle quali è stato risparmiato un taglio cesareo primario, di cui 12.000 nel 2015, anno in cui la percentuale vede i cesarei attestarsi al 25% del totale dei parti. I dati di questo anno indicano che la proporzione di parti cesarei primari continua a scendere progressivamente dal 29% del 2010 al 25% del 2015. Rimangono ancora significative le differenze tra le regioni del nord Italia e le regioni del sud, con valori medi rispettivamente inferiori e superiori al 20% e che, nel caso della Campania sono stabili al 50%. Fa eccezione la Liguria, con risultati analoghi a quelli delle regioni del Sud.

di Rossella Gemma

Scende il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza nel Lazio: nel 2015 sono state 9.617, mentre nel 2014 erano 10.415. La regione italiana in cui l'Ivg e' maggiormente praticata e' la Lombardia, con 14.304 aborti nel 2015 (numero comunque in calo dal 2014, quando erano 15.991), mentre quella in cui si pratica meno e' la Valle d'Aosta, con 184 Ivg lo scorso anno (erano state 208 nel 2014). In linea generale diminuisce in tutta Italia il numero degli aborti: al nord sono stati 39.728 nel 2015 (erano 43.916 nel 2014); al centro 18.770 (contro i 20.259 del 2014); al sud 20.746 nel 2015 (erano 23.564 nel 2014); infine nelle isole le Ivg sono state 8.395 nel 2015, mentre 8.839 nel 2014. I numeri sono contenuti nella relazione sulle Interruzioni volontarie di gravidanza trasmessa al Parlamento dal ministero della Salute. "Il drastico calo annuo delle Interruzioni volontarie di gravidanza (Ivg) di circa il 10% segna un'inversione di tendenza di grande importanza per le donne italiane. Un decremento non casuale: la diminuzione maggiore delle Ivg è strettamente connessa con la vendita in farmacia del contraccettivo di emergenza senza ricetta a base di Ulipristal acetato, noto come 'pillola dei cinque giorni dopo'". E' il commento di Emilio Arisi, presidente della Società medicina italiana per la contraccezione (Smic), alla Relazione sull'attuazione della legge 194/78 stilata dal ministero della Salute, con i dati definitivi sulle interruzione volontarie di gravidanza (Ivg) 2014-2015. "La percentuale più alta di contrazione degli aborti rispetto all'anno precedente, come rileva il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin - evidenzia Arisi - è stata infatti osservata nel secondo e terzo trimestre del 2015. Proprio da quando il farmaco ellaOne* ha avuto il via libera dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) alla vendita senza obbligo di prescrizione medica". Il farmaco "già dalla sua immissione in commercio nel 2009 - aggiunge Arisi - è stato considerato dalla comunità scientifica il contraccettivo d'emergenza più efficace nel prevenire una gravidanza indesiderata; un farmaco sicuro per la salute delle donne che vogliono pianificare la loro vita familiare. I dati, a un anno dalla possibilità di acquistarlo senza ricetta, confermano non solo questa prerogativa, ma anche quanto questo farmaco possa contribuire ad arrestare in maniera importante il fenomeno dell'Ivg, particolarmente doloroso per le donne".

di Rossella Gemma

Un esercito di quasi 40 mila camici rosa: sono questi i numeri dell’altra metà del cielo che lavora in corsia. Ma nonostante le donne medico stiano superando i loro colleghi uomini, questo sorpasso riguarda solo i numeri. Se sei donna, medico e con figli il percorso a ostacoli nella professione è assicurato. Se poi sei giovane le difficoltà aumentano fino al mobbing nel 60% dei casi. Aver scelto questa professione ha comportato per molte il divorzio, la scelta di rimanere single e comunque ha creato pesanti conflitti familiari (66%). Questo l’identikit delle donne medico oggi, emerso dai dati della survey elaborati dal settore Giovani dell’Anaao Assomed alla vigilia della II Conferenza Nazionale delle Donne Anaao Assomed che si svolgerà a Napoli mercoledì 14 dicembre. Dalle risposte degli oltre 1000 professionisti sono emersi dati preoccupanti. Il problema del calo della fertilità, affrontato male da una discutibile campagna ministeriale, è ben evidente tra i medici che, a causa dei carichi di lavoro, hanno meno figli di quanti ne desidererebbero o rinunciano del tutto a formare una famiglia. Tra chi ha figli, le difficoltà di gestione quotidiana sono evidenti: gli asili pubblici sono inadeguati per il lavoro articolato su tre turni, i nonni diventano risorse fondamentali, la figura paterna aiuta, ma potrebbe fare di più. Ma se il lavoro ha importanti ripercussioni sulle scelte di vita, l’avere figli influisce a sua volta sulla carriera, perché compromette l’accesso ai ruoli apicali, l’opportunità di aggiornarsi e, per i precari, la possibilità di ottenere il rinnovo contrattuale. L’essere donne, giovani e con figli sembra poi una miscela pericolosa: sono queste infatti le figure maggiormente oggetto di mobbing, avances, più penalizzate nei concorsi e nell’avanzamento di carriera. Il precariato, dilagante in questi anni, contribuisce pesantemente alla posizione di debolezza e ricattabilità delle giovani dottoresse. Il quadro peggiora ulteriormente se si considerano le donne impiegate nelle specialità chirurgiche, ove lo storico atteggiamento discriminatorio nei confronti del genere femminile non sembra ancora superato. Neppure il part-time sembra essere una soluzione percorribile per conciliare i tempi vita-lavoro: dall’indagine infatti è emerso che l’88,6% dei medici pur avendone necessità non ne ha fatto richiesta per paura di ripercussioni sulla carriera. Disaggregando i dati per fascia di età emerge che i soggetti nella fascia 41-50 anni hanno maggiore necessità di un impiego a tempo ridotto rispetto alla fascia 30-40 anni poichè all’aumentare dell'età, aumenta il carico familiare non solo legato ai figli, ma anche ai genitori. Alla blacklist dei problemi e delle inefficienze l’indagine contrappone la forte richiesta di politiche a tutela della famiglia, prima ancora che della donna. Fare figli, accudirli ed educarli, non è responsabilità esclusiva del genere femminile, ma di tutta la società, se vuole crescere e progredire. Ampliare l’accesso al part-time, sostituire le assenze per maternità, creare degli asili nido aziendali sono alcune tra le proposte concrete e fattibili che andrebbero recepite con urgenza. E’ giunto il momento che la sanità abbandoni un modello unicamente maschile e si avvii velocemente verso la declinazione di ritmi e organizzazione del lavoro che tenga conto della presenza delle donne.

di Rossella Gemma

I dati sulle coperture vaccinali nazionali a 24 mesi per l’anno 2015, relative ai bambini nati nell’anno 2013, recentemente pubblicati dal Ministero della Salute, hanno confermato che la tendenza alla diminuzione non si arresta. Per il secondo anno consecutivo il valore medio nazionale è stato inferiore alla soglia di sicurezza del 95%raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che è stata raggiunta nel 2015 solo da 6/21 Regioni P.A. per il vaccino esavalente, e da nessuna per il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia. Le coperture vaccinali in alcune zone sono ormai così basse da non garantire il mantenimento della immunità di gregge: si corre il rischio della ricomparsa di infezioni da anni debellate, e della ripresa di altre la cui incidenza si stava riducendo. Queste infezioni potrebbero colpire non solo coloro che per decisione propria o dei loro genitori non sono stati vaccinati, ma anche tutti quelli che non possono essere vaccinati per motivi medici, o perché troppo piccoli, o non hanno ancora completato il ciclo vaccinale, oppure non hanno risposto alla vaccinazione. Per contrastare questa tendenza, lo scorso 23 novembre la Regione Emilia Romagna ha approvato una legge sui "Servizi educativi per la prima infanzia”, con la quale ha stabilito che “al fine di preservare lo stato di salute sia del minore sia della collettività con cui il medesimo viene a contatto, costituisce requisito di accesso ai servizi educativi e ricreativi pubblici e privati, l’avere assolto da parte del minore gli obblighi vaccinali prescritti dalla normativa vigente”. Il che vuol dire che i bambini da 0 a 3 anni, per essere ammessi al nido, devono essere stati vaccinati contro la poliomielite, la difterite, il tetano e l’epatite B in quanto questi vaccini sono “obbligatori”.  “Ai fini dell’accesso, la vaccinazione deve essere omessa o differita solo in caso di accertati pericoli concreti per la salute del minore in relazione a specifiche condizioni cliniche”.  Dal 29 novembre 2016 Trieste è la prima città italiana a prevedere l'obbligo di vaccinazione antidifterica, antitetanica, antipolio e antiepatite B per i bimbi che frequentano i nidi (fascia di età 0-3 anni) e le scuole dell’infanzia (4-6 anni). I genitori che nel 2017 vorranno far frequentare ai figli queste scuole dovranno presentare un “autocertificato di vaccinazione”. In pari data la Regione Veneto, che nel 2008 aveva abolito l’obbligatorietà delle vaccinazioni, ha invece previsto delle misure straordinarie per il recupero delle coperture vaccinali senza reintrodurre l’obbligo. I genitori dovranno presentare un certificato vaccinale all’atto dell’iscrizione ai nidi ed alle scuole dell’infanzia: l’elenco degli iscritti con la documentazione vaccinale acquisita verrà trasmesso al Servizio di Igiene e Sanità Pubblica dell’azienda Ulss di riferimento, che fornirà un parere sul rischio di ammissione del bambino non vaccinato in rapporto al tasso di copertura del territorio, alla situazione epidemiologica e anche della presenza nella comunità infantile di bambini che non possono essere vaccinati per specifiche condizioni di salute. “La Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale - afferma Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS - segue con attenzione l’evolversi della situazione. Il calo delle coperture vaccinali è quanto mai pericoloso, richiede l’immediata applicazione di meccanismi atti ad invertire l’attuale tendenza ed a garantire in tempi rapidi l’innalzamento delle coperture vaccinali”. “In un paese come l’Italia, dove grazie ai vaccini molte malattie gravi prevenibili con le vaccinazioni sono quasi scomparse, un crescente numero di famiglie non ha più la percezione dei rischi che queste malattie comportano” - aggiunge Pier Carlo Salari, Coordinatore del Gruppo di lavoro per il sostegno alla genitorialità SIPPS. “Occorre dialogare con i genitori, ascoltandoli con attenzione, manifestando comprensione per i loro dubbi e le loro paure, illustrando con chiarezza i danni causati dalle malattie, i rischi derivanti dai vaccini, che molti pensano che siano tenuti nascosti, ed i vantaggi che le vaccinazioni assicurano ai loro figli”. “I genitori che contestano i vaccini - sottolinea Luciano Pinto, vice-Presidente SIPPS Campania - rivendicano il diritto ad una propria decisione autonoma, ma non possono ignorare il diritto degli altri, ed in particolare dei propri figli, di vivere in sicurezza. Bisogna ricordare alle famiglie che le vaccinazioni rientrano nella responsabilità genitoriale secondo il criterio dell’interesse superiore del fanciullo e del suo diritto ad essere vaccinato: la decisione dei genitori di non vaccinare un proprio figlio solo per una propria convinzione non può prevalere sul diritto di un bambino ad essere protetto mediante le vaccinazioni che, come è stato autorevolmente riconosciuto anche in una recentissima sentenza del Tribunale di Padova, rispondono all’interesse del minore”. “Ben vengano le misure che oggi le Regioni e le Città propongono, per garantire il diritto alla salute dei bambini e delle comunità in cui essi vivono: sono esempi da seguire su tutto il territorio nazionale” - conclude il Presidente SIPPS, Di Mauro.

di Rossella Gemma

Il Lazio sarà la prima regione italiana ad avere un osservatorio dedicato all’Epatite C. Questo l’esito dell’incontro tenutosi presso la Giunta della Regione Lazio tra il consigliere regionale Teresa Petrangolini, membro della Commissione Politiche sociali e salute e la rete ‘SENZA LA C’, composta da sei associazioni di pazienti e/o comunità colpite dall’infezione, ovvero Aned (Associazione Nazionale Emodializzati Dialisi e Trapianto), Epac (Pazienti con epatite e malattie del fegato), FedEmo (Federazione Associazioni Emofilici), L'Isola di Arran (Associazione impegnata nella lotta all'emarginazione legata alla droga), Nadir (Persone con HIV/AIDS) e Plus (Persone LGBT Sieropositive). All’insegna delle tre parole d’ordine Informazione, Prevenzione e Cura, nascerà infatti l’Osservatorio ‘Una Regione SENZA LA C’. Tra gli obiettivi quello di aggiornare il registro delle persone con HCV, monitorare la prevalenza dell’infezione, promuovere una prevenzione mirata ed effettuare campagne di sensibilizzazione e screening in popolazioni maggiormente a rischio, come tra i tossicodipendenti e nelle carceri, coinvolgendo anche altre associazioni. L’iniziativa prevederà nell’immediato il rilancio attraverso circuiti distributivi e reti regionali della campagna di consapevolezza e sensibilizzazione SENZA LA C, avviata a livello nazionale dalle 6 associazioni nel 2014, e la definizione e adozione di protocolli per i test salivari: con queste due iniziative si intende avviare il cammino che ha come obiettivo finale quello di eliminare le barriere di cura che impediscono a tutte le persone in necessità di accedere ai nuovi farmaci contro HCV. Richiesta che tornano a fare oggi le associazioni in una lettera aperta al presidente del Consiglio Matteo Renzi, al ministro della Salute Beatrice Lorenzin e al direttore dell'Agenzia del Farmaco (Aifa) Mario Melazzini. Nel corso dell’incontro, a cui ha partecipato anche Giorgio Cerquetani, della Cabina di Regia del Servizio Sanitario Regionale, è stata presentata la Campagna SENZA LA C realizzata nel 2014 e sono state discusse le principali criticità riscontrate dalle associazioni. "Speriamo sia il primo - dichiarano le associazioni di SENZA LA Cdi altri tavoli con le regioni a cui potremo sederci, non solo come singoli soggetti, ma anche come rete di associazioni di pazienti coinvolti dalla problematica". In particolare, aggiungono, "anche sulla scorta del successo della campagna di consapevolezza e sensibilizzazione già realizzata - che prevedeva azioni di comunicazione con sezioni personalizzate per le singole popolazioni target delle nostre associazioni - abbiamo sottolineato la necessità di fare più campagne di prevenzione mirate a specifiche popolazioni a rischio: ad esempio nelle scuole, perché i giovani sono sempre più esposti a causa della larga diffusione di tatuaggi e piercing, non sempre eseguiti nel rispetto delle norme igieniche". "E’ stato - sottolinea Petrangoliniun tavolo di lavoro importante quello aperto tra la Regione Lazio e le associazioni dei pazienti di epatite C impegnate nella Campagna ‘Senza la C’. L’incontro è stato utile anche per conoscere da vicino i problemi dei pazienti e gli aspetti critici legati alla malattia.  Il loro contributo infatti è essenziale per promuovere politiche più efficaci e raggiungere risultati concreti nel campo dell’assistenza". L’attività è stata svolta grazie al supporto non condizionato di Abbvie.

di Rossella Gemma

Le donne italiane hanno un’aspettativa di vita di 85 anni, contro gli 80,3 degli uomini; quelle che un tempo erano ritenute malattie a prevalenza maschile come malattie cardiovascolari, obesità, carcinoma polmonare, sono ora fra le principali cause di morte per le donne. Rispetto agli uomini consumano più farmaci, con una prevalenza d’uso del 67,5% contro il 58,9% negli uomini, fumano di meno - il 14,8% di donne dichiara di fumare sigarette rispetto al 24,5% di uomini - e fanno meno uso di alcol - le consumatrici a rischio sono l’8,2% rispetto al 22,7% dei consumatori. Nonostante le donne in sovrappeso siano meno degli uomini (28,2% contro 44,8%), sono loro a praticare meno sport e a essere più sedentarie: solo il 10,3% fa attività sportiva con continuità e il 44,1% è sedentaria, contro, rispettivamente il 27,1% e il 35,5% degli uomini. A fare il punto sulla salute della donna è il Libro bianco di Onda, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna, grazie alla collaborazione di Farmindustria, presentato oggi a Roma. Giunto alla quinta edizione, il Libro bianco sulla salute della donna, che tradizionalmente fotografa lo stato di salute delle donne italiane, viene quest’anno realizzato in concomitanza del decennale di Onda, Osservatorio costituito nel 2006 con l’intento di unire le forze e le competenze per promuovere in Italia la medicina di genere e richiamare l’attenzione delle Istituzioni, del mondo scientifico-accademico e sanitario-assistenziale nonché della popolazione, sulla salute della donna. Inoltre, quest’anno si è deciso di inserire nel volume uno spazio dedicato al welfare femminile che affronta temi quali le politiche di conciliazione, il welfare contrattuale, le pensioni e i loro riflessi sulla salute femminile, nonché un’analisi del welfare aziendale in particolare nel settore farmaceutico, dove vi sono molte donne in posizioni apicali e dove vige una grande attenzione alle lavoratrici. “Tutti aspetti che offrono importanti spunti di interesse e riflessioni e che Onda vuole impegnarsi ad approfondire, con l’obiettivo di offrire una sempre maggiore attenzione alla salute della donna”, chiarisce Francesca Merzagora, Presidente di Onda. Emerge ad esempio quanto le donne italiane siano sottoposte a peggiori condizioni lavorative rispetto agli uomini, fattore questo che le espone a maggiori rischi di stress con ripercussioni sulla salute. Migliori condizioni si riscontrano nelle aziende farmaceutiche, dove il gender gap è molto inferiore alla media, perché le mansioni delle donne sono di primo livello e sono molte le iniziative per rendere il luogo e il tempo di lavoro più compatibili con le esigenze di vita privata. Oltre al welfare, gli argomenti del volume spaziano dalla sicurezza dei punti nascita alla tutela della fertilità, dalla prevenzione cardiovascolare declinata al femminile alla depressione nei cicli vitali della donna, dallo stato dell’arte della ricerca oncologica in rosa alle problematiche associate a sovrappeso e obesità femminili, dal dolore cronico all’impatto delle malattie autoimmuni reumatiche sull’essere “donna”, dalle demenze alla condizione della donna anziana e alla violenza di genere. “La nostra è una sfida intrapresa con idee e con slancio, convinti che si possa dare un contributo per modificare l’impostazione androcentrica della medicina che, fin dalle sue origini, relegava gli interessi per la salute femminile ai soli aspetti correlati alla riproduzione” spiega Merzagora. “Il volume rinnova il nostro impegno volto a rendere l’approccio di genere uno strumento di programmazione sanitaria e di pratica clinica, a garanzia di una medicina sempre più personalizzata e basata sulla centralità del paziente, cosiddetta genere-specifica. Come da tradizione consolidata, dal 2007 ogni due anni, nella realizzazione del Libro bianco abbiamo al nostro fianco Farmindustria e per questa edizione, nel decennale dell’Osservatorio, abbiamo deciso di sviluppare un’impostazione differente del volume per dare uno spazio di approfondimento alle tematiche contemplate dal primo Manifesto sulla salute della donna, presentato in EXPO 2015. Abbiamo voluto anche considerare due aspetti, quello del welfare al femminile e della farmacologia di genere, su cui è necessario sempre più investire, considerato l’impatto sulla salute delle donne e sulla loro qualità di vita.” “Dieci anni di Onda ed edizione numero cinque del libro bianco sulla salute della donna: traguardi importanti”, afferma il Presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, “per continuare a camminare insieme e mettere in evidenza il legame strettissimo tra donne e imprese del farmaco. In Italia infatti l’occupazione femminile è del 43%, una quota che supera addirittura il 50% nella R&S. E per le donne molte imprese hanno da tempo sviluppato un welfare che favorisce il bilanciamento tra carriera, famiglia e vita privata. Senza dimenticare di prendersi cura della loro salute: nel mondo sono 850 i farmaci in sviluppo per le malattie tipiche dell’universo rosa. Le imprese del farmaco hanno puntato sulle donne perché il loro successo è parte del successo dell’industria farmaceutica nel cambiare in meglio la vita di milioni di persone”. 

 

di Rossella Gemma

Dal 16 novembre 2016 è entrato in vigore il Decreto ministeriale 13 ottobre 2016 recante “Disposizioni per l’avvio dello screening neonatale per la diagnosi precoce di malattie metaboliche ereditarie”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale (Serie Generale n. 267 del 15-11-2016), che consente di dare avvio allo screening neonatale esteso su tutto il territorio nazionale, con modalità uniformi e di trasferire alle regioni 25 milioni di euro del fondo sanitario nazionale vincolati per tale finalità. Lo screening neonatale rappresenta uno degli strumenti più avanzati della pediatria preventiva e consente di ottenere, attraverso il prelievo di alcune gocce di sangue del neonato che vengono versate su un apposito cartoncino, di individuare in modo precoce e tempestivo i soggetti a rischio per alcune malattie congenite per le quali sono disponibili trattamenti e terapie in grado di modificare la storia naturale della malattia. Il Decreto contiene indicazioni su: la lista delle patologie, l’informativa e il consenso, le modalità di raccolta e invio dei campioni, il sistema di screening neonatale con gli elementi della sua organizzazione, regionale o interregionale, deputata a garantire l’intero percorso dello screening neonatale dal test di I livello alla presa in carico del neonato confermato positivo, le modalità di comunicazione e richiamo per la conferma diagnostica e la presa in carico del paziente, le iniziative di formazione e informazione nonché i criteri per la ripartizione dello stanziamento. In tal modo si assicura la massima uniformità nell’applicazione della diagnosi precoce neonatale sul territorio nazionale, anche per garantire idonei standard qualitativi, ridurre il numero di richiami dei nati esaminati, ottimizzare i tempi di intervento per la presa in carico clinica e favorire l’uso efficiente delle risorse su adeguati bacini di utenza, anche tramite appositi accordi interregionali. La Legge 167/2016, recante “Disposizioni in materia di accertamenti diagnostici neonatali obbligatori per la prevenzione e la cura delle malattie metaboliche ereditarie”, entrata in vigore il 15 settembre 2016, consente di fare un ulteriore passo avanti in quanto prevede l’inserimento dello SNE nei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza così da poterlo garantire a tutti i nuovi nati. Appena entrerà in vigore il DPCM dei nuovi LEA, il sistema screening dalla fase sperimentale andrà a regime grazie alla Legge 167/2016 che prevede l’obbligatorietà dello SNE su tutto il territorio nazionale, con le modalità definite dal DM 13 ottobre 2016.

di Rossella Gemma

Continua a crescere la diffusione della ricetta dematerializzata, che supera ormai il 78%  del totale delle ricette a livello nazionale con picchi in Campania (90,15%), Molise (89,23%) e Veneto (89,12). “Le farmacie del territorio hanno creduto fin dall’inizio alla dematerializzazione delle ricette dedicando tempo e risorse alla formazione del personale e agli adeguamenti  tecnologici”  dichiara Annarosa Racca, presidente di Federfarma, esprimendo soddisfazione per il premio Agenda Digitale 2016 assegnato per questo progetto alla Ragioneria Generale dello Stato dall’Osservatorio del Politecnico di Milano.  “Il premio costituisce anche una testimonianza del grande impegno profuso da Federfarma e da Promofarma per favorire l’attuazione del processo di informatizzazione in atto nel Paese, con l’obiettivo sia di semplificare la vita al cittadino, sia di aiutare lo Stato nella razionalizzazione delle risorse.” “La ricetta elettronica  - continua Racca - ha consentito il potenziamento dei controlli della spesa farmaceutica in tempo reale, una  importante  semplificazione per i cittadini, che possono ora accedere al farmaco in ogni zona del Paese, indipendentemente dal luogo di residenza oltre che  un risparmio per l’eliminazione della stampa delle ricette.” Soddisfazione anche per Michele Di Iorio, presidente di Federfarma Campania.  “La Campania è la prima Regione a tagliare il traguardo del 90% delle ricette dematerializzate raggiungendo l’obiettivo fissato dall’Agenda Digitale per l’Italia per quest’anno. Il risultato è stato raggiunto grazie all’impegno di tutte le farmacie del territorio su un obiettivo ritenuto particolarmente prioritario dall’Unione regionale dei titolari.” Per completare la diffusione della ricetta elettronica a livello nazionale ci vorrà ancora del tempo, anche perché le Regioni sono partite in ordine sparso e in tempi diversi. Questa la situazione (aggiornata al settembre 2016) nelle altre Regioni: Sicilia 88,44%. Provincia Autonoma Trento 88,16%; Valle d’Aosta 87,23%; Piemonte 85,08%; Basilicata 84,57%; Umbria 80,83%; Lazio 79,94%; Emilia Romagna 79,05%; Puglia 78,72%; Liguria 78,42%; Marche 74,93%; Lombardia 73,42%; Abruzzo 72,69%; Sardegna 71,34%; Toscana 66,48%; Friuli Venezia Giulia 63,84%; Calabria 40,58%, Provincia Autonoma di Bolzano 12,57%.

 

di Rossella Gemma

"Per il secondo anno consecutivo abbiamo presentato i Programmi operativi. Li abbiamo consegnati al tavolo con il governo dello scorso 10 novembre e confidiamo che l'esito dei verbali anche questa volta sia confortante. I programmi operativi 2016/2018 sono il cuore di quello che avverrà nella sanità del Lazio da qui a fine legislatura". Lo ha detto il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti in apertura del Consiglio regionale straordinario sulla sanità dopo aver spiegato che in questi tre anni "come commissario ad acta ho firmato oltre 1.800 decreti" con lo scopo di "ridare credibilità al sistema sanitario regionale, riportare in ordine i conti, cercare di fermare la decostruzione del settore, che soprattutto nelle province ha subito gravi ripercussioni sul personale, per arrivare dove siamo oggi: all'interno di una nuova fase, quella della ricostruzione". Due gli obiettivi che secondo il Presidente della Regione Lazio vanno perseguiti "i due obiettivi fondamentali da porsi adesso sono due: proseguire l'azione di risanamento ed equilibrio finanziario e avviare la ricostruzione concreta del sistema. I dati ci dicono che possiamo farcela. Sembrava una montagna impossibile da scalare e invece ce la stiamo facendo. I programmi operativi 2016-2018 sono una grande sfida che dobbiamo vincere. All'interno abbiamo proposto, tra le altre cose, lo stop alle deroghe e il passaggio ai piani assunzionali triennali. Adesso siamo nelle condizioni di farlo, così come abbiamo abolito la quota regionale del ticket". Infine il governatore del Lazio rivolgendosi all'aula ha concluso: "Questo Consiglio regionale sarà utile se da quest'aula verrà il contributo su dove indirizzare le scelte, visto che ai Programmi operativi seguiranno i decreti attuativi". E sempre a proposito di ticket, anche il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha fatto sapere da Genova di avere intenzione di ritoccarne altri. "Abbiamo inserito il diabete nei nuovi livelli essenziali di assistenza e sara' una delle malattie che andranno fuori dai ticket", ha spiegato durante la visita al centro di diabetologia dell'ospedale pediatrico Gaslini di Genova nella giornata mondiale per la lotta al diabete. "Questo centro e' un punto di riferimento in Italia e a livello internazionale, anche grazie alla medicina transfrontaliera- sottolinea il ministro- sono qui per una visita anche simbolica, ho visitato il Gaslini molte volte ma oggi l'occasione e' la giornata mondiale contro il diabete, una malattia da gestire ma anche da sconfiggere". E, in proposito, Lorenzin ricorda che "trenta minuti di esercizio fisico al giorno con una adeguata alimentazione aiutano a prevenire il diabete di tipo 2 e possono alleviare diverse complicanze del diabete di tipo 1".

di Rossella Gemma

In Italia un punto nascita su 4 resta a rischio sicurezza, assistendo meno di 500 parti all'anno. Lo segnala l'Aogoi, Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani, che dedica al tema una giornata dell'XI Congresso regionale di Aogoi Sicilia. Sono passati 6 anni - ricordano gli esperti - da quando, nel dicembre 2010, un accordo Stato-Regioni stabiliva che a garanzia di mamme e bebè i reparti maternità al di sotto dei 500 parti l'anno andavano chiusi. Ma secondo il Programma nazionale esiti 2015 dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali-Agenas, nel 2014 gli ospedali in cui operavano punti nascita con meno di 500 parti ogni anno erano ancora 123. Circa un quarto del totale. La decisione di chiudere le realtà più piccole è stata presa "non per un capriccio, ma per ragioni di sicurezza", precisa Giuseppe Ettore, vice presidente Aogoi e segretario regionale Sicilia, promotore della sessione dedicata alla riorganizzazione della rete nazionale punti nascita. "Infatti i reparti piccoli non sempre sono in grado di affrontare emergenze o imprevisti che possono comunque accadere - evidenzia lo specialista - La soglia di 500 nascite, ribadita anche nel successivo decreto del ministero della Salute dello scorso anno, che regolamenta gli standard sull'assistenza ospedaliera, deriva da chiare evidenze scientifiche che mettono in rapporto il numero dei parti e gli esiti della salute della mamma e del bambino. Per Aogoi la questione a sempre una priorità, ancora da completare". Nel 2011 - ricordano dall'Associazione - il ministero della Salute ha costituito un organismo, il Comitato percorso nascita nazionale (Cpnn), che opera a sostegno delle Regioni per attuare le migliori strategie di riorganizzazione dei punti nascita, assicurando nel contempo un efficace coordinamento permanente tra istituzioni centrali e periferiche, in funzione della qualità e sicurezza del percorso nascita. "Viene effettuato anche un puntuale monitoraggio delle situazione", che per Ettore "non può definirsi del tutto rosea". Secondo il Rapporto del monitoraggio ministeriale al 31 dicembre 2014, infatti, nella stragrande maggioranza delle regioni sono ancora attivi in media 5-6 punti nascita sotto i 500 parti, dato che arriva a 19 reparti in Campania e a 17 in Sicilia. "Abbiamo voluto organizzare questa giornata - dice il vice presidente Aogoi - per migliorare e sollecitare il lungo e tortuoso percorso della messa in sicurezza dei punti nascita in Sicilia, al fine di abbassare i tassi oramai non più giustificabili di morbilità e mortalità materna e perinatale, esiti inappropriati e i rischi per i professionisti". Per l'occasione a Catania si riuniranno il Comitato percorso nascita nazionale e quello regionale siciliano, per fare il punto sulla rete di assistenza ostetrica neonatale, con il coinvolgimento di ministero della Salute, Istituto superiore di sanità e assessorato regionale della Salute. "L'incontro avrà tuttavia un'ulteriore grande valenza - puntualizza Ettore - Sarà la prima volta in 6 anni che il Cpnn incontrerà i segretari regionali Aogoi per sentire direttamente la voce dei professionisti. Ciò potrà rappresentare un momento di confronto e di aggregazione sui caldi temi della sicurezza dei punti nascita, di estremo interesse e attualità in tutte le regioni".