Comunicati

News Letter dell'ordine

di Rossella Gemma

Su 374mila interventi eseguiti in Italia nel campo dell’ostetricia-ginecologia, urologia e chirurgia generale, ben il 61% viene fatto in laparotomia e solo la restante parte in laparoscopia. Ma l’utilizzo di questa tecnica, invece, comporterebbe meno fastidi per il paziente e un bel risparmio per il Servizio sanitario nazionale. Sono quasi 105 mila le giornate di degenza che il Ssn potrebbe risparmiare ogni anno se la diffusione della laparoscopia in Italia, pur limitandola solo ai due interventi più frequenti, fosse adottata in modo equo e appropriato. Ma la tecnica mininvasiva che 30 anni fa venne definita un'innovazione dirompente, ancora stenta a conquistare il nostro Paese, contando solo il 38,5% degli interventi. Maglia nera a Marche, Sicilia, Campania e Calabria, dove il livello di diffusione della laparoscopia risulta insufficiente rispetto alle performance decisamente ottimali di Veneto, Lombardia, Valle d'Aosta e Province autonome di Trento e Bolzano. Questi i risultati del primo Rapporto elaborato dall'Osservatorio PariSanità, presentato oggi a Roma e sviluppato da Crea Sanità - Università di Roma Tor Vergata e Centro studi Assobiomedica. Nonostante le evidenze scientifiche promuovano l'uso di questa tecnica chirurgica a fronte dei diversi benefici riscontrati sia per il paziente sia per l'organizzazione ospedaliera, la diffusione della laparoscopia «a macchia di leopardo, dipende non tanto da scelte basate su considerazioni medico-scientifiche, quanto da un problema di mancanza di equità di accesso», spiegano gli esperti. «Rilevare i processi di accesso alle prestazioni sanitarie e quelli di diffusione delle tecnologie innovative sul territorio nazionale - ha dichiarato il presidente di Crea Sanità, Federico Spandonaro - è l'obiettivo che ci siamo dati nel creare l'Osservatorio PariSanità: individuando eventuali disomogeneità regionali è possibile pianificare azioni correttive necessarie a riequilibrare l'offerta sanitaria del Ssn, contribuendo a migliorare il Sistema e la tutela della qualità della salute dei cittadini». «Abbiamo valutato la diffusione della tecnica mininvasiva laparoscopica per un insieme predefinito di procedure chirurgiche afferenti a diverse branche specialistiche: prendendo in esame i circa 374.000 interventi effettuati nel 2014 - considerando i primi 19, per i quali la laparoscopia è maggiormente utilizzata - solo in meno di 4 casi su 10 si ricorre a tale tecnica, con una disuguaglianza territoriale importante e preoccupante», prosegue Spandonaro. Per l'esperto, «l'utilizzo della laparoscopia avrebbe invece un ruolo molto importante in termini di recupero di efficienza organizzativa, senza dimenticare gli ormai noti benefici per il paziente. In quasi tutte le procedure prese in analisi, al ricorso alla laparoscopia è associata una riduzione della degenza media, sebbene di diversa entità: nel caso della colecistectomia questa raggiunge quasi il 70%». Per il presidente della Società italiana di chirurgia (Sic), Marco Montorsi, gli intralci alla diffusione della pratica laparoscopica sono da ricercare in più cause. «C’è sicuramente il tema della formazione da rivedere - avverte – anche se le scuole di formazione e le società scientifiche sono corse ai ripari negli anni creando percorsi specifici. Ma il successo di tali iniziative, è legato da un lato ad una forte collaborazione con gli enti istituzionali/decisori politici e dall’altro con le aziende biomedicali del settore», conclude Montorsi. La mancata diffusione di un'innovazione «che ormai dovrebbe essere adottata in modo consueto nei nostri ospedali - ha dichiarato il presidente di Assobiomedica, Luigi Boggio - è un fatto grave e purtroppo non rappresenta un caso unico. Sono troppe le tecnologie mediche innovative che non riescono a entrare nelle strutture sanitarie per problemi di natura economica, gestionale, di scarsa consapevolezza dei loro benefici sia da parte del personale medico-sanitario che dei pazienti. Si tratta di una questione che non va affatto sottovalutata. E' necessario adottare quanto prima nuovi modelli di valutazione e introduzione delle innovazioni tecnologiche a livello nazionale in modo omogeneo».

di Rossella Gemma

L’ipertensione come potenziale killer. Così come le malattie renali che sono a livello globale tra le cause più frequenti di morte e disabilità. Ma perché alcuni di noi sono più predisposti? Ci sono fattori di rischio che fin dalla gravidanza possono anticipare lo sviluppo nel bambino e nell’adulto di malattie renali e ipertensione: geni ereditati al concepimento, alimentazione in utero, esposizione a inquinanti, farmaci e infezioni in gravidanza, stato di salute della mamma. Se ne è discusso durante il XXII Congresso Nazionale della Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti (FADOI), a partire da un articolo pubblicato quest’anno da Lancet, una delle più prestigiose riviste scientifiche, che suggerisce inoltre alcune semplici raccomandazioni per prevenire malattie renali e ipertensione nell’età adulta. L’articolo è il risultato delle osservazioni e raccomandazioni di un gruppo di lavoro internazionale multidisciplinare di un gruppo di esperti di 9 Paesi, tra cuiGiuseppe Remuzzi (Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, Bergamo) e Dario Manfellotto (Ospedale Fatebenefratelli-Isola Tiberina, Roma). “È la prima volta - afferma Remuzzi, Coordinatore delle ricerche dell’Istituto Mario Negri di Bergamo - che nefrologi pediatrici e dell’adulto, ostetrici, ginecologi e neonatologi di fama internazionale condividono la necessità di porre all’attenzione della comunità scientifica questi fattori di rischio. Geni ereditati al concepimento possono essere un fattore importante che contribuisce allo sviluppo di malattie renali dell’adulto. Un’altra influenza rilevante è data dalla vita fetale durante la gravidanza. La qualità e la quantità di nutrienti che il feto riceve nel grembo materno, l’esposizione a inquinanti, farmaci e infezioni durante la gravidanza, e la salute della mamma in gravidanza sono fattori che influenzano in modo determinante lo sviluppo delle unità elementari funzionali (i medici le chiamano nefroni) che costituiscono i reni”. In condizioni di gravidanza normale, il neonato nasce con circa 1 milione di nefroni. Non se ne formano altri durante tutta la vita. Se il neonato nasce con un basso peso (meno di 2.5 kg), o è piccolo in rapporto alla sua età gestazionale, è molto probabile che anche i reni siano meno sviluppati e contengano un numero inferiore di nefroni rispetto alla norma. “Il ridotto numero di nefroni alla nascita - continua Remuzzi - aumenta la suscettibilità alle malattie renali nel bambino e nell’adulto, in quanto i reni hanno una minor capacità di compensare eventuali danni di tipo tossico o di altra natura che si verificano nel corso della vita”. “Come si raccomanda nell’articolo di Lancet - aggiunge Dario Manfellotto, Direttore di Medicina Interna dell’Ospedale Fatebenefratelli-Isola Tiberina e Presidente Eletto FADOI - è importante che i futuri genitori adottino i giusti comportamenti sin dalle prime fasi del concepimento per lo sviluppo futuro del feto. L’alimentazione è fondamentale. Quando non è corretta o non equilibrata, o se la mamma fuma o abusa di alcool in gravidanza, si può compromettere lo sviluppo del feto e concorrere alla nascita prematura o sottopeso del bambino”. Per tutte le situazioni considerate più a rischio, il gruppo di lavoro ha definito le “buone pratiche” in termini di prevenzione. È importante favorire l’allattamento al seno nei primi sei mesi di vita del neonato, controllare la pressione arteriosa e l’esame delle urine fin da piccoli per cogliere con tempestività i segnali di un funzionamento non ottimale dei reni, ridurre l’uso dei farmaci potenzialmente tossici per i reni. I bambini nati sottopeso dovranno anche essere incoraggiati a sottoporsi a visite mediche periodiche durante l’età scolare e successivamente nell’età adulta, in ogni caso adottando corretti stili di vita. Seguire queste raccomandazioni durante la gravidanza e nel periodo neonatale si tradurrà in importanti benefici a lungo termine per quel che riguarda lo stato di salute futuro con conseguente risparmio dei costi enormi che i sistemi sanitari dei vari paesi del mondo devono oggi sostenere per far fronte al trattamento dei pazienti con malattie renali e ipertensione, annoverate globalmente tra le cause più frequenti di morte e disabilità. FADOI, Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti, è una società scientifica di Medicina Interna attiva da oltre 20 anni. Conta quasi 3000 iscritti e si caratterizza per un intenso impegno per la ricerca e la formazione.

di Rossella Gemma

Si torna a parlare di vaccini ed è polemica nel governo riguardo all'opportunità di renderli obbligatori per l'accesso alla scuola dell'obbligo. Ma quali sono i vaccini previsti dal Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2017-2019?

PRIMO ANNO

Il primo anno di vita è di fondamentale importanza per immunizzare contro alcune delle più importanti malattie prevenibili, somministrando i cicli di base che richiederanno poi (nella maggior parte dei casi) una dose di richiamo nel corso del secondo anno.

Vaccino esavalente - L'immunizzazione nei confronti di difterite, tetano e pertosse, poliomielite, l'Haemophilus influenzae di tipo B e l'anti-epatite B, è normalmente effettuata utilizzando il vaccino esavalente. Il ciclo nel primo anno di vita consiste di due dosi al 3° e 5° mese di vita.

Vaccino pneumococcico coniugato - Simultaneamente alla vaccinazione con esavalente, ma in sede anatomica diversa (quadricipite femorale della coscia contro-laterale) è raccomandata la somministrazione del vaccino pneumococcico coniugato, garantendo la più ampia protezione possibile nei confronti dei sierotipi circolanti.

Vaccino anti-meningococco B - La somministrazione delle 3 dosi iniziali del vaccino anti-meningococco B (raccomandata per tutti i nuovi nati) deve essere effettuata nel primo anno di vita. Essendo l?incidenza massima delle malattie invasive causate da tale agente eziologico rilevata nei primi due anni di vita, è cruciale iniziare il più presto possibile il ciclo di somministrazioni. Dal momento che la somministrazione simultanea del vaccino meningococcico B con altri prodotti determina aumento della frequenza di febbre di grado moderato/ elevato, è opportuno evitare la co-somministrazione con altri vaccini previsti in calendario. Nel caso la vaccinazione fosse iniziata dopo il 6° mese, è possibile utilizzare un ciclo a sole 3 dosi, con le prime due raccomandate, rispettivamente, al 7° e al 9° mese di vita.

Vaccino contro i rotavirus - La vaccinazione contro i rotavirus, somministrata per via orale, è raccomandata universalmente a tutti i bambini a partire dalla 6° settimana di vita, consiste di 2 o 3 dosi (in funzione del vaccino utilizzato) ed è co-somministrabile con le altre vaccinazioni previste per l'età.

SECONDO ANNO

Il secondo anno di vita è l'epoca del completamento con le dosi di richiamo delle immunizzazioni contro le 6 malattie prevenute attraverso il vaccino esavalente (11°-13° mese di vita) e, simultaneamente, della dose di richiamo della vaccinazione pneumococcica coniugata, così come della quarta dose del vaccino contro il meningococco B (o terza dose, nel caso di schedula a 3 dosi).

Vaccini contro morbillo-parotite-rosolia e varicella - Raccomandate nel secondo anno di vita sono la vaccinazione contro morbillo-parotite-rosolia e contro la varicella (13°-15° mese), o somministrate mediante vaccino combinato quadrivalente MPRV, oppure tramite vaccino trivalente MPR e monovalente varicella in diversa sede anatomica.

Vaccino anti-meningococco C - Anche la vaccinazione contro il meningococco C è raccomandata tra 13° e 15° mese di vita. In alternativa al vaccino anti-meningococco C, potrebbe essere utilizzato il vaccino tetravalente A,C,Y,W135, allo scopo di offrire ai bambini una protezione più ampia per quei ceppi di meningococco che, pur ancora sporadici nel nostro Paese, mostrano una tendenza all?espansione, principalmente in conseguenza dei cambiamenti climatici, dei viaggi, e dei movimenti migratori.

L'INFANZIA (5-6 ANNI)

L'epoca dell'entrata nella scuola elementare è il momento per il richiamo delle vaccinazioni contro difterite, tetano, pertosse e poliomielite, che può essere effettuata preferenzialmente con vaccini combinati. Simultaneamente, è raccomandata la somministrazione del vaccino quadrivalente MPRV (Vaccino tetravalente per morbillo, parotite, rosolia e varicella), che consente la rivaccinazione in contemporanea a DTP-IPV con due sole iniezioni in sedi anatomiche diverse. La vaccinazione MPRV non è tecnicamente un richiamo ma piuttosto una rivaccinazione, che ha lo scopo di ottenere la risposta primaria nel circa 5% dei bambini che non avevano risposto alla prima immunizzazione tra 13° e 15° mese di vita.

L'ADOLESCENZA (11-18 ANNI)

L'adolescenza è un momento molto importante sia per la somministrazione di richiami di vaccinazioni già effettuate nell'infanzia, sia per nuove vaccinazioni da effettuare elettivamente in questo periodo della vita. È raccomandata per tutti gli adolescenti l'immunizzazione contro difterite, tetano, pertosse e poliomielite utilizzando vaccini combinati con dosaggi antigenici previsti per l'adulto.

Vaccino anti-HPV - Il dodicesimo anno di vita è l'età preferibile per l'offerta attiva della vaccinazione anti-HPV a tutta la popolazione (femmine e maschi). In funzione dell'età e del vaccino utilizzato, la schedula vaccinale prevede la somministrazione di due dosi a 0 e 6 mesi (per soggetti fino a 13 o 14 anni), o tre dosi a 0, 1-2 e 6 mesi per i più grandi.

Vaccino anti-meningococcico quadrivalente ACYW135 - È inoltre molto importante che durante l'adolescenza sia raccomandata ed effettuata una dose di vaccino anti-meningococcico quadrivalente ACYW135, sia a chi non abbia mai effettuato, nell'infanzia la vaccinazione C o quadrivalente, sia a chi abbia già ricevuto una dose, in quanto la persistenza della protezione è legata a un elevato titolo anticorpale battericida, che tende a diminuire nel tempo.

L'ETÀ ADULTA (19-64 ANNI)

Vaccino contro difterite-tetano-pertosse - Nel corso dell'età adulta è opportuna la somministrazione periodica (ogni 10 anni) della vaccinazione difterite-tetano-pertosse con dosaggio per adulto.

Vaccino anti-influenzale - A partire dai 65 anni, la vaccinazione anti-influenzale è raccomandata a tutti i soggetti indipendentemente dalla sussistenza di particolari situazioni di rischio, con l'obiettivo finale nel tempo di estendere la raccomandazione della vaccinazione a tutti i soggetti al di sopra dei 50 anni.

Vaccino pneumococcico coniugato e vaccino pneumococcico polisaccaridico - Deve essere rammentata la vaccinazione contro epatite A e pneumococco per le situazioni di rischio. Per quest?ultima immunizzazione, andrà valutata la possibilità di somministrare una prima dose con vaccino coniugato, seguita ad almeno 2 mesi di distanza da una dose di vaccino polisaccaridico.

Vaccino contro Herpes zoster - E' indicata la vaccinazione contro Herpes zoster nei soggetti a rischio a partire dai 50 anni di età.

di Rossella Gemma

In Italia nell'ultimo anno si sono registrati 1387 casi di morbillo. È il numero piu' alto in Europa, secondo solo al dato della Romania (2702 infezioni) e ben superiore a quello di altri paesi: 365 in Germania, 145 in Polonia, 126 in Francia, 105 in Svizzera, 92 in Belgio, 89 in Austria, solo per citare quelli con le maggiori incidenze. Sono solo alcuni dei piu' recenti dati che verranno diffusi in contemporanea con la Settimana Mondiale dell'Immunizzazione #VaccineWork, che l'Oms promuove fino al 30 aprile. Nel contesto di questi ultimi dati globali sull'incidenza delle principali malattie prevenibili dai vaccini nel periodo marzo 2016 - febbraio 2017, risulta allarmante il rapido trend di crescita dei casi italiani di morbillo: si passa dai 265 a gennaio 2017 ai 419 registrati a febbraio. A dicembre 2016 erano 90, a novembre 84, 76 a ottobre, 56 a settembre. Dei 6186 casi registrati in tutta la regione europea, quelli italiani rappresentano da soli oltre il 22% del totale. "Abbassare i livelli di copertura vaccinale- commenta Flavia Bustreo, Vice Direttore Generale, Salute della Famiglia, delle Donne e dei Bambini dell'Organizzazione Mondiale della Sanita'- permettera' il ritorno di malattie mortali che avevamo debellato. Tra il 2000 e il 2015 il vaccino ha impedito 20,3 milioni di morti nel mondo, ma gli ultimi dati dimostrano che e' quanto mai urgente tornare a promuovere con efficacia, determinazione e, soprattutto, chiarezza i benefici della vaccinazione. Siamo incredibilmente fortunati a vivere in un'epoca che ha riconosciuto e sfruttato con successo il potere della vaccinazione, ma a causa della diffusione di bufale e falsi miti, spesso alimentati da ingiustificati allarmismi mediatici, stiamo rischiando di fare pericolosi passi indietro. I vaccini sono sicuri e vantaggiosi, non vi e' alcuna base scientifica che provi legame o correlazione tra questi e alcune patologie come, per esempio, l'autismo". A livello globale 19.4 milioni di bambini nel mondo non sono ancora pienamente protetti da malattie facilmente evitabili e prevenibili dai vaccini. Tra queste anche il morbillo. Nonostante infatti sia disponibile un vaccino sicuro ed efficace, il morbillo resta una delle principali cause di morte tra i bambini. Nel 2015 ci sono state nel mondo 134 200 morti a causa di questa malattia infettiva, nella maggior parte dei casi in bambini al di sotto dei 5 anni, circa 367 morti ogni giorno, 15 morti ogni ora. Tra il 2000 e il 2015 si stima che la vaccinazione ha prevenuto circa 20.3 milioni di morti, favorendo un calo dei decessi per morbillo del 79%. Nel 2015 circa l'85% dei bambini nel mondo ha ricevuto una dose di vaccino contro il morbillo entro il primo anno di vita, nel 2000 la copertura era del 73%. Ma nonostante i progressi, ogni anno 1,5 milioni di bambini muoiono ancora a causa di malattie prevenibili attraverso i vaccini. E nonostante sempre piu' bambini hanno accesso ai programmi di immunizzazione, dal 2010 a oggi l'aumento della copertura globale e' stata appena dell'1%. Un progresso molto lento che mette a repentaglio la salute dei piu' piccoli. Ci sono ancora oggi paesi del mondo dove la vaccinazione ancora stenta a superare la quota dell'80%, con un gap ancora forte rispetto al 95% necessario per assicurare protezione dalla malattia su larga scala. Dei 10,7 milioni neonati che nascono ogni anno in Europa, circa 650.000 non ricevono la serie completa delle tre dosi di vaccino contro difterite, tetano e pertosse nel primo anno; e le popolazioni vulnerabili esistono in tutte le nazioni. Paradossalmente, il fatto che l'immunizzazione ha reso rare o quasi sconosciute molte delle malattie infettive potrebbe far pensare a genitori e operatori sanitari che i vaccini non sono piu' necessari. I vaccini sono infatti stati talmente efficaci da cancellare la memoria rispetto agli effetti di alcune malattie ormai quasi totalmente debellate. Questo puo' rendere l'opinione pubblica sui vaccini suscettibile dell'influenza dei gruppi anti-vaccinazioni e dei siti internet che promuovono teorie- non basate su evidenze scientifiche- che mirano a ridurre la credibilita' dell'efficacia dei vaccini, continua l'Oms. "L'immunizzazione- continua Flavia Bustreo- e' uno degli strumenti piu' efficaci a disposizione della sanita' pubblica, in termini di capacita' di salvare vite umane, e piu' in generale avere enormi benefici anche economici sull'intera societa'. Secondo le nostre stime, ogni dollaro investito in immunizzazione restituisce 16 dollari in risparmi sanitari. È necessario mantenere un forte supporto da parte del mondo scientifico, ma anche politico e dell'opinione pubblica sull'importanza dell'immunizzazione o anche la regione europea rischia il riemergere di malattie altamente contagiose, che possono causare infermita', disabilita' e morte, creando un notevole onere per i sistemi sanitari e per le famiglie. L'immunizzazione salva milioni di vite ogni anno e questa storia di successo sulla salute pubblica deve essere sostenuta. I Paesi europei devono fornire urgentemente ai loro cittadini informazioni accurate, equilibrate e comprensibili sui rischi delle malattie e sui benefici dell'immunizzazione". In occasione della Settimana mondiale delle Vaccinazioni l'Oms focalizza l'attenzione su 5 aspetti chiave: 1. L'immunizzazione attraverso lo strumento dei vaccini e' il modo piu' sicuro per proteggerci dalle malattie; 2. Anche quando si crede che il rischio di infezioni sia basso, e' sempre meglio essere vaccinati; 3. I vaccini combinati sono sicuri e vantaggiosi; 4. Non c'e' nessuna correlazione tra vaccini e autismo; 5. Se smettiamo di vaccinarci, malattie mortali debellate ritorneranno, continua l'Oms. Il lavoro dell'Oms e dell'Europa nel campo di vaccini e immunizzazioni e' guidato dall'European Vaccine Action Plan, una tabella di marcia ambiziosa per garantire una protezione equa ed ottimale della popolazione europea dalle malattie prevenibili attraverso i vaccini. L'Oms lavora con i paesi europei per raggiungere i principali obiettivi del Piano, tra cui: il raggiungimento dei target di copertura vaccinale all'interno della Regione europea; il rafforzamento e il raggiungimento della sostenibilita' finanziaria dei programmi nazionali di immunizzazione; debellare morbillo e rosolia, e controllare diffusione dell'epatite B; impedire il ritorno della poliomelite nella Regione europea; prendere decisioni politiche sulla base di evidenze scientifiche in termini di introduzione di nuovi vaccini. Il 2017 segna il giro di boa nel Global Vaccine Action Plan (Gvap), il piano globale approvato dai 194 Stati membri dell'Assemblea Mondiale della Sanita' nel maggio 2012, che mira a prevenire milioni di morti attraverso un accesso piu' equo ai vaccini. Nonostante i miglioramenti nei singoli paesi e un forte tasso globale di introduzione di nuovi vaccini, gli obiettivi per l'eliminazione delle malattie, tra cui il morbillo, la rosolia, il tetano materno e prenatale, sono in ritardo. Affinche' tutti e ovunque possano sopravvivere e crescere in salute, i paesi devono compiere sforzi concertati per raggiungere gli obiettivi Gvap entro il 2020. Inoltre, i paesi che hanno raggiunto tali obiettivi, o hanno fatto progressi significativi verso il loro raggiungimento, dovranno lavorare per sostenere questi sforzi nel corso del tempo, conclude l'Oms.

di Rossella Gemma

Il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, e il Ministro della salute, Beatrice Lorenzin, hanno illustrato il nuovo "Piano regionale per il governo delle liste d'attesa 2016-2018", approvato con Decreto del Commissario ad Acta e frutto di un accordo con le organizzazioni sindacali (Cgil, Cisl e Uil) e le organizzazioni della Medicina Generale (Smi, Snami, Intesa Sindacale). "È stato un grande lavoro di condivisione con tutti gli attori in campo - ha spiegato Zingaretti - svolto grazie alla grande collaborazione con il Mef e il Ministero della salute che ci hanno aiutato a creare le condizioni per uscire dal commissariamento, un successo che ci ha permesso di abolire, da gennaio, il ticket regionale; ora la nuova grande sfida è l'innovazione del sistema, di cui questo Decreto rappresenta un primo esempio". Zingaretti ha poi esposto le novità del Piano per le liste d'attesa: "Come prima cosa, cambia in maniera radicale il canale di accesso al sistema sanitario, che non sarà più unico. Da una parte ci saranno le prime visite e le prime prestazioni diagnostiche e terapeutiche, con il primo contatto con il paziente che pone la questione al medico; poi ci sarà la fase in cui il paziente viene preso in carico dal medico e seguito nel suo percorso di diagnosi e cura, con le prenotazioni delle prestazioni di controllo effettuate direttamente dal medico o dalla struttura. Questo permetterà di favorire le prestazioni urgenti, facendo sì che abbia finalmente termine quell'odioso tour del paziente alla ricerca della analisi. Con un investimento di 10 milioni di euro ci proponiamo di abbattere in 12 settimane le liste d'attesa principalmente di 8 esami ecografici e 3 visite specialistiche. Non solo, i calendari delle liste d'attesa non potranno essere chiusi e si daranno nuove regole per l'intramoenia: i direttori della Asl dovranno, infatti, sospendere le prestazioni in intramoenia in quei casi in cui le liste d'attesa si allunghino eccessivamente". Messi in campo anche ambulatori e case della salute per concorrere all'abbattimento delle attese: "Resteranno aperti per eseguire, senza prenotazione ma semplicemente mettendosi in fila e aspettando. In ogni azienda, poi, sarà aumentata la produzione attraverso prestazioni aggiuntive e aprendo i servizi fino alle ore 22, sabato e domenica compresi", ha detto Zingaretti. Il nuovo piano prevede anche una riformulazione delle Asl al loro interno: ogni Asl dovrà programmare la propria rete di offerta per le diverse tipologie di prestazioni, valutando la quota di attività che è in grado di produrre attraverso le proprie risorse e quella che può essere acquistata dalle aziende ospedaliere e dalle strutture private accreditate. Le aziende sanitarie dovranno infine prevedere il recupero dell'efficienza attraverso l'ottimizzazione dei turni del personale e dell'uso dei macchinari. "Il nuovo piano si configura principalmente come una sfida etica - ha spiegato a margine Zingaretti - perché consente di eliminare le disparità tra cittadini abbienti e non". Un Piano salutato con favore dal Ministro Lorenzin: "Si presenta come molto efficace, perché mette insieme tutte le buone pratiche realizzate in Emilia Romagna per risolvere le liste d'attesa, e molto coraggioso, perché le 12 settimane che si è dato per esaurire le code sono un ottimo tempo anche per smaltire gli accessi ai pronto soccorso. Il fatto poi che il Lazio stia uscendo dal commissariamento mi riempie di gioia". La conferenza è stata l'occasione di presentare SaluteLazio, la nuova app della Regione, realizzata da LAZIOcrea (scaricabile gratuitamente sia per Android che per iOs), che permette di consultare, in modalità geolocalizzata, le strutture sanitarie presenti nel territorio regionale: pronto soccorso, ambulatori di cure primarie, centri vaccinali, case della salute, guardia medica e farmacie di Roma e Provincia. Con l'app è possibile visualizzare sulla mappa le strutture più vicine ed eventualmente avviare la navigazione guidata verso la struttura selezionata. È anche possibile consultare l'indice di accessi di ogni singola struttura in base al codice di triage.

di Rossella Gemma

Malgrado una lunga serie di confronti con le Regioni ed esponenti del Governo per modificare il decreto delegato della legge Madia di riforma del pubblico impiego, ed alcune convergenze con le stesse Regioni e con la Commissione lavoro della Camera nel corso dell'audizione delle organizzazioni sindacali della dirigenza Medica e Sanitaria, si e' registrata la netta opposizione del Governo alle nostre proposte di modifica al testo di revisione del D.Lgs 165/01. Per l'Anaao Assomed e' un vero attacco frontale del Governo che ha negato in particolare le modifiche ad articoli come il 20 ed il 23 del testo in discussione, chiaramente fuori delega e quindi incostituzionali, in materia di fondi contrattuali, di risorse per il salario accessorio, e di stabilizzazione del precariato dirigenziale sanitario. In pratica, il Governo ha deciso di aggravare, oltre che far perdurare il blocco ed il depauperamento delle risorse contrattuali in sede decentrata, mirando ad azzerare il salario di anzianita', bloccando ogni possibilita' di incremento di risorse per il trattamento di produttivita', anche sperimentale, per il comparto della sanita'. Ignorati i precari della ricerca e comunque gli atipici ed escluse le figure della dirigenza medica e sanitaria dai processi di stabilizzazione previsti per il pubblico impiego. Nell'ultimo documento pervenuto alla Conferenza la spudoratezza di inserire il personale del comparto della sanita', lasciando pervicacemente fuori medici e sanitari. Ora anche gli scenari per il contratto vengono messi a rischio sotto ogni profilo e l'Anaao Assomed si prepara ad inoltrare ricorso al giudice costituzionale. Oltre a valutare, dichiarando lo stato di agitazione dei propri iscritti, altre forme di lotta contro il vero e proprio attacco frontale del Governo alle prerogative ed alle istanze del Ssn e dei suoi professionisti. Cosi' in un comunicato l'Anaao Assomed.

di Rossella Gemma

Uno studio coordinato dal professor Marcello D'Amelio dell'Universita' Campus Bio-Medico di Roma, appena pubblicato su Nature Communications, rivela il processo che genera l'origine dell'Alzheimer: a causarla sarebbe la morte dei neuroni che formano l'area tegmentale ventrale, una delle principali zone del cervello in cui viene prodotta la dopamina. Quest'ultima e' un neurotrasmettitore indispensabile per il buon funzionamento dell'ippocampo, struttura cerebrale da cui dipende la memoria. Scoperto anche il legame tra l'assenza di dopamina e le disfunzioni del nucleo accumbens, area neuronale coinvolta nei disturbi della gratificazione e dell'umore. La depressione, quindi, non sarebbe conseguenza della patologia, ma un potenziale segnale della sua insorgenza. Lo studio, al quale hanno collaborato altri scienziati dei laboratori dell'Universita' Campus Bio-Medico di Roma, della Fondazione IRCCS Santa Lucia e del CNR di Roma, getta una luce nuova su questa grave patologia, che solo in Italia colpisce circa mezzo milione di persone oltre i 60 anni di eta'. "Abbiamo effettuato un'accurata analisi morfologica del cervello- spiega D'Amelio- e abbiamo scoperto che quando vengono a mancare i neuroni dell'area tegmentale ventrale, che producono la dopamina, il mancato apporto di questo neurotrasmettitore provoca il conseguente malfunzionamento dell'ippocampo, anche se tutte le cellule di quest'ultimo restano intatte". Negli ultimi 20 anni i ricercatori si sono focalizzati sull'area da cui dipendono i meccanismi del ricordo, ritenendo che fosse la progressiva degenerazione delle cellule dell'ippocampo a causare l'Alzheimer. Le analisi sperimentali, tuttavia, non hanno mai fatto registrare al suo interno significativi processi di morte cellulare. Nessun ricercatore aveva finora pensato che potessero essere coinvolte altre aree del cervello nell'insorgenza della patologia. "L'area tegmentale ventrale- spiega il docente UCBM- non era mai stata approfondita nello studio della malattia di Alzheimer, perche' si tratta una parte profonda del sistema nervoso centrale, particolarmente difficile da indagare a livello neuro-radiologico". I protagonisti della ricerca sono riusciti a chiarire i dettagli molecolari alla base della mancata comunicazione fra cellule nervose che, nel tempo, porta alla perdita di memoria. I ricercatori si sono resi conto che, come in un effetto domino, la morte delle cellule cerebrali deputate alla produzione di dopamina provoca il mancato arrivo di questa sostanza nell'ippocampo, causandone il 'tilt' che genera la perdita di memoria. Lo studio ha evidenziato, gia' nelle primissime fasi della malattia, la morte progressiva dei soli neuroni dell'area tegmentale ventrale e non di quelli dell'ippocampo. Questo meccanismo e' risultato perfettamente coerente con le descrizioni cliniche della patologia di Alzheimer fatte dai neurologi. Un'ulteriore conferma della scoperta e' stata possibile somministrando in laboratorio, su modelli animali, due diverse terapie: una con L-DOPA, un amminoacido precursore della dopamina; l'altra basata su un farmaco che ne inibisce la degradazione. In entrambi i casi, dopo aver iniettato il rimedio si e' registrato il recupero completo della memoria, in tempi relativamente rapidi.

di Rossella Gemma

"Aumento casi morbillo conferma l'allarme. Fondamentale e urgente applicazione nuovo piano vaccini". Lo scrive su twitter Beatrice Lorenzin, ministro della Salute, che posta il link del sito del suo dicastero dove viene pubblicato un bollettino settimanale sui casi di morbillo registrati in Italia. Per monitorare e descrivere in modo tempestivo l'epidemia di morbillo in corso nel nostro Paese da gennaio 2017, si legge sul sito, il Ministero della Salute e l'Istituto superiore della sanità hanno avviato la produzione di un'infografica settimanale che fornisce una panoramica sulla distribuzione dei casi segnalati al Sistema di Sorveglianza Integrata Morbillo e Rosolia, per Regione, per fascia di eta' e stato vaccinale. Sul sito del ministero vengono pubblicati i dati principali riportati nell'infografica N.1 che copre il periodo dal 1 gennaio al 26 marzo 2017: sono stati segnalati 1010 casi di morbillo. Quasi tutte le Regioni (19/21) hanno segnalato casi, ma l'86% proviene da cinque: Piemonte, Lombardia, Lazio, Toscana, e Abruzzo. Il 90% dei casi era non vaccinato la maggior parte dei casi e' stata segnalata in persone di eta' maggiore o uguale a 15 anni (57% nella fascia 15-39 anni e 17% negli adulti 39 anni), con un'eta' mediana dei casi pari a 27 anni. Il 26% dei casi e' stato segnalato in bambini nella fascia di eta' 0-14 anni; di questi, 50 avevano meno di un anno di eta' sono stati segnalati 113 casi tra operatori sanitari. E' allarme morbillo, dunque, anche nel Lazio, dove in meno di 3 mesi si sono registrati il triplo dei casi dell'intero 2016. A essere colpiti soprattutto i giovani adulti, tra i 15 e i 39 anni. E tra le persone che si sono ammalate non mancano medici e infermieri. La stragrande maggioranza dei pazienti non si era vaccinata. A denunciare l'aumento dei casi il Servizio regionale per la sorveglianza delle malattie infettive (Seresmi), che ha inviato una circolare a tutti i responsabili di ospedali, Asl, Irccs, centri vaccinali e, per conoscenza, ai sindacati medici, con le indicazioni per la sorveglianza e il controllo dell'infezione. Dall'analisi preliminare delle segnalazioni pervenute al Servizio regionale, nel periodo che va dal 1 gennaio al 19 maro 2017, "sono stati segnalati 312 casi rispetto ai 107 casi complessivi segnalati nel corso dell'anno 2016. La classe di età più rappresentata è quella dei giovani adulti (15-39 anni), corrispondente al 61,5% dei casi. Fra le segnalazioni si registrano 27 casi (8,7%) in operatori sanitari. Delle 221 segnalazioni di cui si conosce lo stato vaccinale, l'89,6% non risulta vaccinato". Il servizio regionale sottolinea che "il 31,4% delle segnalazioni ha presentato almeno una complicanza: insufficienza respiratoria, epatite, trombocitopenia ed encefalopatia". Questo aumento dei casi, si sottolinea dalla Regione," trova conferma a livello europeo: il Centro europeo per il controllo delle malattie riporta un incremento di casi e la presenza di focolai epidemici in diversi Paesi europei: Romania, Francia, Irlanda, Germania, Inghilterra, Galles e Austria. In particolare, in Romania è in corso un epidemia iniziata alla fine del settembre 2016 che al 10 marzo 2017 conta 3.466 casi". Tra le raccomandazione del Servizio regionale, quella ai medici di segnalare tempestivamente (entro 12 ore) i casi sospetti alla Asl. In particolare ai medici di famiglia e ai pediatri si raccomanda di limitare il ricorso al pronto soccorso ai soli casi con segni di complicanze, mentre le persone con febbre e rush vanno visitate a casa. Alle strutture sanitarie, invece, si raccomanda di fornire materiale informativo e di approntare aree e percorsi dedicati.

di Rossella Gemma

Una regia unica per l'assistenza in emergenza, a partire dalla chiamata telefonica fino al ricovero in ospedale, con un dipartimento monospecialistico in grado di prendersi carico del paziente per l'intero iter - come un 'pronto soccorso diffuso' - con la necessaria attenzione all'emergenza pediatrica, oggi non sempre presente. Una riorganizzazione che avrà, tra gli effetti, anche lo stop al 'pellegrinaggio' per il primo posto letto disponibile. Perché il medico specialista, con una diagnosi già avviata, invierà il paziente direttamente nella struttura ad hoc per il suo caso. E' il progetto di riorganizzazione della Federazione italiana di medicina emergenza-urgenza e delle catastrofi (Fimeuc) che oggi celebra i 25 anni dall'istituzione del sistema di emergenza-urgenza in Italia con un convegno a Roma. Per fare il punto e 'attrezzarsi' per il futuro di un sistema che ancora regge, ma nel quale servono interventi urgenti, prima che tagli, mancate riforme del territorio e precarizzazioni del personale porteranno al default assistenziale dei servizi di emergenza-urgenza ai cittadini. A venticinque anni dalla sua istituzione, secondo Fimeuc, il sistema di emergenza-urgenza sanitario ha migliorato la qualità dell’assistenza preospedaliera e ospedaliera per le patologie tempo dipendenti e per quelle ad elevato rischio di evoluzione negativa. Un settore della sanità che, più di ogni altro, ha il carattere dell’universalità e che negli anni, in attesa di una riforma delle cure primarie, ha espresso anche quello della sussidiarietà per le categorie più vulnerabili come anziani, poveri e migranti in attesa che gli altri settori se ne facessero carico. «L’attività dell’emergenza-urgenza - ricorda Fimeuc -, sebbene inserita dal 2001 tra le prestazioni di assistenza sanitaria garantite dal servizio sanitario nazionale, non ha visto nell'aggiornamento dei Lea del 2016 una rivisitazione degli articoli 7 e 37 pur necessaria per definire le attività e i servizi da garantire ai cittadini nella attuazione del DM70/2016 e del Patto della Salute». Infatti, il nuovo regolamento introduce il concetto di cure in rete e non nel singolo presidio, rendendo irrinunciabile una organizzazione dipartimentale e una riqualificazione degli interventi in emergenza-urgenza che, da semplici interventi di stabilizzazione diventano, nella proposta di Fimeuc, interventi di valutazione, diagnosi, trattamento e stabilizzazione del paziente adulto e pediatrico, in virtù delle conoscenze scientifiche sopraggiunte e delle competenze acquisite. Per gli stessi motivi è opportuno secondo Fimeuc anche una riclassificazione dei mezzi di soccorso base (con soccorritore esperto), intermedio (con infermiere del Ssn) ed avanzato (con medico di emergenza ed infermiere del Ssn). In tal senso, «le criticità poste dal mutare dei bisogni e dal sovrapporsi di interventi legislativi non sempre coerenti tra di loro, rendono necessaria una riflessione che si traduca in interventi che aumentino affidabilità, efficacia ed efficienza del Sistema di emergenza-urgenza», spiegano ancora dalla Fimeuc.

 

di Rossella Gemma

La qualità di vita delle pazienti oncologiche è ancora trascurata. Perché gli stessi clinici spesso non affrontano questi aspetti e solo il 10% delle donne ne parla con il medico. Nel 2016 nel nostro Paese sono stati registrati 50.200 nuovi casi di cancro del seno, 8.200 del corpo dell’utero e 5.200 dell’ovaio. Disturbi come atrofia vaginale, incontinenza, difficoltà o impossibilità di avere rapporti sessuali sono conseguenze frequenti del trattamento dei tumori femminili con ormonoterapia, chemioterapia e radioterapia. Per sensibilizzare clinici e pazienti, gli oncologi e i ginecologi lanciano la campagna nazionale “FemiLift, per la qualità della vita della paziente oncologica”, presentata oggi al Ministero della Salute. Il progetto prevede anche attività di educazione e informazione dai principali congressi internazionali, come quelli dell’ASCO (American Society of Clinical Oncology) e dell’ESMO (European Society of Medical Oncology). “Il 70% delle donne con tumore del seno, pari a circa 35.140 nuovi casi nel 2016 in Italia, va incontro ad atrofia vaginale in seguito alle terapie ormonali utilizzate per combattere la malattia – spiega Francesco Cognetti, direttore Oncologia Medica ‘1’ dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma e presidente della Fondazione ‘Insieme contro il Cancro’ -. E il problema interessa tutte le pazienti operate per cancro dell’ovaio proprio a causa della rimozione dell’organo. Un disturbo che può avere un impatto negativo sulla qualità di vita: i rapporti sessuali diventano impossibili e le difficoltà nella minzione spesso compromettono le relazioni sociali. Anche la chemioterapia e la radioterapia possono determinare queste condizioni, purtroppo sottostimate. Sia i clinici che le pazienti devono migliorare la comunicazione su questi aspetti. Oggi sono disponibili nuovi strumenti come l’uso del laser che consente di trattare in modo efficace l’atrofia vaginale, presente in più del 50% delle donne in menopausa e, soprattutto, nelle pazienti oncologiche”. “È importante anche l’adozione di stili di vita sani: no al fumo, dieta corretta e attività fisica costante – continua il prof. Cognetti -. È stato dimostrato che nel tumore del seno l’esercizio regolare riduce il rischio di recidiva di ben il 50% nelle donne con neoplasie ormono-dipendenti, cioè con un alto numero di recettori per gli estrogeni. Oltre al movimento, bisogna prestare attenzione al peso sempre, in particolare in menopausa: dopo la fine dell’età fertile, l’obesità è responsabile di circa il 20% delle neoplasie e del 50% delle morti dovute a tumori mammari”. “L’atrofia vaginale rappresenta una condizione quasi ‘fisiologica’ nelle donne in menopausa, ma debilitante - spiega Paolo Scollo, direttore Ginecologia dell’Ospedale Cannizzaro di Catania e past president SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) -. La mancanza degli ormoni sessuali che erano prodotti dalle ovaie (in particolare estrogeni e progesterone) provoca disturbi spesso definiti dalle pazienti come secchezza vaginale: la mancata lubrificazione della mucosa vaginale ne determina ulteriore perdita di elasticità. I rapporti sessuali diventano difficili o impossibili, con ripercussioni negative sul rapporto di coppia. Le donne con atrofia vaginale soffrono anche di cistiti recidivanti”. La maggior parte, per pudore o scarsa conoscenza dei sintomi, non ne parla con il medico. Inoltre le uniche terapie disponibili erano rappresentate dai trattamenti ormonali, non utilizzabili nelle donne che hanno avuto la diagnosi di tumore per l’alto rischio di favorire una ricomparsa della malattia, e da gel lubrificanti, che però hanno un’efficacia solo a breve termine (infatti da un’indagine è emerso che meno del 45% si ritiene soddisfatto di questo rimedio). “L’uso dei laser è un’opzione efficace perché agiscono stimolando direttamente il collagene, che nel corso della menopausa si indurisce e perde spessore – continua il prof. Scollo -. Il collagene riacquista la capacità di produrre muco e la vagina torna all’elasticità originaria e ad essere lubrificata come prima della menopausa”. Un particolare strumento, il laser CO2, è adatto anche alle pazienti oncologiche perché ha una sonda più piccola rispetto a quella utilizzata per le ecografie endovaginali. Sono previste 3 sedute, una al mese, di circa 10 minuti. “Il nuovo campo di applicazione di questi strumenti – continua Scollo - è proprio in queste pazienti, spesso giovani e in menopausa indotta dall’intervento chirurgico, dalla chemioterapia, dalla terapia ormonale o dalla radioterapia. Uno dei vantaggi di questa apparecchiatura è rappresentata da coprisponda sterili e monouso con la massima garanzia di igiene per le pazienti. È completamente esente da rischi, non è dolorosa e non provoca effetti collaterali. Le pazienti, dopo il dramma della malattia, possono tornare a rivivere il loro corpo, la sessualità e il rapporto con il partner. Da un punto di vista psicologico è un vero e proprio ritorno alla vita. Abbiamo condotto uno studio in corso di pubblicazione su una rivista internazionale che ha dimostrato che, grazie al laser, lo spessore del collagene è triplicato”. Un ulteriore campo di applicazione dei laser è quello dell’incontinenza urinaria da stress. “Si tratta di un problema rilevante, ne soffre circa il 20% delle donne – conclude Scollo -. Non dimentichiamo che è stata classificata dall’Unione Europea come malattia sociale visti i costi elevatissimi”.