Comunicati

News Letter dell'ordine

float: right; margin: 15px;di Rossella Gemma

I medicinali per il sistema cardiovascolari guidano la classifica dei consumi tra gli italiani, mentre antineoplastici e immunomodulatori sono al primo posto per impatto sulla spesa farmaceutica pubblica. Lo dice il Rapporto Osmed sull’uso dei farmaci in Italia presentato il 12 luglio a Roma dall’Aifa, che nel 2017 ha contato 1.708,2 dosi medicinali consumate ogni giorno ogni 1000 abitanti, il 66,2% a carico del Ssn, il 33,8% acquistato privatamente tra classe A e classe C con ricetta e automedicazione. In assistenza convenzionata si è registrato un consumo di 972,7 ddd/1000 abitanti die, in ambito ospedaliero di 158,7 ddd/1000 abitanti die.

I medicinali cardiovascolari, con 484,2 ddd/1000 abitanti die, sono i più utilizzati, a cominciare da ACE-inibitori, sartani, statine, calcio-antagonisti diidropiridinici e beta bloccanti selettivi. Al secondo posto troviamo invece i farmaci per apparato gastrointestinale e metabolismo, 183 ddd/1000 abitanti die, soprattutto inibitori della pompa protonica. Sul podio anche i  farmaci del sangue e organi emopoietici, con 125,4 ddd/1000 abitanti die, tra i quali i più utilizzati sono gli antiaggreganti piastrinici, eparina esclusa. Al quarto posto ci sono i farmaci del Sistema Nervoso Centrale, con 86 ddd/1000 abitanti die, soprattutto antidepressivi inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), al quinto i farmaci dell’apparato respiratorio, con 43,6 ddd/1000 abitanti die, in primis adrenergici e gli altri antiasmatici.

La categoria di farmaci che assorbe la quota maggiore di spesa farmaceutica pubblica è, invece, quella della antineoplastici e immunomodulatori, costati  5.063 milioni di euro nel 2017, con una spesa pro capite a carico del SSN pari a 83,57 euro. Nel 2017 è restata stabile la spesa per l’assistenza convenzionata (-0,2% rispetto al 2016), che ha riguardato soprattutto inibitori dell’aromatasi e della calcineurina. L’Aifa segnala, però, l’aumento del 12,9% della spesa da parte delle strutture sanitarie pubbliche, soprattutto per acquistare anticorpi monoclonali, seguiti da inibitori della proteina chinasi e da inibitori del fattore di necrosi tumorale alfa (TNF-alfa).

 

 

float: right; margin: 15px;di Rossella Gemma

"Ottimo avvio per il nuovo servizio di assistenza pediatrica previsto negli ambulatori aperti nel weekend e nei giorni festivi e prefestivi. Sono stati in tutto 692 i bambini assistiti nei cinque punti recentemente attivati dalla Regione Lazio nella Capitale in collaborazione con i Pediatri di libera scelta. In particolare nel primo week-end del 23 e 24 giugno sono stati 218 i bambini visitati, mentre nel fine settimana successivo, l'ultimo del mese di giugno, le prestazioni erogate sono più che raddoppiate e sono arrivate a 474 per un totale di 692 complessive a soli 15 giorni di avvio di un servizio pensato per andare incontro alle esigenze delle famiglie. Questi dati dimostrano che la continuità dell'assistenza pediatrica risulta dunque una prestazione particolarmente gradita ai cittadini, motivo per cui presto sarà disponibile anche per le altre province del Lazio. Un servizio di continuità che prima non c'era e oggi esiste". Così l'assessore alla Sanità e l'Integrazione Socio-sanitaria della Regione Lazio, Alessio D'Amato. Il servizio è stato attivato presso gli Ambulatori del weekend grazie alla collaborazione e all'accordo firmato dalla Regione Lazio con i Pediatri di Libera Scelta, attualmente è presente in 5 presidi della Capitale dalle ore 10 alle ore 19 del sabato, la domenica, nei festivi e prefestivi e presto si estenderà, su base volontaria, anche nei capoluogo di provincia. I cinque presidi aperti nei weekend e nei giorni festivi dove è possibile trovare l'assistenza pediatrica indipendentemente dalla Asl di residenza sono: la Casa della Salute di Prati-Trionfale in via Frà Albenzio (Asl Roma 1), il Poliambulatorio di via Lampedusa (Asl Roma 1), la Casa della Salute S.Caterina della Rosa in via Nicolò Forteguerri (Asl Roma 2), il poliambulatorio di via Camillo Sabatini (Asl Roma 2) e la Casa della Salute di Ostia sul Lungomare Paolo Toscanelli (Asl Roma 3).  

float: right; margin: 15px;di Rossella Gemma

Il diabete si sta rivelando la malattia più rilevante e potenzialmente pericolosa del nostro secolo per la crescita continua della sua prevalenza e per la mortalità e le complicanze invalidanti. In Italia, secondo ISTAT, le persone con diabete sono 3,27 milioni e il 52 per cento risiede nelle 14 Città metropolitane; studiare il legame fra diabete e città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia diventa sempre più importante. Questo è il tema al centro del 3rd Health City Forum in corso oggi a Roma, promosso da Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Health City Institute, Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, I-Com - Istituto per la Competitività e Cities Changing Diabetes, con il patrocinio di Roma e il contributo non condizionato di Novo Nordisk.

In Italia, secondo le elaborazioni di Health City Institute su dati ISTAT, il 36 per cento della popolazione risiede nelle 14 Città Metropolitane: Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Bari, Catania, Firenze, Bologna, Venezia, Genova, Messina, Reggio Calabria e Cagliari. I dati provenienti dalle metropoli più popolose indicano che la percentuale di cittadini con diabete segue un gradiente decrescente da Sud a Nord: a Napoli ci sono quasi 209 mila persone con diabete, ovvero il 6,7 degli abitanti; a Roma, la situazione migliora di poco, con il 6,6 per cento dei residenti nella città e nell’area metropolitana (oltre 286 mila persone) che dichiarano di avere il diabete. Un po’ meglio la situazione del Nord Italia, dove la città con la più alta percentuale di persone con diabete è Torino con oltre 120 mila persone con diabete, che rappresentano il 5,2 per cento dei residenti.

Nel Nord Italia, però, la città con il maggior numero di persone con diabete in termini assoluti è Milano: 144 mila persone, ovvero il 4,5 per cento dei residenti della città e dell’area metropolitana. Questo dato preoccupante ha spinto l’amministrazione comunale a candidare la città e l’area metropolitana al programma internazionale Cities Changing Diabetes, un progetto nato quattro anni fa in Danimarca e promosso dall’University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore. “Nelle città aderenti al programma Cities Changing Diabetes i ricercatori si impegnano a individuare le aree di vulnerabilità, i bisogni insoddisfatti delle persone con diabete e identificare le politiche di prevenzione più adatte e come migliorare la rete di assistenza. Il tutto nella piena collaborazione tra le diverse parti coinvolte”, spiega Andrea Lenzi, Presidente del Comitato di Biosicurezza, Biotecnologie e Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri e Presidente dell’Health City Institute, organismo che coordina il progetto in Italia. “L’obiettivo del programma è quello di creare un movimento unitario in grado di stimolare, a livello internazionale e nazionale, i decisori politici a considerare prioritario l’urban diabetes, il fenomeno che vede le città protagoniste del crescente aumento del numero di persone con diabete e quindi in prima linea nella lotta alla malattia”.

“In questi ultimi 50 anni grandi masse di persone si concentrano nelle aree metropolitane, attratte dal miraggio del benessere, dell’occupazione e di una qualità di vita differente, e la popolazione urbana mondiale cresce anno dopo anno”, spiega Roberto Pella, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulla qualità della vita nelle città e Vicepresidente vicario ANCI. “Basti pensare che oggi oltre 3 miliardi di persone nel mondo vivono in città metropolitane e megalopoli: Tokyo ha 37 milioni di abitanti, Nuova Delhi 22 milioni, Città del Messico 20 milioni. 10 anni fa, per la prima volta nella storia dell’Umanità, la popolazione mondiale residente in aree urbane ha superato la soglia del 50 per cento e questa percentuale è in crescita, come indicano le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità. Questo crescente inurbamento rende necessario che le città stesse e il loro modello di sviluppo siano in prima linea nella lotta contro le criticità connesse e, ovviamente, la salute pubblica occupa fra queste un posto di primaria importanza. I sindaci sono interpellati, oggi più di altre figure politico-istituzionali, affinché questa necessaria pianificazione avvenga secondo un parametro di solidarietà e partecipazione”, aggiunge.

Per valorizzare le buone pratiche sull’Urban Health sono stati istituiti gli “Health City Awards”, assegnati durante questa edizione dell’Health City Forum da una giuria composta dai membri del Board of Directors dell’Health City Institute. Il premio è rivolto a Istituzioni, Enti di Ricerca, Università, Imprese e singole persone che si sono distinte nella promozione e studio della salute nelle città e nell’ambito urbano, con l’obiettivo di migliorare la qualità di vita, la salute e il benessere dei cittadini e delle generazioni future.

Tra i premiati: Istituto Superiore di Sanità, Istat, Aifa e i promotori del progetto Cities Changing Diabetes. Un Health City Award è andato anche al Comune di Roma, la prima metropoli italiana ad aver aderito al progetto Cities Changing Diabetes “per aver promosso tre accordi finalizzati all'attuazione del Piano di Azione per l'Energia Sostenibile e il Clima (PAESC) che Roma dovrà predisporre entro novembre 2019. Un patto a favore dei cittadini con il quale la Capitale si impegna a ridurre del 40 per cento le emissioni inquinanti entro il 2030”.

float: right; margin: 15px;di Rossella Gemma

Sono undici le azioni di miglioramento che il Tribunale per i Diritti del Malato di Cittadinanzattiva ha presentato oggi alla FNOPI, con l’intento di rafforzare l’alleanza tra cittadini e infermieri e stimolare una migliore qualità dell’assistenza infermieristica. Proposte “strategiche” elaborate e discusse, a seguito dei risultati emersi dall’Osservatorio civico sulla Professione Infermieristica, tra tutti gli stakeholder: AISLEC - Associazione Infermieristica per lo Studio delle Lesioni Cutanee, ALICE ITALIA ONLUS - Associazione Italiana Lotta all’Ictus Cerebrale, AMRI - Associazione per le Malattie Reumatiche Infantili, ANIMO - Associazione Nazionale Infermieri Medicina Ospedaliera, ASBI - Associazione Spina Bifida Italia, ASSOCIAZIONE PAZIENTI BPCO, FNOPI - Federazione Nazionale Ordini Professioni Infermieristiche, OPI Roma - Ordine Professioni Infermieristiche Roma, GFT - Gruppo Formazione Triage e UILDM - Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare.

“L’Osservatorio rappresenta un’inedita opportunità di coinvolgimento e partecipazione delle Organizzazioni dei cittadini nelle politiche della professione infermieristica. Una possibilità unica all’interno del mondo delle professioni sanitarie, resa possibile  grazie alla lungimiranza della FNOPI e alla sua volontà di mettere al centro delle proprie politiche professionali la tutela del diritto alla salute degli individui” ha dichiarato Tonino Aceti, Coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva. “Oggi – ha continuato Aceti - consegniamo alla Federazione nazionale le 11 proposte, condivise con tutti gli attori, per il miglioramento dell’assistenza e il rafforzamento dell’alleanza tra cittadini e infermieri. Avanti tutta sull’umanizzazione delle cure, a partire da una maggiore attenzione al dolore e alle sofferenze inutili, il contrasto al minutaggio e alla burocratizzazione dell’assistenza. Priorità alla prossimità delle cure attraverso un rilancio dell’azione politica sulle figure dell’infermiere di famiglia e in generale degli infermieri impegnati nell’assistenza territoriale. E ancora: fondamentale qualificare l’assistenza, garantendo continuità e innovazione dei percorsi attraverso una maggiore valorizzazione delle competenze della professione e maggiore investimenti nel capitale umano”.

“Quella dell’infermiere - commenta Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale delle professioni infermieristiche (FNOPI) - è tra le professioni sanitarie più vicine ai cittadini e nel processo di offerta e di garanzia di salute la professione infermieristica ha un ruolo essenziale. Nel futuro della sanità, a fronte dei bisogni di salute della popolazione e in particolare della domanda di cura delle fasce più fragili, gli infermieri avranno un ruolo sempre più incisivo, basato sulla collaborazione sinergica con tutte le altre professioni sanitarie.

La nostra professione ha come scopo il rapporto coi pazienti. È per noi un elemento valoriale importante sia professionalmente che per il ‘patto con i cittadini’ che da anni ci caratterizza: è essenziale avere una relazione privilegiata con loro, per comprendere come ci vedono e come soddisfare i loro bisogni di salute.

Il risultato dell’Osservatorio civico premia la professione per la stima dimostrata verso gli infermieri e per la consapevolezza che i cittadini hanno del nostro ruolo, ma fa anche da stimolo alla Federazione perché faccia di tutto perché sia potenziata l’offerta di prestazioni infermieristiche sul territorio attraverso i canali del Servizio sanitario con l’obiettivo di supportare i più fragili e le loro le famiglie.

Le proposte di Cittadinanzattiva - conclude Mangiacavalli - ricalcano il nostro programma per il prossimo triennio e molte necessità che l’Osservatorio ha sottolineato fanno parte delle richieste che pochi giorni fa abbiamo avanzato al nuovo Governo. Il nostro obiettivo è lavorare con e per i cittadini, Ordine per Ordine e come Federazione.  E a mettere in campo con associazioni di cittadini e pazienti tutti gli interventi per soddisfare i loro reali bisogni di salute”.

Cosa dice l’indagine

Un cittadino su due reputa che il numero di infermieri sia insufficiente per garantire l’assistenza non solo in ospedale ma anche sul territorio: qui i cittadini chiedono soluzioni che promuovano la figura del professionista nella realtà quotidiana della persona, vorrebbero essere assistiti da un infermiere nella farmacia dei servizi (65,5%), poter disporre di un infermiere di famiglia/comunità (78,6%), avere la possibilità di consultare un infermiere esperto in trattamento di ferite/lesioni cutanee (86,1%) ma anche uno a disposizione nei plessi scolastici per i bambini e ragazzi che ne potrebbero avere bisogno (84,1%).

I cittadini reputano il lavoro degli infermieri positivo ma temono anche che il tempo dedicato all’assistenza venga meno a causa delle attività burocratiche (51,3%). Un paziente su quattro, infatti, segnala poca empatia e disponibilità all’ascolto e più di uno su tre vorrebbe maggiore integrazione con le altre figure sanitarie.

A partire da questi dati emersi dall’Osservatorio civico, le proposte puntano a rafforzare il ruolo degli infermieri sia all’interno delle equipe e nei confronti degli altri professionisti sanitari, incrementando la consapevolezza del ruolo e degli spazi di intervento autonomo dell’infermiere, sia nei confronti del cittadino, individuando modalità che permettano di farsi conoscere e riconoscere, contribuendo a delineare una figura professionale capace di dare al paziente le risposte necessarie a prendersi cura di sé.

Le proposte di Cittadinanzattiva

  1. Promuovere la cultura dell’integrazione tra più professioni sanitarie, investendo su modelli organizzativi idonei a rispondere al meglio ai bisogni di cura e di assistenza del paziente.
  2. Sfruttare appieno le opportunità della formazione professionale, spendendo in percorsi mirati (ma anche trasversali) che rendano l’infermiere"esperto“ e “specializzato”, in particolar modo dove l’ambito in cui opera lo richiede (es. cure primarie e servizi territoriali, area intensiva e dell’emergenza-urgenza, area medica, chirurgica, pediatrica e della salute mentale).
  3. Praticare soluzioni che promuovano la figura del professionista nella realtà quotidiana della persona: l’infermiere a domicilio, l’infermiere di famiglia/comunità, l’infermiere all’interno di plessi scolastici e nelle farmacie dei servizi.
  4. Riconoscere e valorizzare il ruolo dell’infermiere nell’ambito dell’uso delle tecnologie sanitarie sul territorio, riconoscendo allo stesso un ruolo attivo nell’erogazione di specifiche prestazioni (es. telemedicina, tele monitoraggio, teleconsulto) inserite nei percorsi assistenziali.
  5. Lavorare sul ruolo proattivo degli infermieri riguardo alle cronicità ed altre situazioni di fragilità, rendendoli anche un anello di integrazione dei percorsi tra ospedale e territorio.
  6. Laddove presente, superare la logica dei minutaggi assistenziali con un criterio già in uso in altri paesi europei e che definisce un rapporto numerico specifico tra paziente-infermiere (1:6, ovvero un infermiere ogni 6 pazienti)
  7. Realizzare corsi di formazione che qualifichino e incrementino il rapporto con la persona e che dedichino specifici moduli all’empowerment, all’umanizzazione delle cure, alla relazione e alla comunicazione e in particolar al tema del dolore (L.38/10) in collaborazione con le associazioni di cittadini e pazienti.
  8. Valorizzare la professione infermieristica riconoscendo le competenze professionali all’interno dell’organizzazione dei servizi sanitari, adeguandone il governo.
  9. Promuovere il co-design dei servizi sanitari insieme ai cittadini, aprendo una riflessione su come evitare gli “effetti collaterali” della tecnologiaapplicata al mondo della sanità.
  10. Pianificare un’operazione di comunicazione pubblica congiunta (es. campagne di informazione nelle piazze) tra Cittadinanzattiva, associazioni di pazienti e FNOPI, organizzando eventi di prossimità allo scopo di far conoscere al cittadino chi è l’infermiere e quando è possibile rivolgersi a lui, per comunicare il valore e le nuove opportunità che la professione offre.
  11. Prevedere giornate di studio o di approfondimento presso le sedi degli Ordini locali, alla presenza di associazioni di cittadini e pazienti, in modo da facilitare lo scambio di idee e proporre interventi per soddisfare i bisogni specifici delle persone.   

 

float: right; margin: 15px;di Rossella Gemma

Le donne italiane sono consapevoli dell’esistenza della contraccezione d’emergenza (87%), ma solo la metà sa che va assunta il prima possibile dopo il rapporto sessuale non adeguatamente protetto, 7 su 10 non sanno come agisce e solamente meno di una su 10 dichiara che la cosiddetta “pillola dei cinque giorni dopo” garantisce maggiore efficacia rispetto a quella “del giorno dopo"; oltre una su 2 non è al corrente dell’obbligo di prescrizione medica solo per le minorenni, secondo l’indagine di Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere 

Negli ospedali con i Bollini Rosa e sui canali social parte la campagna di Onda per un’informazione chiara e corretta sulla contraccezione orale di emergenza 

Milano, 19 aprile 2018 – “Le donne italiane non hanno le idee chiare sulla contraccezione d’emergenza, un "piano B" a disposizione in caso di rapporto non adeguatamente protetto per scongiurare il rischio di una gravidanza indesiderata e dunque di una sua eventuale interruzione”, afferma Francesca Merzagora, Presidente Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere.

A scattare la più recente fotografia sulla conoscenza della contraccezione d’emergenza in Italia è Onda, attraverso un’indagine, condotta da Elma Research, su un campione di 757 donne tra i 15 e i 45 anni. La ricerca ha analizzato in particolare la conoscenza di questa “contraccezione del dopo”, il vissuto e le modalità di accesso.

I dati rivelano che le italiane hanno una vita sessuale attiva, il 63% delle intervistate ha dichiarato di avere rapporti sessuali regolari, e sono attente alla salute ginecologica: il 48% si è sottoposta ad una visita meno di 1 anno fa e il 24% fra 1 e 3 anni fa. Le donne si mostrano in generale consapevoli rispetto all’esistenza della contraccezione d’emergenza (87%), anche se si segnala un gap tra le 2 diverse opzioni: la conoscenza della tradizionale “pillola del giorno dopo” è consolidata in tutto il campione, mentre un buon 20% non ha mai sentito parlare della cosiddetta “pillola dei cinque giorni dopo”, recentemente introdotta sul mercato. La conoscenza passa principalmente attraverso canali non scientifici, come i media e il passaparola tra amici e conoscenti che emergono come principali fonti di informazione, indicati rispettivamente dal 71% e dal 65% delle donne. Anche in questo caso il trend dell’uso di “Dottor Google” è rispettato, con 6 donne su 10 che citano internet come canale informativo, indicato addirittura dall’80% delle intervistate del centro-sud. Importante è il ruolo della comunicazione in ambito scolastico secondo una donna su 4.

Dall’indagine emerge che, anche se le donne sanno che esiste questa “contraccezione del dopo”, hanno un’informazione piuttosto sommaria e superficiale sulla modalità di azione: il 70%, infatti, non sa che, per impedire di avviare una gravidanza indesiderata, la pillola agisce ritardando o bloccando l’ovulazione, non avendo quindi effetti abortivi. Le donne inoltre non hanno chiaro il corretto tempo di assunzione: solo la metà delle intervistate sa che dalla tempestività di assunzione dipende l’efficacia del farmaco, da assumere quindi il prima possibile, e meno di 1 donna su 10 è a conoscenza che la “pillola dei cinque giorni dopo” è quella che garantisce maggiore efficacia.

Nonostante dal 2015 le maggiorenni possano acquistare i farmaci per la contraccezione d’emergenza senza ricetta medica, ancora 1 donna su 3 non sa che è possibile farlo in farmacia e parafarmacia, con il 9% che pensa che sia dispensata solo in ospedale, e oltre un’intervistata su 2 non è al corrente che la prescrizione medica serva solo per le minorenni.

“La mancanza di conoscenza nasce dal fatto che la contraccezione d’emergenza viene poco spiegata dal ginecologo nel corso della visita come una opzione possibile quando altri metodi contraccettivi falliscono o ci si viene a trovare in situazioni a rischio”, afferma la professoressa Rossella Nappi, Università degli Studi di Pavia. “È per questo che non si comprende la differenza nel tempo di azione delle due diverse pillole disponibili sul mercato e quanto sia importante invece definirle ‘pillola del prima possibile’. La mancanza di ricetta medica ha cercato di rispondere all’esigenza di una assunzione rapida per garantire l’efficacia migliore. Purtroppo l’informazione ‘fai da te’ genera un utilizzo a volte improprio che non aiuta le donne a vivere sessualità e riproduzione in modo consapevole e le allontana da un reale progetto contraccettivo che andrebbe sempre discusso con il medico”.

"Data l'importanza di tutti gli aspetti che riguardano la contraccezione per il benessere psico-fisico della donna in età fertile”, continua Merzagora, “Onda ha deciso di intraprendere un’attività di informazione sulla contraccezione orale di emergenza, partendo dalle conoscenze emerse da questa indagine. Consiste essenzialmente in una campagna sui propri social network con post ad hoc e video pillole e accompagnata dalla realizzazione della brochure ‘La nuova mini-guida sulla contraccezione – Focus sulla contraccezione orale di emergenza’ che sarà distribuita negli ospedali del network Bollini Rosa e scaricabile dal sito www.ondaosservatorio.it. Ancora oggi molte donne non sanno come utilizzare la ‘contraccezione del dopo’ correttamente e quindi questo progetto punta a fare chiarezza sul tema, utilizzando strumenti idonei a raggiungere anche le donne più giovani".

di Rossella Gemma

Un nuovo metodo per sanificare gli ambienti ospedalieri, combattere i batteri, consentendo maggiore sicurezza e un consistente risparmio al sistema salute. Questa l’essenza del Sistema di pulizia e sanificazione PCHS ®, presentato al ministero della Salute. Secondo un rapporto dell’OMS , le ICA (Infezioni Correlate all’Assistenza) provocano un prolungamento della durata di degenza, disabilità a lungo termine, aumento della resistenza dei microrganismi agli antibiotici, un carico economico aggiuntivo per i sistemi sanitari e per i pazienti e le loro famiglie e una significativa mortalità in eccesso. In Europa, le ICA provocano ogni anno 16 milioni di giornate aggiuntive di degenza, 37.000 decessi attribuibili e 110.000 decessi per i quali l’infezione rappresenta una concausa. I soli costi diretti di questa vera e propria emergenza negli Ospedali ammontano a circa € 7 miliardi di euro. “Uno studio tutto italiano che porta risultati di questo tipo è motivo di orgoglio”. Lo ha dichiarato il prof. Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, nel corso della presentazione di questa metodologia innovativa incentrata sulla competizione biologica. “Sono risultati importantissimi – ha proseguito Ricciardi - che riguardano due priorità della nostra agenda: ridurre le infezioni, prima causa di rischio all’interno degli ospedali; farlo attraverso un sistema che consente un risparmio al Sistema, e dunque fornendo un contributo al nostro dovere di rendere sostenibile la spesa per mantenere la straordinarietà del nostro Servizio Sanitario Nazionale. Il fatto che tutto questo sia arrivato grazie a uno studio che ha messo in rete università e ospedali italiani è un modello che dobbiamo essere in grado di incentivare. A un’ora di aereo da qui ci sono Paesi che mettono a disposizione della ricerca tutto quanto necessario per produrre valore, ricchezza, lavoro. L’Italia ha tutti gli strumenti per essere protagonista del futuro”. Nel corso dell’incontro sono stati resi noti i risultati ottenuti dallo studio che ha coinvolto le università di Università di Ferrara, Udine, Pavia, Messina e la Bocconi di Milano e 7 ospedali Italiani (Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli - Roma, Ospedale di Santa Maria del Prato-Feltre BL, Ospedale Sant’Antonio Abate -Tolmezzo UD, Istituto di Cura Città di Pavia e Istituto Clinico Beato Matteo di Vigevano PV, Azienda ospedaliera Universitaria Ospedali Riuniti-Foggia, Policlinico Universitario G. Martino-Messina). Gli interventi del professore Sante Mazzacane e Silvio Brusaferro, della dottoressa Elisabetta Caselli e dell’ingegnere Carla Rognoni hanno chiarito il piano della ricerca, pubblicato sul Journal of Clinical Trials nel 2016 e i risultati ottenuti: la riduzione del 52% delle infezioni correlate all’assistenza, riduzione tra il 70 e il 96% della riduzione dei patogeni rispetto ai metodi tradizionali di igienizzazione e una riduzione tra il 70 e il 99.9% dei germi di resistenza gli antibiotici. E una riduzione del 15-20% dei costi diretti di produzione rispetto ai metodi tradizionali.

La visualizzazione dell’incontro è disponibile sul canale Youtube

 
I documenti del convegno sono scaricabili dal sito

 

float: right; margin: 15px;di Rossella Gemma

Lo studio Nibit-M4 (Nct02608437), di fase 1b, arruola 19 pazienti con melanoma metastatico con l'obiettivo di valutare la combinazione, in sequenza, di un farmaco epigenetico di seconda generazione, la guadecitabina, che agisce sul Dna delle cellule tumorali inducendovi modificazioni chimiche, con l'anticorpo anti-Ctla4 ipilimumab. L'epigenetica, branca della genetica che studia le modificazioni ereditabili che modulano l'espressione genica, pur non alterando la sequenza del Dna, ha dimostrato infatti di avere un ruolo importante in molti dei meccanismi di crescita e progressione tumorale, nonché nel potenziare l'immunogenicità delle cellule tumorali e il loro più efficace riconoscimento da parte del sistema immunitario. "Questo studio - afferma Anna Maria Di Giacomo, oncologo medico della U.O.C. Immunoterapia Oncologica e coordinatore della Sezione degli studi di fase I/II del Cio dell'AOU Senese, principal investigator dello studio - si basa sull'idea di utilizzare insieme un farmaco epigenetico, capace di modificare le caratteristiche immunologiche del tumore e dell'ambiente in cui vive per renderlo più visibile alle difese immunitarie, e un anticorpo immunomodulante che attiva il sistema immunitario in modo che sia maggiormente reattivo a riconoscere le cellule tumorali modificate; una strategia innovativa, sequenziale, che punta quindi a far 'abbassare la guardia' al tumore, rendendo in questo modo più efficace l'attività dell'immunoterapia e, conseguentemente, del sistema immunitario, nel far regredire il tumore. I dati iniziali che presenteremo al congresso Aacr confermano quello che abbiamo osservato in fase pre-clinica, ovvero che questa strategia funziona". Nibit-M4 è il primo studio di questo genere (combinazione farmaco epigenetico-immunoterapia) sui tumori solidi al mondo a essere presentato. Altri studi internazionali che indagano l'utilizzo di questa innovativa strategia terapeutica sono in partenza o in corso, anche in funzione dei dati generati dalla Fondazione Nibit. Una nuova strategia, dunque, condivisa da gruppi di ricercatori diversi a livello internazionale, con l'obiettivo comune di migliorare l'efficacia dei trattamenti immunoterapici. 

float: right; margin: 15px;di Rossella Gemma

Persone con diabete responsabili, attente ai controlli periodici e pronte ad informarsi sulla propria patologia, ma usurate da burocrazia, attese lunghe e difficoltà nella vita quotidiana, soprattutto a scuola e nel passaggio all’età adulta. Ma anche grandi difficoltà per il rinnovo della patente e i permessi lavorativi fanno la loro parte. Le Regioni, inoltre, procedono in ordine sparso anche in presenza di un Piano nazionale diabete, con differenze rilevanti nella organizzazione dei servizi, nella messa a punto ed erogazione dei percorsi diagnostici, terapeutici ed assistenziali, nella imposizione del ticket e nel controllo dei tempi di attesa con cui sono erogati i controlli.

Il quadro sulla gestione della patologia diabetica, sull’attuazione del Piano nazionale Diabete e sulle esperienze dei pazienti emerge dal primo Rapporto civico “Diabete: tra la buona presa in carico e la crisi dei territori”, presentato oggi da Cittadinanzattiva, con il contributo non condizionato di Abbott. Il Rapporto è scaricabile dal seguente link https://www.cittadinanzattiva.it/files/rapporti/salute/diabete-tra-la-buona-presa-in-carico-e-la-crisi-dei-territori-rapporto-1.pdf.

L’indagine, messa a punto da un tavolo di esperti ha coinvolto, tramite questionari online, 4927 pazienti 245 professionisti sanitari di tutta Italia. 15 invece le Regioni che hanno collaborato compilando il questionario messo a punto da Cittadinanzattiva e dal tavolo di lavoro multistakeholder: Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Sardegna, Toscana, Trentino Alto Adige (Provincia autonoma di Bolzano, Provincia Autonoma di Trento), Valle d’Aosta, Veneto.

Il progetto ha visto il coinvolgimento di 13 organizzazioni professionali, sindacali e società scientifiche e 7 associazioni di persone con diabete*.

A distanza di sei anni dall’approvazione del Piano Nazionale sulla Malattia Diabetica c’è ancora molto da fare per la piena e concreta attuazione dei diritti delle persone con diabete. Sono troppe e insopportabili le disuguaglianze regionali nell’accesso ai servizi e alle vere innovazioni tecnologiche. Approvare Piani nazionali, recepirli formalmente con Delibere regionali e varare Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali non è sufficiente, serve maggiore e costante attività di verifica sostanziale da parte del Ministero della Salute e delle Regioni sulla loro concreta attuazione, per assicurare cambiamenti nella vita quotidiana delle persone su tutto il territorio nazionale. Su questo punto bisogna davvero cambiare passo perché quando dalle parole si è passati davvero alle azioni, i cittadini ne hanno visto i risultati”.  Queste le dichiarazioni di Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato e responsabile nazionale CnAMC di Cittadinanzattiva, che continua “è inaccettabile che ancora quasi la metà dei pazienti sia obbligato a prenotarsi autonomamente visite ed esami di controllo. I centri di diabetologia, oggi in forte affanno, vanno rafforzati e integrati con i servizi territoriali. Per aumentare la capacità di risposta del SSN bisogna valorizzare di più la figura del Medico di Famiglia anche rispetto alla possibilità di prescrivere terapie innovative, come pure le importanti competenze maturate dalla professione infermieristica. Ridurre il peso sui pazienti della burocrazia inutile è una necessità ineludibile, come pure affrontare e risolvere definitivamente il problema della somministrazione dei farmaci a scuola che ancora oggi obbliga intere famiglie a farsi carico in prima persona e tutti i giorni di quest’attività“.

Cosa dicono le persone con diabete

Le persone che hanno partecipato alla indagine sono affette in grande maggioranza (72,8%) da diabete di tipo 1, prevalentemente in età lavorativa attiva (40-64 anni) o genitori di bambini o ragazzi (17,5%).

Sono persone responsabili ed esperte nella gestione della malattia, che effettuano le necessarie visite di controllo (il 65% ha consultato almeno una volta nell’ultimo anno un oculista ed il 40% un cardiologo) e tutti gli esami diagnostici necessari, e che svolgono regolarmente attività fisica (56,6%). Infatti, solo il 6% è dovuto ricorrere ad un ricovero ospedaliero ed oltre la metà non ha avuto complicanze nell’ultimo anno.

Solo al 20,3% sono stati garantiti corsi sulla gestione della patologia e il 62% fa da tramite tra il medico di medicina generale e lo specialista per garantire l’integrazione.

Si attende anche un anno per la prima visita diabetologica e un anno e mezzo per quella endocrinologica. E accade anche che i pazienti siano costretti a fare centinaia di chilometri per la visita di controllo al centro diabetologico e per un colloquio che in molti casi dura solo pochi minuti e non sempre con lo stesso specialista.

La maggior parte (più del 47%) deve prenotare autonomamente le visite o gli esami di controllo; in egual percentuale deve ricordare tutte le visite da solo non essendoci un sistema di calendarizzazione degli appuntamenti.

Chi fa uso di dispositivi innovativi per la gestione del diabete (40%) lo fa per lo più a proprie spese, ad esempio il 49,6% acquista i sensori per la glicemia privatamente, con lo smacco per di più che lo stesso dispositivo risulta essere gratuito in altre Regioni italiane.

Le differenze regionali non finiscono qui: il 21,8% paga un ticket sui farmaci; il 76,6% non ha accesso al numero necessario di strisce o sensori per limitazioni nella prescrizione.

Solo il 12% afferma di essere inserito in un Percorso diagnostico, terapeutico ed assistenziale (PDTA): laddove questo avviene ha degli effetti estremamente positivi sulla qualità di cura e di vita della persona, che riscontra un maggiore controllo della patologia, più informazione ed ascolto e un accompagnamento reale nella cura.

Se la persona con diabete è un bambino, oltre ai disservizi già citati, incontra difficoltà nei servizi sanitari ma anche nella vita scolasticaIl 15% dei piccoli è curato in un centro per adulti. Per il 62% dei genitori il servizio nella mensa scolastica non è adeguato, il 78% dichiara che il proprio figlio non ha partecipato, nell’ultimo anno, a corsi per la promozione dell’attività fisica, il 64% non ha ricevuto sostegno psicologico. Spesso si sconta, in ambito scolastico e in altri aspetti della vita del bambino come lo sport, una vera e propria forma di discriminazione.

Rispetto alla vita quotidiana, al di fuori dei servizi sanitari, molte solo le difficoltà e gli ostacoli evitabili. C’è chi rinuncia a rinnovare la patente di guida, specie se costretto a rinnovi frequenti, a causa della lunghezza e complessità delle procedure, oltre che per i costi privati da sostenere. C’è chi rinuncia a chiedere il riconoscimento della legge 104, necessario per avere i permessi lavorativi e curarsi; c’è chi si confronta con distanze, procedure ed orari poco compatibili per ritirare farmaci e dispositivi dalle farmacie. Inoltre, c’è chi deve mettere mano al portafoglio, spendendo in media 867 euro l’anno e fino ad oltre tremila euro l’anno per presidi non riconosciuti, visite ed esami, spostamenti per la cura, ecc..

Il quadro delle Regioni

Nonostante il Piano nazionale Diabete del 2012 sia stato formalmente adottato da tutte le Regioni, il quadro su modalità e strumenti di gestione della patologia diabetica risulta estremamente variegato.

Fra le 15 Regioni che hanno partecipato alla indagine, ci sono alcune, come la Lombardia, che conoscono esattamente quanti pazienti diabetici, di tipo 1 e di tipo 2, sono presenti, suddividendoli per complessità e per voci di spesa, ed altre Regioni, come l’Abruzzo, che non hanno cognizione né di quanto spendono, né a quanto ammontano i fondi stanziati per la cura del diabete.

In 12 regioni/provincie autonome su 15 esiste un PDTA regionale sul diabete in Abruzzo, Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Molise, Piemonte, Toscana, Trentino Alto Adige, Valle d’Aosta e Veneto, ma a fornire un dato sulla percentuale di pazienti inseriti nel percorso sono sei: Friuli Venezia Giulia, Lazio, Piemonte, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto. Piemonte e Marche hanno organizzato i servizi diabetologici secondo il modello Hub e Spoke, la Lombardia adotta un suo particolare modello.

Solo Toscana, Piemonte, Marche e, in parte Basilicata, conoscono la distribuzione dei pazienti nelle diverse strutture.

Ancora, in nove su 15 -tra provincie autonome e regioni- esiste un Piano attuativo del Piano Nazionale Diabete in Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Marche, Piemonte, Sardegna, Toscana, Provincia Autonoma di Trento e Veneto; più basso il numero di quello che ne monitorano l’attuazione (rispondono negativamente o non rispondono Marche, Sardegna, Provincia autonoma di Trento).

Solamente nel Lazio, in Piemonte e Veneto sono presenti centri di primo livello che vedono la presenza del Medico di Medicina Generale.

Esistono centri prescrittori specifici per tecnologie o farmaci innovativi in Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Molise, Sardegna, Toscana, Trentino Alto Adige, Veneto.

Conoscono i tempi di attesa per la prima visita diabetologica solamente Friuli Venezia Giulia, Toscana, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta.

Sul lato informatizzazione, le Regioni che hanno un registro dei pazienti sono: Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana, Provincia Autonoma di Trento, Valle d’Aosta ed Veneto. Non sono state attivate esperienze di telemedicina in Liguria, Lombardia, Molise, Piemonte, nella Provincia Autonoma di Bolzano e in Valle d’Aosta.

Anche la prescrizione di farmaci e dispositivi varia da Regione a Regione e non tutte, ad esempio, hanno deliberato circa l’accesso a dispositivi come i sensori come nel caso di Abruzzo, Molise, Puglia, Provincia Autonoma di Bolzano. È presente il ticket sui farmaci in Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Puglia e Veneto.

Anche per la gestione del bambino con diabete le differenze sono evidenti. In Basilicata, ad esempio, non esiste una presa in carico del paziente in età evolutiva in strutture di secondo/terzo livello specialistiche pediatriche, nel Lazio si sta sviluppando un PDTA per il diabete in età pediatrica, in Toscana esistono 9 centri dedicati ai piccoli pazienti. Ancora, esistono dei protocolli di transizione strutturata dalla gestione del centro pediatrico a quello dell’adulto e dal pediatra al medico di medicina generale in Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Marche, Piemonte, Toscana, Trentino Alto Adige e Veneto.

Linee di indirizzo per le mense scolastiche sono state elaborate in Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Piemonte, e Veneto. Non esistono protocolli di coinvolgimento per il trattamento della ipoglicemia e per la somministrazione di farmaci a scuola in Basilicata, Liguria, Lombardia, Molise e Provincia Autonoma di Bolzano. Non sono stati realizzati nell’ultimo anno a livello regionale e/o aziendale eventi dedicati all’educazione strutturata dei bambini/ragazzi e famiglie (per esempio campi educativi, ecc.), in Basilicata, Liguria, Lombardia, Molise, Puglia, Sardegna.

float: right; margin: 15px;di Rossella Gemma

In tutto il mondo, Marzo è il mese della consapevolezza dell’endometriosi che quest’anno culminerà sabato 24 con la Giornata Mondiale, istituita per sensibilizzare la popolazione sulla malattia. Si stima che l’endometriosi colpisca circa il 10-15% delle donne in età fertile – 3 milioni i casi solo in Italia - con un enorme ritardo nella diagnosi che mediamente arriva dopo 7 anni, generalmente nella fascia d’età tra i 25 e i 35 anni. E’ una malattia cronica, dolorosa e invalidante, con risvolti importanti a livello socio-lavorativo e relazionale: ansia, discriminazione, paura, giornate a casa, rischio di perdere il lavoro, sono temi che, purtroppo, rivestono ancora una profonda attualità. Una patologia che per il 30-40% delle pazienti si traduce, inoltre, in un problema di infertilità. “Nelle donne affette da endometriosi il tasso di gravidanza naturale è inferiore al 2% per ciclo mestruale - afferma la Dottoressa Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma – mentre normalmente questo valore si attesta attorno al 20%. L’infertilità  è un elemento fondamentale di cui il medico deve tener conto nel momento in cui si appresta alla diagnosi e alla cura di questa patologia così come l’endometriosi influenza l’approccio diagnostico e terapeutico per la cura della infertilità. Per le pazienti – prosegue la Dottoressa Galliano - la medicina riproduttiva rappresenta una opportunità da intraprendere grazie agli elevati tassi di successo che caratterizzano queste tecniche. Negli ultimi dieci anni più di 9.000 donne si sono rivolte a IVI per riuscire ad avere un bambino malgrado l’endometriosi”. In alcune cliniche, IVI può contare su unità specifiche per la cura dell'endometriosi. Una diagnosi ed un corretto trattamento e follow-up, sia medico che psicologico, assicurano che le pazienti si sentano supportate e comprese. Negli ultimi anni sono stati fatti numerosi passi avanti sul fronte terapeutico-assistenziale, ma anche istituzionale: nel 2016 l’endometriosi è stata inserita dal Governo Italiano nell’elenco delle patologie croniche e invalidanti. Inoltre, da marzo 2017 sono entrati in vigore i nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) previsti per gli stadi clinici di endometriosi moderato e grave”.

 

float: right; margin: 15px;

di Rossella Gemma

L'epilessia colpisce 500mila italiani, tra uomini e donne, adulti e bambini. Una malattia caratterizzata da crisi improvvise e con effetti devastanti quando le terapie farmacologiche non sono efficaci. Ma adesso per i malati resistenti ai farmaci tradizionali arrivano nuove speranze di cura: alcune sostanze contenute nella cannabis sarebbero in grado di controllare le crisi nei bambini, con risultati promettenti per tutti i pazienti farmacoresistenti: "Il cannabidiolo, come emerge da alcuni studi piu' recenti, si sta dimostrando efficace in pazienti farmacoresistenti per alcune forme piu' gravi di epilessia, con una riduzione della frequenza delle crisi di quasi la meta'. In futuro, in Italia, potrebbe diventare un'alternativa di cura per decine di migliaia di persone", spiega Marilena Vecchi, neuroepilettologa del Dipartimento della Salute della donna e del bambino dell'azienda ospedialiera di Padova, responsabile del Centro di riferimento Nazionale Lice per la Diagnosi e Cura dell'Epilessia infantile. Sara' il convegno 'Update in epilettologia' 2018, che il 9 e 10 febbraio riunira' a Padova, i maggiori esperti, medici e professionisti del settore, l'occasione per approfondire le nuove frontiere di cura contro la malattia. "La terapia farmacologica classica funziona nel 70% dei casi, nel restante 30% i malati vanno indirizzati verso soluzioni alternative, come la chirurgia resettiva e la dieta chetogenica - spiega l'esperta - e risultati promettenti sono stati dimostrati, piu' recentemente, per il cannabidiolo. Gli studi clinici randomizzati e controllati, condotti negli Stati Uniti e in Europa, hanno iniziato a mostrare e confermare l'azione antiepilettica di questa sostanza, contenuta nella cannabis sativa e gia' autorizzata in Italia per gravi patologie. I risultati, pubblicati nel 2017 e 2018, hanno evidenziato la sua efficacia nei pazienti con epilessie farmacoresistenti come la sindrome di Dravet e la sindrome di Lennox Gastaut, due forme di epilessia molto grave associata a disabilita', mostrando oltre che un profilo di sicurezza buono, la riduzione della frequenza delle crisi del 35-40% nel periodo di trattamento rispetto al periodo basale".