Comunicati

News Letter dell'ordine

di Rossella Gemma

A poco più di due mesi dalla scadenza del triennio formativo ECM meno della metà dei medici italiani risulta in regola. Lo rivela il sondaggio effettuato dall'Osservatorio Internazionale della Salute (O.I.S.) a ridosso dell'imminente scadenza del triennio formativo 2014-2016, per conoscere la posizione dei camici bianchi operanti in Italia rispetto all'obbligo, la valutazione circa la qualità dell'offerta ricevuta e l'opinione in merito all'importanza dell'aggiornamento per la propria vita professionale. Dalla ricerca è emerso come gli obiettivi annuali di formazione (50 crediti ECM per ogni anno tra il 2014 e il 2016) siano stati raggiunti solo dal 56% degli intervistati, mentre meno della metà (il 47%) ha già conseguito tutti i 150 crediti relativi al triennio in conclusione, contro un 2,2% non ne ha conseguito neanche uno. I camici bianchi meno disposti a soddisfare l'obbligo sono i più giovani e i più anziani, mentre tra i più diligenti ci sono gli infettivologi (il 59% ha già raggiunto i 150 crediti), i medici di medicina generale e i pediatri (58%). Per contro, le percentuali più alte di percorsi fortemente incompleti sono rilevabili tra gli ortopedici e fra i chirurghi (il 27% dei quali dichiara di aver conseguito meno di 50 crediti). Tra i medici intervistati emerge inoltre una netta preferenza per la qualità dei servizi forniti da provider privati rispetto a quelli pubblici. Entrando nello specifico di quel 47% di medici che, ad oggi, risultano già in regola con l'obbligo, è interessante notare come variano le percentuali legate alle diverse fasce d'età: si tratta del 49,7% dei camici bianchi tra i 46 e i 55 anni e del 50,6% tra i 56 e i 65; dati che, quando si parla di medici under 45, scendono al 37,9% e, nel caso degli over 65, al 36,9%. Dati interessanti si registrano anche in relazione all'estrazione geografica del campione considerato: al Sud Italia è già in regola il 49,1% dei medici intervistati, mentre al Centro il numero scende al 43,7% per risalire, al Nord, fino al 47,3% degli intervistati.

di Rossella Gemma

Ogni anno nel mondo si osservano 150 milioni di nuovi casi di bronchiolite e il 75% di essi è causato dal Virus Respiratorio Sinciziale (RSV) che nei Paesi in Via di Sviluppo è la seconda causa di mortalità dopo la malaria. Questi i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma c’è di più: circa il 70% dei bambini nel mondo contrae l’infezione da RSV nel primo anno di vita e il tasso di ospedalizzazione per bronchiolite è addirittura aumentato negli ultimi 10 anni sfiorando il 3%, soprattutto bambini nati pretermine e quelli con patologie associate (fibrosi cistica, malattie neuromuscolari, immunodeficienza, malattia cardiaca o respiratoria di base). La bronchiolite è una malattia infettiva acuta delle vie aeree inferiori, altamente contagiosa, caratterizzata, prevalentemente, da edema e muco delle vie aeree piuttosto che da broncospasmo. La sua più alta incidenza avviene nei mesi invernali tra novembre e marzo ed è ormai nota la correlazione tra infezioni da RSV nella prima infanzia e successivo sviluppo di wheezing ricorrente e asma in età adulta. "Nei casi di bronchiolite – sostiene la prof.ssa Susanna Esposito, presidente del Congresso, direttore dell’Unità di Pediatria ad Alta Intensità di Cura del Policlinico dell’Università degli Studi di Milano e presidente WAidid, Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici -  le opzioni terapeutiche raccomandate sono, ad oggi, limitate. Non trovano indicazione i corticosteroidi, il ruolo dei beta2-stimolanti è dibattuto e l'effetto dell’adrenalina è controverso. Pertanto, le linee guida internazionali suggeriscono che il trattamento primario rimanga in gran parte sintomatico con la somministrazione di liquidi e di ossigeno, se necessario, ed eventualmente con un tentativo di terapia con broncodilatatori (salbutamolo o epinefrina). Inoltre, iniziare in tempo un trattamento efficace, come può essere quello con soluzione salina ipertonica, potrebbe temporaneamente contribuire a migliorare il muco ostruente e l’edema delle vie aeree e, di conseguenza, i sintomi respiratori del bambinoGli antibiotici non sono raccomandati per la bronchiolite a meno che non vi sia sospetto di complicazioni come la polmonite batterica secondaria”. Lo sviluppo di misure preventive efficaci è certamente una priorità e quello di un vaccino sicuro e immunogenico contro il Virus Respiratorio Sinciziale resta una delle sfide vaccinali dei nostri giorni. Attualmente la nuova frontiera della vaccinazione anti-RSV è rappresentata dallo sviluppo di vaccini vivi attenuati o di vaccini inattivati a subunità. "I vaccini a base di virus vivo attenuato - prosegue Susanna Esposito - rappresentano un’opzione preventiva estremamente attraente, poiché permettono di ovviare alla problematica dell’instabilità connessa ai vaccini anti-RSV. Tuttavia si rendono necessari ulteriori studi per ottenere il giusto profilo di immunogenicità e sicurezza soprattutto nella prima infanzia. Un differente filone di ricerca, poi, si sta dedicando allo sviluppo di vaccini a subunità virali per l’immunizzazione delle donne in gravidanza. Riguardo, infine, le nuove terapie antivirali, sono attualmente in corso diversi studi clinici nel bambino dei primi mesi di vita per valutare l’efficacia di alcune molecole con effetto antivirale con l’obiettivo di arrivare ad una terapia specifica per le infezioni sostenute da RSV”. Ad oggi, l’unica strategia preventiva approvata, cioè l’immunoprofilassi passiva con Palivizumab, è indicata solo in bambini ad elevato rischio di contrarre l’infezione. Questa categoria di pazienti, tuttavia, incide solo in minima parte sul totale delle infezioni e delle ospedalizzazioni da RSV.

di Rossella Gemma

"Apprezziamo il forte impegno che il Ministro Lorenzin ha dimostrato per mantenere a 113 miliardi di euro il fondo destinato a finanziare la Sanita' nel 2017, scongiurando cosi' l'ipotesi di nuovi tagli ai Livelli Essenziali di Assistenza, al Piano nazionale Vaccini e alle assunzioni di personale sanitario. Ora possiamo guardare al futuro con maggiore serenita'". E' soddisfatta la Fnomceo, all'indomani del Consiglio dei Ministri che ha licenziato la Legge di Bilancio per il 2017, con un ammontare di due miliardi in piu', destinati appunto alla Sanita', rispetto alle previsioni della vigilia. "Il nostro auspicio - afferma il presidente Roberta Chersevani - e' che il Governo ascolti anche l'istanza di ridistribuire i fondi in maniera equa, attraverso una revisione dei criteri di attribuzione delle risorse che elimini le diseguaglianze di Salute". Istanza che la Fnomceo ha portato avanti con un Ordine del Giorno approvato all'unanimita' dal Consiglio Nazionale nella seduta dell'8-9 luglio scorsi e che Beatrice Lorenzin pare aver fatto propria. E a vedere di buon occhio le decisioni del governo, sono anche i pediatri. “E’ una buona notizia che il Consiglio dei ministri abbia confermato l’aumento del Fondo sanitario nazionale 2017 di due miliardi, e in questo contesto va sicuramente sottolineato il forte impegno del Ministro della Salute Lorenzin". Così Giampietro Chiamenti, Presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP): “Va dato atto al Governo Renzi di aver mantenuto l'impegno di difendere il SSN invertendo la rotta dei tagli a favore di un rilancio di investimenti ed aver altresì mantenuto l'impegno con le Regioni come stimolo positivo ad una ripresa delle prospettive per un rinnovo finanziabile dell’Accordo Collettivo Nazionale. Con risorse economiche a disposizione - prosegue Chiamenti - si può ipotizzare uno sviluppo positivo del rinnovo dell’ACN, che altrimenti diventerebbe un semplice adeguamento alla legge 189/2012 senza un effettivo miglioramento dell’assistenza pediatrica. Positivo che parte delle nuove risorse siano state messe a disposizione per risolvere l’annosa questione della carenza di personale e del precariato, quindi anche al sostegno del ricambio generazionale, ma anche al settore della prevenzione nel settore delle vaccinazioni. La Pediatria di famiglia coglie segnali di indirizzo molto importanti - conclude Chiamenti - anche perché questa decisione permetterà l’uniforme applicazione del Nuovo Piano Nazionale Vaccini, come sostenuto dal Ministro Lorenzin e auspicato dalla FIMP".

di Rossella Gemma

Negli ospedali italiani un parto su 5, il 20%, e' di donne d'origine straniera. Di queste madri 7 su 10 sono originarie di Paesi al di fuori dell'Unione Europea. Le donne immigrate residenti in Italia hanno il primo bimbo in media prima delle italiane, a 29 anni rispetto che a 32, ricorrono meno al parto cesareo e hanno bassa scolarita',ma godono in genere di buona salute e prestano attenzione agli stili di vita. L'83% non ha mai fumato una sigaretta, per 6 su 10 il peso corporeo rientra nei parametri corretti, tuttavia ci sono ancora spesso barriere linguistiche, culturali e burocratiche da superare nell'accesso alle cure. Questo il quadro tratteggiato al congresso della Sigo (Societa' italiana di ginecologia) Aogoi (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani) e Agui (Associazione Ginecologi Universitari Italiani) a Roma,che ha come titolo La Salute al Femminile Tra Sostenibilita' e Societa' Multietnica. "In Italia risiedono persone di 200 diverse nazionalita' - spiega Giovanni Scambia presidente del congresso - Le donne in eta' fertile sono oltre 1 milione e 700mila. Sono numeri importanti e destinati a crescere. Le difficolta' linguistiche rischiano di allontanarle dai nostri reparti. Gli stranieri provengono nella maggioranza dei casi da Paesi con una diversa concezione della maternita', della sessualita'. Noi ginecologi abbiamo una sfida delicata da affrontare". "E' fondamentale che a tutte queste donne sia garantita la migliore assistenza sanitaria, soprattutto nel parto ma anche in tutte le altre fasi" spiega Paolo Scollo, presidente Sigo, lanciando un appello alle istituzioni perche' aiutino i ginecologi ad organizzare l'assistenza in funzione di nuovi bisogni. Alle migranti regolari si aggiungono poi le emergenze legate ai profughi: da inizio anno oltre 15mila donne sono sbarcate in Italia dopo viaggi pericolosi. Alcune di loro sono in gravidanza e costrette, a volte, a partorire in condizioni estreme. Tra le malattie piu' riscontrate quelle dermatologiche, infettive e problemi ginecologici e ostetrici.

di Rossella Gemma

Quello tra italiani e vaccinazioni si conferma un rapporto difficile. Le coperture vaccinali nazionali a 24 mesi, per il 2015 (relative ai bambini nati nel 2013), evidenziano "un andamento in diminuzione in quasi tutte le Regioni e Province Autonome". Fanno eccezione le vaccinazioni contro pneumococco e meningococco che, nei due anni precedenti, avevano registrato bassi valori in alcune realtà. Mentre sono "particolarmente preoccupanti" i dati per morbillo e rosolia, crollati negli ultimi anni. E' quanto emerge dai nuovi dati pubblicati dalla Direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, che dal 2016 fornisce anche i dati sulle coperture vaccinali relative alla dose booster (richiamo) in età pre-scolare, ovvero a 5-6 anni, e calcolate al compimento dei 7 anni.  In particolare, come si legge in una nota di approfondimento, se si osservano le coperture vaccinali a 24 mesi dal 2000, si nota che dopo un andamento in crescita, queste si sono tendenzialmente stabilizzate. Le vaccinazioni incluse nell'esavalente (anti-difterica, anti-tetanica, anti-pertossica, anti-polio, anti-Hib e anti-epatite B), generalmente impiegato in Italia nei neonati per il ciclo di base, avevano superato il 95%, soglia raccomandata dall'Organizzazione mondiale della sanità per la cosiddetta immunità di popolazione (se almeno il 95% della popolazione è vaccinata, si proteggono indirettamente coloro che, per motivi di salute, non si sono potuti vaccinare). Ma negli ultimi tempi le cose sono cambiate: dal 2013 si sta registrando un progressivo calo, "con il rischio di focolai epidemici di grosse dimensioni per malattie attualmente sotto controllo, e addirittura la ricomparsa di malattie non più circolanti nel nostro Paese". In particolare, nel 2015 la copertura vaccinale media per le vaccinazioni contro polio, tetano, difterite, epatite B, pertosse e Hib è stata del 93,4% (94,7%, 95,7%, 96,1 rispettivamente nel 2014, 2013 e 2012). E, sebbene esistano importanti differenze tra le regioni, solo 6 superano la soglia del 95% per la vaccinazione anti-polio, mentre 11 sono sotto il 94%. Particolarmente preoccupanti, sottolinea il documento del ministero, sono i dati per morbillo e rosolia "che hanno perso ben 5 punti percentuali dal 2013 al 2015, dal 90,4% all'85,3%, incrinando anche la credibilità internazionale del nostro Paese che, impegnato dal 2003 in un Piano globale di eliminazione dell'Oms, rischia di farlo fallire in quanto il presupposto per dichiarare l'eliminazione di una malattia infettiva da una regione dell'Oms è che tutti i Paesi membri siano dichiarati 'liberi'" dalla patologia. Questo trend è confermato anche dalle coperture vaccinali nazionali a 36 mesi per l'anno 2015, dato utile anche per monitorare la quota di bambini che, alla rilevazione vaccinale dell'anno precedente, erano inadempienti e sono stati recuperati, se pur in ritardo. "L'effettuazione delle vaccinazioni in ritardo, espone questi bambini a un inutile rischio di malattie infettive che possono essere anche gravi". La riduzione delle coperture vaccinali comporterà un accumulo di bimbi suscettibili cosa che, "per malattie ancore endemiche (come morbillo, rosolia e pertosse), rappresenta un rischio concreto di estesi focolai epidemici, come già accaduto in passato; per malattie non presenti in Italia, ma potenzialmente introducibili, come polio e difterite, aumenta il rischio di casi sporadici autoctoni, in caso di importazioni di malati o portatori", rileva il ministero della Salute. "L'aumento delle iniziative nazionali e regionali di comunicazione e promozione delle vaccinazioni, il progressivo sviluppo delle anagrafi vaccinali informatizzate e le iniziative di contrasto ai movimenti anti-vaccinisti, potrebbero arginare questa tendenza alla diminuzione dell'adesione e ridurre, così, le sacche di non vaccinati". Il futuro Piano nazionale di prevenzione vaccinale, "che avrà un'offerta vaccinale più ampia, fornirà una base più solida per una maggiore uniformità dell'offerta vaccinale nel Paese", conclude la direzione generale.

di Rossella Gemma

Onda, l'Osservatorio nazionale sulla salute della donna, oggi, giorno in cui si celebra la Giornata Mondiale sulla salute mentale, promuove la terza edizione dell'iniziativa "H-open day", dedicata alle donne che soffrono di disturbi psichici, neurologici e del comportamento. Obiettivo dell'iniziativa: avvicinare le donne alle cure e superare lo stigma che ancora aleggia sulle patologie psichiche che rappresentano uno dei principali problemi di salute pubblica. Negli oltre 140 tra ospedali e centri aderenti al progetto, distribuiti sul territorio nazionale, da oggi al 16 ottobre è possibile avere consulenze psichiatriche, compilare test di screening e sottoporsi a visite ed esami gratuiti nonché ricevere materiale informativo. Come nelle scorse edizioni, a cui avevano partecipato una sessantina di ospedali, è prevista un'ampia partecipazione all'iniziativa.  "L'H-Open Day 2016 sulla salute mentale - spiega Francesca Merzagora, presidente di Onda - è un'iniziativa già collaudata da anni, in cui oltre 140 ospedali prevalentemente del network Bollini Rosa, mettono a disposizione della popolazione servizi per consentire alle donne e ai familiari delle pazienti di poter esprimere il loro disagio in un contesto dedicato. Un progetto di sensibilizzazione per accorciare i tempi nella diagnosi e avvicinare alle cure dei disturbi psichici femminili più frequenti, come ad esempio la depressione che costituirà entro il 2030, secondo l'O.M.S. la malattia cronica più diffusa. Un'iniziativa accolta favorevolmente dalle donne e dai loro familiari che potranno usufruire di visite psichiatriche, colloqui psicologici, sportelli di ascolto e ricevere materiale informativo. Per il terzo anno consecutivo, un gruppo di aziende impegnate anche sul fronte della salute mentale (Angelini, AON, Janssen, Lundbeck e Pfizer) si uniscono a sostegno di questa iniziativa dando prova di grande sensibilità e di credere nell'importanza di fare rete". 

di Rossella Gemma

Sovraffollamento, tempi di attesa per il ricovero in reparto che possono superare le 48 ore, adeguata attenzione alla terapia del dolore solo in sei strutture su 10 ma in modo differente a seconda delle realtà regionali, spazi dedicati al malato in fase terminale solo nel 13% delle strutture. E' questa la fotografia sullo stato di salute dei Pronto soccorso italiani scattata dal monitoraggio presentato dal Tribunale per i Diritti del Malato di Cittadinanzattiva e la Società italiana della medicina di emergenza-urgenza (Simeu). Secondo il monitoraggio, oltre due giorni di attesa per il ricovero in reparto si registrano nel 38% dei Dipartimenti di emergenza urgenza (Dea) II livello e nel 20% nei Pronto Soccorso (l'attesa e' fino a 48 ore nel 40% dei Pronto soccorso). L'attesa massima è stata invece di 7 giorni (168 ore) nei reparti Osservazione breve intensiva, nuove strutture previste dal Regolamento sugli Standard qualitativi sull'assistenza ospedaliera. E ancora: il 30% dei pazienti in pronto soccorso non ha visto preservarsi privacy e riservatezza, e la procedura di rivalutazione del dolore in tutto il percorso del paziente al pronto soccorso viene svolta da poco piu' del 60% delle strutture monitorate. Altro problema resta la disomogeneità della 'salute' dei Pronto soccorso a seconda delle regioni: la situazione, rileva il monitoraggio, appare infatti ''ancora oggi molto diversa fra strutture del Nord del Centro e del sud, soprattutto come conseguenza di un'organizzazione dei servizi di emergenza non ancora standardizzata sul territorio nazionale''. Il monitoraggio fotografa 93 strutture di emergenza urgenza; da' voce a 2944 tra pazienti e familiari di pazienti intervistati; misura accessi, ricoveri e tempi di attesa di 88 strutture di emergenza urgenza. La rilevazione è stata svolta tra il 16 maggio ed il 30 novembre 2015 attraverso un questionario rivolto a familiari e pazienti. Tdm e Simeu hanno anche promosso una Carta dei Diritti al Pronto Soccorso, che definisce in otto punti i diritti irrinunciabili di tutti i cittadini, pazienti e operatori sanitari.

di Rossella Gemma

La Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) ha condotto tra i propri iscritti un’indagine conoscitiva relativa all’impiego dell’Omeopatia da parte dei pediatri di famiglia, con lo scopo di meglio comprendere e documentare quali siano le modalità di utilizzo e la dimensione del fenomeno. L’indagine è stata presentata al X Congresso nazionale della FIMP in corso a Pisa. A tale proposito, il Board scientifico FIMP sulle medicine complementari (Complementary and Alternative Medicine – CAM) ha realizzato, in collaborazione con Omeoimprese,  un questionario inviato agli iscritti della Federazione (circa 5400 pediatri) nella primavera del 2016. Dei 1252 pediatri che hanno risposto, oltre il 98% sono pediatri di famiglia convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale. Tra questi 885 (70,6%) non utilizzano l’Omeopatia nella loro pratica quotidiana, mentre 367 (29,4%) la prescrive quotidianamente. Le Regioni che hanno risposto maggiormente all’indagine sono state la Toscana (14,8%) e il Piemonte (12,8%). “Oltre a questo dato - spiega Domenico Careddu, pediatra FIMP esperto in medicine complementari -, dall’indagine che abbiamo condotto emerge che il 54,2% dei pediatri che utilizzano l’Omeopatia ha frequentato e concluso un corso triennale, evidenziando come nella nostra categoria professionale la formazione di coloro che la praticano sia strutturata in percorsi formativi ad hoc. Inoltre Il 31,3% di questi pediatri è iscritto regolarmente ad un Registro dei medici esperti per la pratica delle medicine complementari (omeopatia, fitoterapia e agopuntura) istituito presso gli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri. Questo dato deve tenere conto del fatto che molti Ordini stanno solo ora istituendo i suddetti registri”. Un altro dato rilevante è che la maggior parte dei pediatri di famiglia che utilizza l’omeopatia la applica in modo integrato: circa il 90% associa infatti farmaci omeopatici ed allopatici, mentre solo il 8.9% ha dichiarato di sospendere un’eventuale terapia in atto, al momento dell’introduzione di una terapia omeopatica. A conferma di ciò, il 76.7% dei “pediatri omeopati” è concorde nel ritenere che di fronte ad una malattia cronica, l’associazione di terapia allopatica ed omeopatica, non sottrae i pazienti a terapie più efficaci. I pediatri che hanno risposto al questionario hanno segnalato una limitata percentuale di effetti (circa il 5 %) legata all’uso dei farmaci omeopatici. Il campo di utilizzo dell’omeopatia abbraccia tutte le discipline pediatriche e pur interessando tutte le fasce di età, trova maggior riscontro in coloro che frequentano comunità infantili. Tra coloro che impiegano altre CAM oltre all’omeopatia, prevale nettamente il ricorso alla fitoterapia (93,2%). Questo studio rappresenta un contributo importante per meglio comprendere il ruolo dell’Omeopatia e delle CAM più in generale nel contesto delle cure pediatriche, anche in considerazione delle molte richieste che provengono dalle famiglie.

di Rossella Gemma

Il tumore al seno è sempre più diffuso tra le donne, e a esserne colpite sono sempre più le giovani, ma la prevenzione resta una cenerentola. Nel nostro Paese il 35% delle donne scopre da sola di avere un nodulo alla mammella e si rivolge autonomamente al proprio medico. La XXIV edizione della campagna "Lilt for Women - Campagna nastro rosa 2016", presentata questa mattina, ha tra i suoi obiettivi proprio quello di intercettare soprattutto le ragazze per spiegare l'importanza della prevenzione come stile di vita. La testimonal scelta quest'anno è l'attrice e modella Elisabetta Gregoraci. Il 30% dei tumori al seno viene diagnosticato nelle donne al di sotto dei 50 anni, la fascia di età esclusa - ricordano gli esperti - dal programma di screening per ora previsto dal Sistema sanitario nazionale e riservato alle sole donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni. Si stima, inoltre, che in Italia nel 2016 saranno oltre 50.000 i nuovi casi di cancro alla mammella.  E' ancora forte il gap tra le regioni italiane per l'adesione allo screening, che al Nord arriva all'80% mentre al Sud la percentuale è al di sotto del 40%. L'aumento dell'incidenza del tumore al seno è stata pari a oltre il 15% nell'ultimo quinquennio. Pur considerando che "la guaribilità del cancro al seno è sensibilmente salita, attestandosi oggi intorno all'80- 85% dei casi, c'è un 15-20% di pazienti che non riesce a superare la malattia - ha spiegato il presidente nazionale della Lega italiana per la lotta contro i tumori (Lilt), Francesco Schittulli - una diagnosi precoce di cancro al seno comporterebbe una guaribilità superiore al 95% dei casi".  "Avremmo bisogno di gridare la parola prevenzione per farla entrare nella nostra testa e farla diventare parte della nostra vita". Ha aperto così il suo intervento la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, alla presentazione della XXIV edizione della campagna "Lilt for Women - Campagna nastro rosa 2016". "Nel 2015 abbiamo inviato più di 3 milioni e 160 mila lettere alle donne che dovevano sottoporsi allo screening e hanno risposto solo 1 milione e 721 mila. E' la dimostrazione che nel nostro Paese vige un grande problema culturale a cui bisogna far fronte. Non bisogna avere paura di fare prevenzione, è un gap che va colmato", sottolinea. "Sembra ancora che in Italia stentiamo a renderci conto di come le politiche sulla salute non possano prescindere dalla prevenzione e di come essa faccia parte di una più ampia gamma di azioni che attingono anche alla programmazione sanitaria. Se vogliamo raggiungere determinati obiettivi non possiamo non lavorare in modo sinergico e interdisciplinare. Bisogna fare in modo che il tema salute diventi qualcosa che faccia parte del bene comune e benessere personale. È un salto di livello culturale, si deve passare da una visione individualistica ad una più ampia che riguarda tutti", ha spiegato la Lorenzin. 

di Rossella Gemma

Con circa 5.000 pazienti solo in Italia, la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), malattia neurodegenerativa associata ad una progressiva compromissione della muscolatura volontaria, sembra essere in costante aumento: studi recenti, infatti, stimano che la sua prevalenza tenderà a salire nei prossimi 25 anni di circa il 20% nei paesi industrializzati, mentre di oltre il 50% nei paesi del terzo mondo, questo anche a causa del progressivo invecchiamento della popolazione. È in occasione della Giornata Nazionale della SLA, che si celebra il prossimo 18 settembre, che la Società Italiana di Neurologia (SIN) fa luce sulle più importanti novità scientifiche messe a punto dalla ricerca. “La ricerca scientifica sta facendo registrare importanti progressi nella definizione delle cause della SLA -  ha affermato Adriano Chiò, Coordinatore del Centro SLA del Dipartimento di Neuroscienze, Università degli Studi di Torino e Azienda Ospedaliero Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino- nella scoperta di nuove strategie terapeutiche nonché nella messa a punto di nuove tecniche diagnostiche. In quest’ultimo campo, infatti, sia le neuroimmagini basate sulla risonanza magnetica, che utilizzano nuove modalità di raccolta e analisi dei segnali, sia quelle di medicina nucleare, attraverso la ricerca di nuovi marcatori più specifici per la SLA e di modalità di studio del midollo spinale, stanno progressivamente migliorando la capacità dei neurologi di differenziare la SLA da patologie differenti”. Inoltre, a contribuire alla definizione delle cause della SLA è la creazione di consorzi internazionali per lo studio della genetica della malattia che sta progressivamente chiarendo i fattori di rischio genetici della malattia. Analogamente, un ampio consorzio europeo per lo studio dei fattori di rischio ambientali sta portando a termine un importante sforzo transnazionale congiunto, il primo di tale ampiezza nell’ambito delle patologie neurodegenerative, volto all’individuazione dei fattori ambientali che regolano la comparsa e le modalità di progressione della malattia e alla identificazione dell’interazione fra i fattori di rischio esogeni e il background genetico dei pazienti. In altri termini, la ricerca sulla SLA sta entrando rapidamente nell’era deibig data e i ricercatori italiani sono stati fondamentali per la creazione e la conduzione di tali consorzi.Anche lo studio di nuove terapie per la SLA è in costante progresso, nonostante le difficoltà dovute dall’incertezza ancora esistente sui meccanismi alla base del processo neurodegenerativo della malattia. Sono in corso di studio diversi farmaci con vari meccanismi d’azione, fra i quali il miglioramento della funzione muscolare, la regolazione del processo di neuroinfiammazione e, in modo ancora più mirato, il blocco della sintesi di proteine alterate a causa di mutazioni genetiche. La possibilità  di una terapia per la SLA sembra oggi più che mai avvicinarsi.