Comunicati

News Letter dell'ordine

di Rossella Gemma

Quello tra italiani e vaccinazioni si conferma un rapporto difficile. Le coperture vaccinali nazionali a 24 mesi, per il 2015 (relative ai bambini nati nel 2013), evidenziano "un andamento in diminuzione in quasi tutte le Regioni e Province Autonome". Fanno eccezione le vaccinazioni contro pneumococco e meningococco che, nei due anni precedenti, avevano registrato bassi valori in alcune realtà. Mentre sono "particolarmente preoccupanti" i dati per morbillo e rosolia, crollati negli ultimi anni. E' quanto emerge dai nuovi dati pubblicati dalla Direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, che dal 2016 fornisce anche i dati sulle coperture vaccinali relative alla dose booster (richiamo) in età pre-scolare, ovvero a 5-6 anni, e calcolate al compimento dei 7 anni.  In particolare, come si legge in una nota di approfondimento, se si osservano le coperture vaccinali a 24 mesi dal 2000, si nota che dopo un andamento in crescita, queste si sono tendenzialmente stabilizzate. Le vaccinazioni incluse nell'esavalente (anti-difterica, anti-tetanica, anti-pertossica, anti-polio, anti-Hib e anti-epatite B), generalmente impiegato in Italia nei neonati per il ciclo di base, avevano superato il 95%, soglia raccomandata dall'Organizzazione mondiale della sanità per la cosiddetta immunità di popolazione (se almeno il 95% della popolazione è vaccinata, si proteggono indirettamente coloro che, per motivi di salute, non si sono potuti vaccinare). Ma negli ultimi tempi le cose sono cambiate: dal 2013 si sta registrando un progressivo calo, "con il rischio di focolai epidemici di grosse dimensioni per malattie attualmente sotto controllo, e addirittura la ricomparsa di malattie non più circolanti nel nostro Paese". In particolare, nel 2015 la copertura vaccinale media per le vaccinazioni contro polio, tetano, difterite, epatite B, pertosse e Hib è stata del 93,4% (94,7%, 95,7%, 96,1 rispettivamente nel 2014, 2013 e 2012). E, sebbene esistano importanti differenze tra le regioni, solo 6 superano la soglia del 95% per la vaccinazione anti-polio, mentre 11 sono sotto il 94%. Particolarmente preoccupanti, sottolinea il documento del ministero, sono i dati per morbillo e rosolia "che hanno perso ben 5 punti percentuali dal 2013 al 2015, dal 90,4% all'85,3%, incrinando anche la credibilità internazionale del nostro Paese che, impegnato dal 2003 in un Piano globale di eliminazione dell'Oms, rischia di farlo fallire in quanto il presupposto per dichiarare l'eliminazione di una malattia infettiva da una regione dell'Oms è che tutti i Paesi membri siano dichiarati 'liberi'" dalla patologia. Questo trend è confermato anche dalle coperture vaccinali nazionali a 36 mesi per l'anno 2015, dato utile anche per monitorare la quota di bambini che, alla rilevazione vaccinale dell'anno precedente, erano inadempienti e sono stati recuperati, se pur in ritardo. "L'effettuazione delle vaccinazioni in ritardo, espone questi bambini a un inutile rischio di malattie infettive che possono essere anche gravi". La riduzione delle coperture vaccinali comporterà un accumulo di bimbi suscettibili cosa che, "per malattie ancore endemiche (come morbillo, rosolia e pertosse), rappresenta un rischio concreto di estesi focolai epidemici, come già accaduto in passato; per malattie non presenti in Italia, ma potenzialmente introducibili, come polio e difterite, aumenta il rischio di casi sporadici autoctoni, in caso di importazioni di malati o portatori", rileva il ministero della Salute. "L'aumento delle iniziative nazionali e regionali di comunicazione e promozione delle vaccinazioni, il progressivo sviluppo delle anagrafi vaccinali informatizzate e le iniziative di contrasto ai movimenti anti-vaccinisti, potrebbero arginare questa tendenza alla diminuzione dell'adesione e ridurre, così, le sacche di non vaccinati". Il futuro Piano nazionale di prevenzione vaccinale, "che avrà un'offerta vaccinale più ampia, fornirà una base più solida per una maggiore uniformità dell'offerta vaccinale nel Paese", conclude la direzione generale.

di Rossella Gemma

Onda, l'Osservatorio nazionale sulla salute della donna, oggi, giorno in cui si celebra la Giornata Mondiale sulla salute mentale, promuove la terza edizione dell'iniziativa "H-open day", dedicata alle donne che soffrono di disturbi psichici, neurologici e del comportamento. Obiettivo dell'iniziativa: avvicinare le donne alle cure e superare lo stigma che ancora aleggia sulle patologie psichiche che rappresentano uno dei principali problemi di salute pubblica. Negli oltre 140 tra ospedali e centri aderenti al progetto, distribuiti sul territorio nazionale, da oggi al 16 ottobre è possibile avere consulenze psichiatriche, compilare test di screening e sottoporsi a visite ed esami gratuiti nonché ricevere materiale informativo. Come nelle scorse edizioni, a cui avevano partecipato una sessantina di ospedali, è prevista un'ampia partecipazione all'iniziativa.  "L'H-Open Day 2016 sulla salute mentale - spiega Francesca Merzagora, presidente di Onda - è un'iniziativa già collaudata da anni, in cui oltre 140 ospedali prevalentemente del network Bollini Rosa, mettono a disposizione della popolazione servizi per consentire alle donne e ai familiari delle pazienti di poter esprimere il loro disagio in un contesto dedicato. Un progetto di sensibilizzazione per accorciare i tempi nella diagnosi e avvicinare alle cure dei disturbi psichici femminili più frequenti, come ad esempio la depressione che costituirà entro il 2030, secondo l'O.M.S. la malattia cronica più diffusa. Un'iniziativa accolta favorevolmente dalle donne e dai loro familiari che potranno usufruire di visite psichiatriche, colloqui psicologici, sportelli di ascolto e ricevere materiale informativo. Per il terzo anno consecutivo, un gruppo di aziende impegnate anche sul fronte della salute mentale (Angelini, AON, Janssen, Lundbeck e Pfizer) si uniscono a sostegno di questa iniziativa dando prova di grande sensibilità e di credere nell'importanza di fare rete". 

di Rossella Gemma

Sovraffollamento, tempi di attesa per il ricovero in reparto che possono superare le 48 ore, adeguata attenzione alla terapia del dolore solo in sei strutture su 10 ma in modo differente a seconda delle realtà regionali, spazi dedicati al malato in fase terminale solo nel 13% delle strutture. E' questa la fotografia sullo stato di salute dei Pronto soccorso italiani scattata dal monitoraggio presentato dal Tribunale per i Diritti del Malato di Cittadinanzattiva e la Società italiana della medicina di emergenza-urgenza (Simeu). Secondo il monitoraggio, oltre due giorni di attesa per il ricovero in reparto si registrano nel 38% dei Dipartimenti di emergenza urgenza (Dea) II livello e nel 20% nei Pronto Soccorso (l'attesa e' fino a 48 ore nel 40% dei Pronto soccorso). L'attesa massima è stata invece di 7 giorni (168 ore) nei reparti Osservazione breve intensiva, nuove strutture previste dal Regolamento sugli Standard qualitativi sull'assistenza ospedaliera. E ancora: il 30% dei pazienti in pronto soccorso non ha visto preservarsi privacy e riservatezza, e la procedura di rivalutazione del dolore in tutto il percorso del paziente al pronto soccorso viene svolta da poco piu' del 60% delle strutture monitorate. Altro problema resta la disomogeneità della 'salute' dei Pronto soccorso a seconda delle regioni: la situazione, rileva il monitoraggio, appare infatti ''ancora oggi molto diversa fra strutture del Nord del Centro e del sud, soprattutto come conseguenza di un'organizzazione dei servizi di emergenza non ancora standardizzata sul territorio nazionale''. Il monitoraggio fotografa 93 strutture di emergenza urgenza; da' voce a 2944 tra pazienti e familiari di pazienti intervistati; misura accessi, ricoveri e tempi di attesa di 88 strutture di emergenza urgenza. La rilevazione è stata svolta tra il 16 maggio ed il 30 novembre 2015 attraverso un questionario rivolto a familiari e pazienti. Tdm e Simeu hanno anche promosso una Carta dei Diritti al Pronto Soccorso, che definisce in otto punti i diritti irrinunciabili di tutti i cittadini, pazienti e operatori sanitari.

di Rossella Gemma

La Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP) ha condotto tra i propri iscritti un’indagine conoscitiva relativa all’impiego dell’Omeopatia da parte dei pediatri di famiglia, con lo scopo di meglio comprendere e documentare quali siano le modalità di utilizzo e la dimensione del fenomeno. L’indagine è stata presentata al X Congresso nazionale della FIMP in corso a Pisa. A tale proposito, il Board scientifico FIMP sulle medicine complementari (Complementary and Alternative Medicine – CAM) ha realizzato, in collaborazione con Omeoimprese,  un questionario inviato agli iscritti della Federazione (circa 5400 pediatri) nella primavera del 2016. Dei 1252 pediatri che hanno risposto, oltre il 98% sono pediatri di famiglia convenzionati con il Servizio Sanitario Nazionale. Tra questi 885 (70,6%) non utilizzano l’Omeopatia nella loro pratica quotidiana, mentre 367 (29,4%) la prescrive quotidianamente. Le Regioni che hanno risposto maggiormente all’indagine sono state la Toscana (14,8%) e il Piemonte (12,8%). “Oltre a questo dato - spiega Domenico Careddu, pediatra FIMP esperto in medicine complementari -, dall’indagine che abbiamo condotto emerge che il 54,2% dei pediatri che utilizzano l’Omeopatia ha frequentato e concluso un corso triennale, evidenziando come nella nostra categoria professionale la formazione di coloro che la praticano sia strutturata in percorsi formativi ad hoc. Inoltre Il 31,3% di questi pediatri è iscritto regolarmente ad un Registro dei medici esperti per la pratica delle medicine complementari (omeopatia, fitoterapia e agopuntura) istituito presso gli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri. Questo dato deve tenere conto del fatto che molti Ordini stanno solo ora istituendo i suddetti registri”. Un altro dato rilevante è che la maggior parte dei pediatri di famiglia che utilizza l’omeopatia la applica in modo integrato: circa il 90% associa infatti farmaci omeopatici ed allopatici, mentre solo il 8.9% ha dichiarato di sospendere un’eventuale terapia in atto, al momento dell’introduzione di una terapia omeopatica. A conferma di ciò, il 76.7% dei “pediatri omeopati” è concorde nel ritenere che di fronte ad una malattia cronica, l’associazione di terapia allopatica ed omeopatica, non sottrae i pazienti a terapie più efficaci. I pediatri che hanno risposto al questionario hanno segnalato una limitata percentuale di effetti (circa il 5 %) legata all’uso dei farmaci omeopatici. Il campo di utilizzo dell’omeopatia abbraccia tutte le discipline pediatriche e pur interessando tutte le fasce di età, trova maggior riscontro in coloro che frequentano comunità infantili. Tra coloro che impiegano altre CAM oltre all’omeopatia, prevale nettamente il ricorso alla fitoterapia (93,2%). Questo studio rappresenta un contributo importante per meglio comprendere il ruolo dell’Omeopatia e delle CAM più in generale nel contesto delle cure pediatriche, anche in considerazione delle molte richieste che provengono dalle famiglie.

di Rossella Gemma

Il tumore al seno è sempre più diffuso tra le donne, e a esserne colpite sono sempre più le giovani, ma la prevenzione resta una cenerentola. Nel nostro Paese il 35% delle donne scopre da sola di avere un nodulo alla mammella e si rivolge autonomamente al proprio medico. La XXIV edizione della campagna "Lilt for Women - Campagna nastro rosa 2016", presentata questa mattina, ha tra i suoi obiettivi proprio quello di intercettare soprattutto le ragazze per spiegare l'importanza della prevenzione come stile di vita. La testimonal scelta quest'anno è l'attrice e modella Elisabetta Gregoraci. Il 30% dei tumori al seno viene diagnosticato nelle donne al di sotto dei 50 anni, la fascia di età esclusa - ricordano gli esperti - dal programma di screening per ora previsto dal Sistema sanitario nazionale e riservato alle sole donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni. Si stima, inoltre, che in Italia nel 2016 saranno oltre 50.000 i nuovi casi di cancro alla mammella.  E' ancora forte il gap tra le regioni italiane per l'adesione allo screening, che al Nord arriva all'80% mentre al Sud la percentuale è al di sotto del 40%. L'aumento dell'incidenza del tumore al seno è stata pari a oltre il 15% nell'ultimo quinquennio. Pur considerando che "la guaribilità del cancro al seno è sensibilmente salita, attestandosi oggi intorno all'80- 85% dei casi, c'è un 15-20% di pazienti che non riesce a superare la malattia - ha spiegato il presidente nazionale della Lega italiana per la lotta contro i tumori (Lilt), Francesco Schittulli - una diagnosi precoce di cancro al seno comporterebbe una guaribilità superiore al 95% dei casi".  "Avremmo bisogno di gridare la parola prevenzione per farla entrare nella nostra testa e farla diventare parte della nostra vita". Ha aperto così il suo intervento la ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, alla presentazione della XXIV edizione della campagna "Lilt for Women - Campagna nastro rosa 2016". "Nel 2015 abbiamo inviato più di 3 milioni e 160 mila lettere alle donne che dovevano sottoporsi allo screening e hanno risposto solo 1 milione e 721 mila. E' la dimostrazione che nel nostro Paese vige un grande problema culturale a cui bisogna far fronte. Non bisogna avere paura di fare prevenzione, è un gap che va colmato", sottolinea. "Sembra ancora che in Italia stentiamo a renderci conto di come le politiche sulla salute non possano prescindere dalla prevenzione e di come essa faccia parte di una più ampia gamma di azioni che attingono anche alla programmazione sanitaria. Se vogliamo raggiungere determinati obiettivi non possiamo non lavorare in modo sinergico e interdisciplinare. Bisogna fare in modo che il tema salute diventi qualcosa che faccia parte del bene comune e benessere personale. È un salto di livello culturale, si deve passare da una visione individualistica ad una più ampia che riguarda tutti", ha spiegato la Lorenzin. 

di Rossella Gemma

Con circa 5.000 pazienti solo in Italia, la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), malattia neurodegenerativa associata ad una progressiva compromissione della muscolatura volontaria, sembra essere in costante aumento: studi recenti, infatti, stimano che la sua prevalenza tenderà a salire nei prossimi 25 anni di circa il 20% nei paesi industrializzati, mentre di oltre il 50% nei paesi del terzo mondo, questo anche a causa del progressivo invecchiamento della popolazione. È in occasione della Giornata Nazionale della SLA, che si celebra il prossimo 18 settembre, che la Società Italiana di Neurologia (SIN) fa luce sulle più importanti novità scientifiche messe a punto dalla ricerca. “La ricerca scientifica sta facendo registrare importanti progressi nella definizione delle cause della SLA -  ha affermato Adriano Chiò, Coordinatore del Centro SLA del Dipartimento di Neuroscienze, Università degli Studi di Torino e Azienda Ospedaliero Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino- nella scoperta di nuove strategie terapeutiche nonché nella messa a punto di nuove tecniche diagnostiche. In quest’ultimo campo, infatti, sia le neuroimmagini basate sulla risonanza magnetica, che utilizzano nuove modalità di raccolta e analisi dei segnali, sia quelle di medicina nucleare, attraverso la ricerca di nuovi marcatori più specifici per la SLA e di modalità di studio del midollo spinale, stanno progressivamente migliorando la capacità dei neurologi di differenziare la SLA da patologie differenti”. Inoltre, a contribuire alla definizione delle cause della SLA è la creazione di consorzi internazionali per lo studio della genetica della malattia che sta progressivamente chiarendo i fattori di rischio genetici della malattia. Analogamente, un ampio consorzio europeo per lo studio dei fattori di rischio ambientali sta portando a termine un importante sforzo transnazionale congiunto, il primo di tale ampiezza nell’ambito delle patologie neurodegenerative, volto all’individuazione dei fattori ambientali che regolano la comparsa e le modalità di progressione della malattia e alla identificazione dell’interazione fra i fattori di rischio esogeni e il background genetico dei pazienti. In altri termini, la ricerca sulla SLA sta entrando rapidamente nell’era deibig data e i ricercatori italiani sono stati fondamentali per la creazione e la conduzione di tali consorzi.Anche lo studio di nuove terapie per la SLA è in costante progresso, nonostante le difficoltà dovute dall’incertezza ancora esistente sui meccanismi alla base del processo neurodegenerativo della malattia. Sono in corso di studio diversi farmaci con vari meccanismi d’azione, fra i quali il miglioramento della funzione muscolare, la regolazione del processo di neuroinfiammazione e, in modo ancora più mirato, il blocco della sintesi di proteine alterate a causa di mutazioni genetiche. La possibilità  di una terapia per la SLA sembra oggi più che mai avvicinarsi. 

 

di Rossella Gemma

Nuova terapia 'made in Italy' per la colangite biliare primitiva (Cbp), una malattia autoimmunitaria del fegato chiamata fino a un anno fa cirrosi biliare primaria, che colpisce circa 400 persone su 1 milione e soprattutto le donne over 40 (una su mille). Uno studio clinico internazionale pubblicato sul 'New England Journal of Medicine', firmato fra gli altri da Pietro Invernizzi dell'università di Milano-Bicocca, ha dimostrato l'efficacia e la sicurezza dell'acido obeticolico (Ocaliva*), portando all'approvazione del trattamento da parte della Fda americana. In gran parte 'tricolore' la storia del farmaco: è stato sintetizzato nei laboratori di ricerca dell'università di Perugia, e per svilupparlo e portarlo sul mercato è stata costituita l'azienda italo-americana Intercept, grazie al supporto di uno sponsor nazionale. Il nuovo farmaco - spiegano dalla Bicocca - arriva 20 anni dopo l'introduzione di una terapia precedente, basata su un altro principio attivo, e si è rivelato funzionare in particolare nei pazienti che non rispondono in modo significativo ai trattamenti già disponibili. Invernizzi, professore associato di Gastroenterologia alla Bicocca e direttore del Programma per le malattie autoimmuni del fegato, all'interno dell'International Center for Digestive Health e dell'Unità operativa complessa di Gastroenterologia dell'ospedale San Gerardo di Monza guidati da Mario Strazzabosco, è tra i responsabili della sperimentazione del medicinale in Italia. La Cdp aggredisce le vie biliari, provocando infiammazione cronica e ristagno della bile nel fegato. Nel 30-40% dei casi può progredire e portare scompenso epatico e cirrosi, fino al trapianto di fegato nei malati più gravi. Il trial ha coinvolto 217 partecipanti; dopo un anno si è verificata una riduzione dei livelli di fosfatasi alcalina (Fa) maggiore fra i pazienti trattati rispetto a quelli del gruppo placebo (47% contro 10%). Il calo di Fa è la 'spia' dell'effettivo funzionamento del farmaco. La sua introduzione in commercio è prevista entro il 2017. 

di Rossella Gemma

Il documento, sottoscritto giovedì 8 settembre presso la sede dell’Agenzia Italiana del Farmaco dalle principali Associazioni di settore – Farmindustria, AssoGenerici, Federfarma Servizi, Associazione Distributori Farmaceutici (ADF), Federfarma e ASSORAM – e frutto della collaborazione tra Ministero della Salute, AIFA, Regione Lazio, Regione Lombardia, costituisce un punto di partenza importante per la realizzazione di iniziative condivise su una problematica, quella delle indisponibilità di medicinali sul territorio nazionale, che richiede per sua stessa natura l’impegno di tutti gli Enti e i soggetti che a diverso titolo esercitano la propria attività nel settore del farmaco. "La sottoscrizione di questo documento testimonia l’impegno capillare e profuso di tutte le istituzioni coinvolte a vario livello nella filiera farmaceutica – commenta il Presidente dell’Agenzia, Mario Melazzini – che hanno insieme l’obiettivo comune di garantire sempre la qualità, la sicurezza e l’accesso al “bene” farmaco in tutte le fase del suo ciclo di vita. Non posso non sottolineare e apprezzare il grande senso di responsabilità dimostrato da tutti i soggetti intervenuti oggi a firmare questo accordo”. Nel documento si ribadiscono i principi normativi fondamentali che regolamentano il settore del farmaco – che deve essere in primo luogo considerato come “servizio pubblico” − con particolare riguardo agli aspetti della distribuzione, sia all’ingrosso che al dettaglio, che hanno come fine ultimo quello di tutelare la salute pubblica e del singolo, garantendo la disponibilità e l’accessibilità al farmaco. La necessità di intervenire in modo sistematico e incisivo sulle numerose segnalazioni riguardanti l’indisponibilità di alcuni medicinali nel nostro paese, ha infatti portato nel 2015 all’istituzione di un tavolo di lavoro, cui prendono parte, con il supporto del Comando Carabinieri NAS, le amministrazioni sopra ricordate, e all’avvio di un progetto pilota che consentisse di individuare modalità condivise per l’intensificazione delle attività di vigilanza sulla concreta applicazione delle norme vigenti, attraverso una serie di controlli sul territorio.“Il lavoro di questo tavolo – evidenzia il Direttore Generale dell’AIFA, Luca Pani – è di fondamentale importanza perché consolida il ruolo del “regolatorio” in un contesto ed un momento storico in cui il farmaco, che sta diventando un bene sempre più piccolo dal valore sempre più grande, può divenire oggetto di interessi che sfuggono ai principi etici. Per fortuna l’Italia può vantare uno dei sistemi di vigilanza tra i più efficienti in Europa, messo in atto dalle forze di polizia specializzate nella tutela della salute”. I lavori del tavolo hanno consentito, già nei primi mesi, la definizione, rispetto all’ambito territoriale della Regione Lazio, di una lista di farmaci indisponibili − nella cui stesura si è tenuto conto di tre elementi fondamentali quali la rilevanza terapeutica, l’assenza o esiguità di analoghi e/o alternative disponibili, e l’interesse di tutela della salute pubblica − e di una lista di operatori (individuati sulla base dei dati disponibili nel sistema tracciabilità) che avrebbero effettuano attività di esportazione relativamente ai medicinali inseriti nella lista. Le successive attività di controllo effettuate dai militari del Nucleo NAS di Roma presso gli operatori individuati, nel corso delle quali si è proceduto alla verifica della documentazione relativa ai farmaci indicati nella lista e oggetto di esportazione, hanno in seguito condotto alla comminazione delle sanzioni amministrative per le irregolarità accertate in sede ispettiva. L’adesione di altre Regioni al progetto avviato nel Lazio e in Lombardia consentirà, inoltre, una più estesa sistematizzazione e intensificazione delle attività di vigilanza. Il possibile verificarsi di distorsioni del mercato, richiede una costante attività di controllo, non solo a tutela dei pazienti, ma anche di tutti gli operatori che, nel nostro paese, svolgono la propria attività con rigore e correttezza.

di Rossella Gemma

Trasversalità, appropriatezza, sinergia, integrazione: sono queste le parole chiave emerse dal primo convegno congiunto Fnomceo - Ipasvi, “Gestire insieme la cronicità”, appena conclusosi a Roma nella nuova sede del Ministero della Salute, in via Ribotta. L’incontro è stata anche l’occasione per presentare nei dettagli il Piano nazionale della cronicità, elaborato dal Ministero, per il quale si attende entro fine mese il via libera da parte della Conferenza Stato-Regioni. “Si tratta del primo convegno organizzato insieme da Fnomceo e Ipasvi  -  afferma il Presidente della Fnomceo, Roberta Chersevani -. E abbiamo voluto dedicarlo a un tema, quello della cronicità, che sicuramente ci vede vicini per consentire un adeguato percorso clinico - assistenziale al paziente. Nasce da una lunga attività di collaborazione all’interno del Gruppo di Lavoro “rapporti tra professione medica e altre professioni sanitarie” che esiste in seno alla FNOMCeO”. “Un piano di gestione della cronicità – aggiunge il Presidente dell’Ipasvi, Barbara Mangiacavalli -, non può non considerare, oltre all’appropriatezza clinica, anche l’appropriatezza organizzativa, che serve a dare al paziente la migliore assistenza sanitaria in condizioni ottimali, anche rispetto all’utilizzo delle risorse economiche e professionali”. La cronicità è un problema emergente di sanità pubblica in tutti i sistemi sanitari avanzati, per il progressivo invecchiamento della popolazione e il conseguente aumento delle patologie croniche. Sono quasi 158, in Italia, gli “over 65” per ogni 100 giovani. La regione più “vecchia” è la Liguria, con un indice di vecchiaia di 242,7%, la più giovane è la Campania, con una sostanziale parità (I.V. 113,4%) tra anziani e giovani. In un contesto del genere, la gestione della cronicità non può che essere fatta a tutti i livelli – clinico, assistenziale, sociale –, configurandosi come un percorso di qualità della vita a tutto tondo, che non può prescindere dal coinvolgimento del paziente, oltre che dalla collaborazione tra tutte le professioni. “Il  nostro Piano segna una svolta importante nell’approccio alla malattia: la persona diviene il centro del sistema di cure – commenta di Renato Botti, direttore della DG Programmazione sanitaria del Ministero della Salute -. È necessario quindi riprogettare i modelli assistenziali centrandoli sui bisogni “globali” del paziente e non solo su quelli clinici. In definitiva, bisogna trasformare un orientamento culturale, che già esiste, in regole di sistema”. Ed ecco le regole: saranno cinque le fasi del Piano nazionale cronicità, partendo dalla stratificazione e targeting della popolazione di riferimento sino ad arrivare alla valutazione dei risultati, passando attraverso la prevenzione, la presa in carico del paziente e l’erogazione di interventi personalizzati. È arrivato il momento di lavorare tutti insieme in sinergia, rispettando e valorizzando le diverse competenze e integrandole – è l’auspicio di Rosanna Ugenti, Direttore della DG delle professioni sanitarie del SSN del Ministero –. E, per far questo, è fondamentale una riprogrammazione dei fabbisogni, secondo le reali necessità basate sui numeri e su criteri reali e oggettivi, senza seguire logiche o interessi di parte”.

di Rossella Gemma

Presentata, nella nuova sede della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), la Biblioteca medica virtuale, uno strumento prezioso e innovativo per la formazione dei medici italiani. Tutti gli iscritti all'Ordine, attraverso una registrazione gratuita, potranno accedere al portale internet e leggere più di 2.500 riviste scientifiche in full text. I medici, quindi, non dovranno più limitarsi alla sola lettura dell'abstract, che è gratuito, ma hanno libero accesso a migliaia di articoli. Un progetto reso possibile grazie alla convenzione con Ebsco Information Services di Boston, organizzazione internazionale specializzata nel produrre banche dati. La Biblioteca Ebsco include diverse banche dati: dalla Cochrane Collection Plus alla Medline Complete, che contiene tutti i riferimenti bibliografici di Pubmed e consente di scaricare gratuitamente il full text gli articoli. Sugli 'scaffali' anche Dentistry Oral Sciences Source e Dynamed plus, la vera innovazione per i medici italiani. Si tratta di un sistema di supporto decisionale che facilita la comprensione di materiali spesso troppo tecnici. Attraverso sintesi analitiche e strutturate della letteratura, raccomandazioni, linee guida internazionali aggiornate in tempo reale, il medico, in caso di dubbi, avrà la possibilità di scegliere con più sicurezza un tipo di terapia rispetto ad un'altra. La banca dati può essere utilizzata anche scaricando un'app disponibile per tutti i tipi di dispositivi mobili e non ha bisogno di connessione internet. Entro dicembre, ha assicurato Fabio Di Bello, regional manager dell'Ebsco, sarà attiva anche ua funzione che permetterà di tradurre gli articoli scientifici. La Biblioteca, infine, include il Patient Education Reference Center, un ventaglio di 4.000 schede di educazione per il paziente su malattie, terapie, prevenzione e stili di vita. "Quello che abbiamo definito - ha spiegato il vicepresidente della Fnomceo, Maurizio Scassola - non è solo un banale accesso alla banca dati, oggi abbiamo parlato di responsabilità professionale, di sicurezza delle cure, di relazione medico-paziente, di appropriatezza. Non stiamo offrendo solo un servizio ma tracciamo un percorso attraverso uno strumento apparentemente banale che può aprirci una serie di possibilità e può garantire al medico una discreta sicurezza quotidiana". "I medici oggi - sottolinea - devono formarsi, saper usare le banche dati, ma essere consapevoli che la protezione professionale avviene anche attraverso i buoni comportamenti suggeriti dalle buone pratiche e dalle linee guida internazionali che sicuramente hanno limiti ma, con questo tipo di sistema, sintetizzano le buone pratiche".