Comunicati

News Letter dell'ordine

di Rossella Gemma

Contrariamente alle previsioni iniziali di un'annata più 'soft', la stagione influenzale di quest'anno è stata piuttosto 'cattiva', quasi come quella da record del 2017-2018: più di 7,6 milioni gli italiani ammalatisi finora, ma il bilancio finale potrebbe arrivare a 8 milioni. In quasi metà delle regioni il periodo epidemico è terminato, ma ci si continua ancora ad ammalare. Nell'ultima settimana sono state colpite 179mila persone, secondo i dati inviati dai medici sentinella all'Istituto superiore di sanità (Iss).

Tra il 18 e 24 marzo si e' arrivati a 2,9 casi per mille assistiti, un'incidenza molto vicina alla soglia di base di 2,74 casi che segna la fine del periodo epidemico, raggiunto in Piemonte, Val D'Aosta, Lombardia, la provincia autonoma di Bolzano, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Molise, Campania, Puglia e Basilicata.

I piu' colpiti sono stati i bambini tra 0 e 4 anni (8,16 casi per mille assistiti), e tra 5 e 14 anni (4,79), mentre sono stati piu' bassi nella fascia 15-64 anni (2,72) e tra gli over 65enni (1,28 casi). Secondo il rapporto Flunews, i casi gravi, dall'inizio della sorveglianza, sono stati 730, di cui 170 mortali.

"Per il secondo anno di seguito abbiamo avuto una stagione molto intensa, ma con virus diversi rispetto all'anno scorso - precisa Gianni Rezza, epidemiologo dell'Iss -. Nel 2017-2018, in cui si sono superati gli 8,5 milioni di casi, era prevalso il ceppo B Yamagata, mentre quest'anno quelli di tipo A, cioe' il virus pandemico del 2009 H1N1, e l'H3N2". Questi ultimi ceppi sono piu' aggressivi, e danno problemi soprattutto alle gestanti, le persone obese e gli anziani. Rezza pero' non e' tanto sorpreso che anche questa stagione sia stata forte. "In genere, a un anno con un'epidemia consistente, ne segue una meno intensa - sottolinea -, ma e' pur vero che l'anno scorso, la stagione piu' forte degli ultimi 15 anni, c'era stata l'anomalia dei virus di tipo B che avevano dominato. Era quindi plausibile che quest'anno si avesse una stagione forte dominata dai ceppi di tipo A".

Quello che invece stupisce, aggiunge Rezza, "e' come il virus AH1N1, quello pandemico, continui di anno in anno a colpire tante persone. Tutti ci aspettavamo che ne arrivassero di piu' dall'H3N2". Nel complesso, dall'inizio della stagione, i ceppi A di sottotipo H1N1 rappresentano il 47% dei virus circolanti, e quelli H3N2 il 44%.

di Rossella Gemma

Migliora la trasparenza tra i medici. Aumentano infatti i camici bianchi che non hanno timore di rendere pubblici i loro rapporti con aziende di farmaci e dispositivi. In 2 anni il loro numero ha raggiunto quasi quota 30.000, anche se con diversità regionali. E proprio le aziende sanitarie da cui mancano i dati sono quelle in cui sono emersi episodi di malagestione. A renderlo noto è Francesco Bevere, direttore dell'Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas), intervenuto al convegno "Sanità e malaffare: la corruzione si può combattere", tenutosi nella sala Zuccari del Senato. Dal 2016, l'Agenas ha messo a disposizione la modulistica sulla Dichiarazione pubblica di interessi, che i medici possono, volontariamente, compilare. Questo strumento, previsto dal Piano Nazionale Anticorruzione in Sanità, "consente di individuare comportamenti a rischio da tenere sotto osservazione, quali ad esempio i legami con aziende farmaceutiche o produttrici di dispositivi medici, che escono dall'ordinario''.

di Rossella Gemma

Il prossimo 1 aprile 2019 inizierà ufficialmente la seconda fase, rivolta ai pazienti, del progetto regionale che prevede il coinvolgimento attivo delle farmacie venete per migliorare l’aderenza alla terapia del malato cronico, come comunicato dall’Azienda Zero in questi giorni. Un percorso che vedrà i circa 4300 farmacisti che lavorano nelle farmacie venete presenti sul territorio coinvolti nella gestione dei pazienti cronici delle seguenti patologie: diabete e BPCO (una malattia dell’apparato respiratorio).

 Le farmacie aderenti al progetto, dopo aver seguito un percorso formativo strutturato, prenderanno in carico i pazienti scarsamente o non aderenti per due anni, fin dal momento dell’erogazione dei farmaci, attraverso una serie di azioni definite e finalizzate a migliorarne l’aderenza alla terapia. Tra queste, consuelling individuale, informazione e comunicazione strutturata, il tutto gestito col supporto di una piattaforma Web che consentirà ai farmacisti di svolgere le attività previste e registrare i dati raccolti.

 Dal punto di vista operativo Il sistema sanitario regionale che gestisce la ricetta elettronica segnalerà - nel pieno rispetto alla privacy - alle farmacie i pazienti non aderenti alla cura, che verranno contattati dai farmacisti e - previo il loro consenso - saranno “presi in carico” direttamente nella farmacia vicino a casa con una serie di attività volte ad aiutarli a seguire con maggiore efficacia e continuità le prescrizioni.  Agli utenti sarà consegnato innanzi tutto un questionario sull’aderenza alla terapia, volto a individuare i motivi che risultano di ostacolo (ad es. difficoltà logistiche, dubbi, etc.). Sulla base delle informazioni raccolte, le farmacie potranno quindi attivarsi in diversi modi per rispondere alle difficoltà manifestate dagli utenti, quali ad esempio la consegna e di depliant informativo relativo al tema dell’aderenza alla terapia e la spiegazione della sua importanza. E ancora, il farmacista aiuterà il paziente nella comprensione delle terapie prescritte e gli ricorderà l’importanza di segnalare al medico eventuali reazioni avverse. In farmacia l’utente troverà assistenza anche per imparare come utilizzare correttamente i dispositivi collegati alla sua patologia (ad es. il test della glicemia per i soggetti diabetici).

I soggetti con un livello di aderenza particolarmente basso, inoltre, saranno invitati a valutare direttamente con il proprio medico eventuali ulteriori accorgimenti utili, come ad esempio un cambio di terapia o delle modalità di assunzione dei farmaci.

Attraverso un portale delle ricette elettroniche - e nel pieno rispetto della privacy degli utenti - il farmacista potrà verificare l’andamento dei risultati per ciascun paziente e, nel caso non ci fossero miglioramenti rispetto alla situazione iniziale, potrà approfondire ulteriormente con lui le motivazioni della mancata aderenza.

 “Con il coinvolgimento delle farmacie nella presa in carico del paziente cronico – spiega Fontanesi - possiamo migliorare l’aderenza alla cura e portare importanti risparmi al bilancio ed ai cittadini della nostra regione. La completa aderenza alla cura potrebbe garantire un risparmio stimato per i veneti è di circa 400 milioni di euro ed a livello nazionale potrebbe portare ad uno sgravio di oltre 4 miliardi di euro per le casse dello Stato. Ma non è solo una questione di freddi numeri: con questo progetto possiamo aiutare potenzialmente circa 60.000 pazienti a migliorare in modo concreto la loro qualità di vita ed incidere sull’aspettativa della stessa”.

 “Il risparmio per il sistema sanitario deriva dal fatto che con l’aiuto dei farmacisti nella gestione della cura del paziente cronico si eviterà il peggioramento della malattia e anche di eventuali patologie connesse e, quindi, conseguenti ospedalizzazioni, che rappresentano un costo per il sistema sanitario che poi pesa sui contribuenti. La nostra volontà è di fare squadra con i medici che restano il punto di riferimento e a cui vogliamo dare più supporto possibile nella misura delle nostre competenze e delle nostre possibilità”.

 “Le farmacie del Veneto sono le prima in Italia a mettere in campo un progetto di questa valenza e questo grazie all’impegno profuso da Federfarma Veneto in questi anni. Il Veneto si conferma apripista e un punto di riferimento per la costruzione di modelli innovativi in grado di rendere più sostenibile anche dal punto di vista economico il sistema sanitario nazionale”.

 

di Rossella Gemma

Sono la prima generazione di medici che non ha mai conosciuto il paternalismo nella relazione di cura, che dà per assodata la femminilizzazione della professione, che è costituita quasi completamente da ‘nativi digitali’ e può quindi sfruttare appieno le prospettive delle nuove tecnologie in medicina. Sono anche la generazione che ha dovuto fare i conti con l’imbuto formativo, e poi con il blocco del turnover, con il precariato, con la carenza di personale, con i turni impossibili, con la ‘medicina amministrata’.

Il 27 marzo, dalle 10 alle 16, si incontreranno a Roma, presso la sede Enpam di Via Torino 38, in un grande evento promosso, nell’ambito degli Stati Generali, dall’Osservatorio Giovani Professionisti della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (Fnomceo), con il pieno sostegno del Comitato Centrale, e che vedrà coinvolte anche le sigle maggiormente rappresentative del mondo medico “under 45”, sia per la medicina generale che per quella specialistica e per l’odontoiatria, insieme ai rappresentanti dei medici in formazione dell’Osservatorio del MIUR e delle Regioni, e a quelli del Consiglio nazionale degli Studenti Universitari. Emblematico il titolo: “STATI GENERALI DEL GIOVANE MEDICO: LA FNOMCeO ALL’ASCOLTO”.

“In un momento storico in cui, sin troppo spesso, certi proclami sono costruiti più per esercitare un facile appeal anche mediatico che per rispondere a reali esigenze – commenta il Presidente della Fnomceo, Filippo Anelli – abbiamo ritenuto un segno distintivo quello di ascoltare e comprendere, attingendo alle testimonianze ed esperienze di quanti sono direttamente coinvolti nelle dinamiche della formazione e dell’inserimento nel mondo del lavoro, ma anche alle risorse di chi guarda il mondo, e quindi la professione, con occhi nuovi”.

Si parlerà, dunque, sicuramente di formazione, specifica e specialistica, dell’ingravescente criticità dell’imbuto formativo, della sostenibilità di un sistema sanitario pubblico ed universalistico, delle possibili ricadute di un regionalismo differenziato. Ma si affronteranno soprattutto le nuove prospettive con le quali il medico si trova a confrontarsi: l’evoluzione della relazione di cura, intesa oggi come incontro e garanzia di diritti; l’intelligenza artificiale e la medicina potenziativa; il risk management; i rapporti con le altre professioni, nel segno della valorizzazione delle competenze specifiche.     

“Le criticità che, nonostante i molteplici allarmi diffusi in passato, anche dalla FNOMCeO, oggi si stanno manifestando in tutta la loro gravità – chiosa Alessandro Bonsignore, Coordinatore dell’Osservatorio Giovani Professionisti – non possono e non devono lasciare il campo a soluzioni “cosmetiche”, non sostenute da una valutazione approfondita, non solo delle premesse numeriche su cui insistono, ma anche degli effetti di medio e lungo periodo. La scelta inclusiva dell’Osservatorio Giovani di interfacciarsi con chi affronta le medesime tematiche, ascoltando e comprendendo punti di vista che possono a volte essere diversi, ha comunque alcuni capisaldi inamovibili, come la valorizzazione e la certificazione delle competenze, e la preoccupazione verso soluzioni alternative che non prevedano un percorso formativo, vere e proprie ‘sanatorie’, come quella ventilata per la possibilità di accesso ai Pronto Soccorso in crisi di personale, capaci di sacrificare, sull’altare dell’urgenza, la credibilità stessa della formazione”.

“Non serve stravolgere la formazione o i meccanismi di accesso ai percorsi formativi stessi oltre che al mondo del lavoro – conclude Alessandro Conte, che dell’Osservatorio è vice-Coordinatore -, serve rendere trasparente e funzionante quello che già esiste, attivando percorsi di certificazione in cui il controllato non sia più controllore di se stesso, senza cedere al fascino subdolo di soluzioni estemporanee, che possono magari creare un momentaneo consenso tra pochi, ma di certo non valorizzano il sistema sanitario ed i medici, di oggi e di domani”.

di Rossella Gemma

"In Italia sono cresciuti in maniera intollerabile gli attacchi al personale sanitario: pronto soccorso, ambulanze, guardie mediche. Si tratta di aggressioni fisiche, ma anche verbali. Per questo abbiamo deciso di creare consapevolezza sul fenomeno e incoraggiare la tutela di questo bene comune". Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa italiana (Cri) e della Federazione internazionale delle societa' di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, spiega cosi' alla 'Dire' il significato della campagna in Italia 'Non sono un bersaglio'.
L'iniziativa e' stata presentata oggi nel corso del convegno 'Non sono un bersaglio: il personale sanitario a rischio. Prospettive nazionali e internazionali'.
L'iniziativa parte da 'Healthcare in Danger', avviata dalla Croce Rossa internazionale nel 2008 e supportata sui social dall'hashtag #notatarget.
In Italia, denuncia la Cri, nel 2018 si sono contati 3mila casi di aggressione a personale medico-sanitario, l'equivalente di dieci episodi al giorno. Un dato grave, ma marginale - spiegano gli esperti - dato che e' l'unico disponibile raccolto tramite i referti ospedalieri, dunque relativi ai casi piu' gravi.
Il timore e' che il fenomeno sia molto piu' ampio: ogni giorno, avverte ancora Cri, si verificano aggressioni "minori" - schiaffi, lanci di oggetti o spintoni - nonche' attacchi verbali, minacce e pressioni psicologiche. Per la prima volta si attiva cosi' un sistema di monitoraggio e mappatura che si avvarra' di un osservatorio di Croce Rossa italiana e della collaborazione di altre realta' sul territorio, come i servizi di ambulanza.
Conoscere i numeri, dicono gli esperti, servira' a stilare un report utile a comprendere le cause di queste violenze - che sono sempre molto variegate - e quindi trovare soluzioni e strategie.
"L'Europa affronta un'epoca di sfide e incertezze, che spesso sfociano in comportamenti che minano i valori del vivere civile" ha detto Beatrice Covassi, rappresentante della Commissione europea in Italia. Il tema per Covassi "e' quanto mai europeo, e noi siamo qui per evidenziare l'importanza di non restare passivi. I valori del soccorso umanitario - ha concluso - non solo sono solo garantiti dal diritto internazionale ma sono alla base del dna europeo".
Secondo Vito Crimi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri, intervenuto in videoconferenza, "si tende a credere che il personale sanitario colpito sia quello nei teatri di conflitto. In realta' avviene tutti i giorni nei nostri ospedali: violenze fisiche, ma anche e soprattutto psicologiche.
Pensiamo a pressioni, minacce e ricatti da parte della criminalita' organizzata".
Un tema che sta "particolarmente a cuore" al ministero della Salute, come ha assicurato il ministro Giulia Grillo, che ha ricordato che un disegno di legge per la protezione del personale sanitario e' all'esame della commissione parlamentare competente.
Il convegno di oggi gode dell'alto patronato del presidente della Repubblica ed e' sotto il patrocinio della presidenza del Consiglio dei ministri, del ministero della Salute, del Parlamento europeo, di Spazio Europa e della Commissione Europea.

di Rossella Gemma

Il 7% dei medici italiani crede che i vaccini non siano sicuri. E' quanto documenta il report 'State of vaccine confidence in the Eu 2018' della Direzione generale Salute e sicurezza alimentare della Commissione europea, per il quale sono stati intervistati circa 1.000 medici di medicina generale in 10 Stati membri, più circa 1.000 cittadini per nazione, per un totale di 28.000 persone Il rapporto evidenzia che i gruppi di età sotto i 65 anni intervistati hanno meno fiducia nella sicurezza e nell'importanza sia della vaccinazione contro il morbillo che contro l'influenza stagionale rispetto agli 'over 65 anni'. I risultati del sondaggio suggeriscono che alcuni Stati membri - come Francia, Grecia, Slovenia e anche Italia - sono diventati più fiduciosi nella sicurezza dei vaccini dal 2015; mentre Repubblica Ceca, Finlandia, Polonia e Svezia sono diventate meno fiduciose. Il report segnala però l'importanza dei medici come 'punto d'incontro' tra i sistemi sanitari e i cittadini e se "il 7% dei medici italiani pensa che i vaccini non siano sicuri o non sono aggiornati o sono disinformati, e questo non va bene, ora bisogna lavorare anche su questo", ammonisce su Twitter Walter Ricciardi, presidente eletto della Federazione mondiale delle Società di sanità pubblica (Wfpha). Anche se i medici di medicina generale hanno generalmente livelli più alti di fiducia nei confronti dei vaccini rispetto al pubblico, il sondaggio ha scoperto che il 36% dei medici di famiglia intervistati in Repubblica Ceca e il 25% in Slovacchia non sono d'accordo sul fatto che il vaccino contro il morbillo sia sicuro e il 29% e il 19% (rispettivamente) non credono sia importante eseguirlo. Inoltre, l'indagine segnala che è improbabile che la maggior parte dei medici di famiglia intervistati in questi Paesi raccomandino il vaccino contro l'influenza stagionale alle donne in gravidanza.

di Rossella Gemma

La cronaca di inizio anno continua a registrare casi di meningite. L'ultimo è un ragazzo di 16 anni ricoverato al Policlinico Gemelli, che prima della diagnosi aveva partecipato ad un convegno alla Camera sulla Shoah. Così questa volta la profilassi è scattata non solo a scuola e nella palestra, ma anche fra i parlamentari. Il numero di casi di meningite in Italia comunque "è abbastanza stabile, mentre gennaio è costantemente il mese con più segnalazioni", aveva detto nei giorni scorsi Massimo Galli, presidente Simit, Società italiana malattie infettive e tropicali. Dopo gli ultimi decessi per sepsi meningococcica, Galli aveva ricordato: "Stiamo assistendo, in questi giorni, alla ripetizione di un dramma a copione fisso". "Quello che rattrista è che buona parte dei decessi nei bambini avrebbe potuto essere evitata fossero stati debitamente vaccinati". Per quanto riguarda la malattia invasiva meningococcica, i casi segnalati in Italia nel 2015, 2016 e 2017 sono stati rispettivamente 189, 220 e 200. Nel 2018 sono stati 198, con 18 decessi. Il numero di casi all'anno "è quindi abbastanza stabile, mentre gennaio è costantemente il mese con più segnalazioni", continua l'esperto. Il Piano nazionale vaccinazioni prevede la vaccinazione per il meningococco B, il sierogruppo più frequentemente responsabile di malattie invasive (meningiti e sepsi), a partire dal terzo mese di vita e per il meningococco C dal 13° mese.

Le coperture vaccinali "continuano però a essere insufficienti. Solo il 38,5% dei bambini nati nel 2015 risultava vaccinato per il meningococco B al compimento del 24° mese di vita. Le vaccinazioni antimeningococciche sono state in un primo momento incluse, poi tolte dall'elenco delle vaccinazioni obbligatorie attualmente previste per legge in Italia e mantenute come vaccinazioni raccomandate. Evidentemente - afferma Galli - la raccomandazione non basta". Continuando così, avverte lo specialista, "si continueranno a piangere decessi evitabili e si consentirà a sierogruppi di meningococco a più alta patogenicità di continuare a circolare, specie tra i più giovani". "Le posizioni contrarie alle vaccinazioni, o che mascherano il rifiuto con la legittimazione della cosiddetta hesitancy (esitazione) e della valutazione caso per caso (che maschera la ricerca di pretesti per esenzioni non giustificabili), contribuiscono - dice Galli - a creare confusione e a disorientare genitori che possono incorrere in scelte sbagliate, mancando al dovere di proteggere i loro figli, con conseguenze, come si è potuto vedere, in qualche caso drammatiche".

di Rossella Gemma

In totale, un milione e mezzo di professionisti della sanità che, tramite i loro Ordini professionali, offriranno, tutti insieme, alle istituzioni e alla Politica le loro competenze sulle tematiche che coinvolgono la salute dei cittadini. A 40 anni dalla nascita del Servizio sanitario nazionale l’obiettivo è quello che chi fa la sanità possa essere propositivo per realizzare la massima armonizzazione delle situazioni esistenti, che significa garantire a tutti i cittadini italiani un equo e uniforme accesso alle migliori cure possibili. È quanto è stato deciso ieri a Roma, presso la sede della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri, in una riunione congiunta dei presidenti e rappresentanti delle rispettive Federazioni. Due gli obiettivi: aprire una riflessione sui temi caldi della sanità, dalla spesa al regionalismo differenziato e costruire insieme un rapporto continuativo di confronto costruttivo e di proposte condivise. “Quando si parla di salute, noi siamo i professionisti dell’assistenza – è stato detto -. Siamo i portatori di un bagaglio enorme di competenze, che possono essere spese anche sul versante organizzativo e di una rinnovata governance che garantisca la sostenibilità del SSN”. “Oggi tutto avviene senza interpellare chi, ogni giorno, produce la salute e vive la sanità – si è osservato ancora -. Questo non è giusto nei confronti dei professionisti, e lo è ancor meno nei confronti dei cittadini. Ora vogliamo fare rete, per mettere le nostre competenze a disposizione di tutti e per trovare, insieme, soluzioni alle diseguaglianze che affliggono il nostro Servizio Sanitario Nazionale non solo tra una Regione e l’altra ma anche tra aree differenti all’interno delle Regioni stesse”. Uno dei momenti culminanti del percorso avviato oggi sarà il 23 febbraio prossimo a Roma, quando tutte le professioni sanitarie, riunite in un Consiglio nazionale congiunto, produrranno una Mozione a sostegno del Servizio Sanitario Nazionale da consegnare a Governo, Regioni e Parlamento per fare sentire la loro voce nella gestione della Sanità.

di Rossella Gemma

Sì a pene più severe, ma per mettere un argine al dilagare delle aggressioni contro medici e operatori sanitari occorre un piano organico. E' quanto esposto da Fiaso (Federazione di Asl e Ospedali), nel corso dell'audizione in Commissione Sanità al Senato sul ddl n. 867 all'esame di Palazzo Madama. "Piena condivisione" dunque delle disposizioni contenute nel disegno di legge in materia di sicurezza dei professionisti sanitari, che introduce l'aggravante specifica per le aggressioni nei loro confronti. "Ma anche la proposta di ulteriori interventi per la riduzione dei rischi". Fra questi: il ripensamento dei luoghi poco sicuri, anche dal punto di vista sanitario, come gli ambulatori per la continuità assistenziale (ex guardie mediche); l'adeguamento degli organici dove il contingentamento ha esposto maggiormente il personale al rischio di aggressioni; l'uso della telemedicina e dell'assistenza domiciliare per limitare il ricorso improprio ai pronto soccorso e una più capillare videosorveglianza delle sedi più esposte. L'incontro di oggi - si legge in una nota - segue un'intensa attività della Federazione in materia di sicurezza degli operatori sanitari, che attraverso il gruppo di lavoro specifico sul tema ha stimato per il 2017 oltre tremila aggressioni. Un dato "in ulteriore crescita nel 2018, almeno per i casi denunciati, che rappresentano comunque meno della metà di quelli subiti dai professionisti". 

"Il ripetersi di episodi di violenza nei confronti del personale sanitario sembra oramai aver superato il limite del rischio tollerabile, mettendo a repentaglio il diritto costituzionale alla Salute per il clima di tensione e paura che rende difficile garantire agli utenti un servizio adeguato", denuncia il presidente di Fiaso, Francesco Ripa di Meana. Che però aggiunge: "Il solo richiamo alla responsabilità datoriale non contribuisce al mantenimento di una serena dialettica sindacale e incoraggia un approccio burocratico al problema, che richiede invece una visione manageriale, in grado di contribuire al rinnovamento del l'alleanza terapeutica tra professionisti e pazienti". Fiaso propone dunque una strategia più organica di risposta al fenomeno, affiancando all'aggravante del nuovo articolo 61 del codice penale e all'istituzione dell'Osservatorio nazionale della sicurezza, entrambi provvedimenti previsti dal ddl, "iniziative per la riduzione del rischio clinico, l'umanizzazione delle cure, la promozione del benessere organizzativo delle strutture sanitarie", si legge in una nota. Il tutto affiancato da campagne di comunicazione pubblica sul fenomeno delle aggressioni, in grado di coinvolgere e sensibilizzare i cittadini sul valore distintivo del bene Salute e del lavoro dei professionisti sanitari che lo garantiscono.

di Rossella Gemma

Un sonno di cattiva qualità in età anziana potrebbe segnalare il rischio di Alzheimer: infatti gli anziani che hanno fasi di sonno profondo (la parte del sonno in cui vengono consolidati i ricordi e quella più importante per svegliarci riposati al mattino) troppo brevi, sembrano accumulare nel cervello maggiori quantità di proteina tossica "tau".

Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine e condotto presso la Washington University a St. Louis. Elevate concentrazioni di Tau sono un tratto distintivo dell'Alzheimer e sono state associate sia a danno cerebrale sia a deficit cognitivi.

Gli esperti hanno coinvolto 119 individui di 60 anni o più, l'80% dei quali sani dal punto di vista cognitivo, gli altri con qualche minimo deficit. Li hanno sottoposti per sei giorni al monitoraggio del sonno, sia con una macchina portatile per elettroencefalogramma che i partecipanti dovevano indossare ogni notte (e che registra durata e avvicendamento delle diverse fasi del sonno), sia con uno 'smart watch', una specie di orologio da polso che rileva i movimenti, sia con un registro del sonno dove ciascuno doveva annotare informazioni legate al proprio riposo e anche a eventuali pennichelle pomeridiane.

La quantità di proteina tau nel loro cervello è stata esaminata con una PET o anche con prelievo del liquido cerebro-spinale. È emerso che più lunga era la fase di sonno profondo (indipendentemente dalle ore di sonno complessive) più il cervello dei partecipanti era "pulito"; viceversa con fasi di sonno profondo troppo brevi il cervello risultava 'pieno' di proteina Tau.

Anche dormire al pomeriggio è risultato associato ad accumulo di tau. Alla luce di questo studio «misurare come dormono le persone - spiega l'autore del lavoro - potrebbe rappresentare la base di uno screening non invasivo per predire l'Alzheimer prima che comincino a sviluppare problemi di memoria e capacità cognitive».