Comunicati

News Letter dell'ordine

di Rossella Gemma

Il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, e il Ministro della salute, Beatrice Lorenzin, hanno illustrato il nuovo "Piano regionale per il governo delle liste d'attesa 2016-2018", approvato con Decreto del Commissario ad Acta e frutto di un accordo con le organizzazioni sindacali (Cgil, Cisl e Uil) e le organizzazioni della Medicina Generale (Smi, Snami, Intesa Sindacale). "È stato un grande lavoro di condivisione con tutti gli attori in campo - ha spiegato Zingaretti - svolto grazie alla grande collaborazione con il Mef e il Ministero della salute che ci hanno aiutato a creare le condizioni per uscire dal commissariamento, un successo che ci ha permesso di abolire, da gennaio, il ticket regionale; ora la nuova grande sfida è l'innovazione del sistema, di cui questo Decreto rappresenta un primo esempio". Zingaretti ha poi esposto le novità del Piano per le liste d'attesa: "Come prima cosa, cambia in maniera radicale il canale di accesso al sistema sanitario, che non sarà più unico. Da una parte ci saranno le prime visite e le prime prestazioni diagnostiche e terapeutiche, con il primo contatto con il paziente che pone la questione al medico; poi ci sarà la fase in cui il paziente viene preso in carico dal medico e seguito nel suo percorso di diagnosi e cura, con le prenotazioni delle prestazioni di controllo effettuate direttamente dal medico o dalla struttura. Questo permetterà di favorire le prestazioni urgenti, facendo sì che abbia finalmente termine quell'odioso tour del paziente alla ricerca della analisi. Con un investimento di 10 milioni di euro ci proponiamo di abbattere in 12 settimane le liste d'attesa principalmente di 8 esami ecografici e 3 visite specialistiche. Non solo, i calendari delle liste d'attesa non potranno essere chiusi e si daranno nuove regole per l'intramoenia: i direttori della Asl dovranno, infatti, sospendere le prestazioni in intramoenia in quei casi in cui le liste d'attesa si allunghino eccessivamente". Messi in campo anche ambulatori e case della salute per concorrere all'abbattimento delle attese: "Resteranno aperti per eseguire, senza prenotazione ma semplicemente mettendosi in fila e aspettando. In ogni azienda, poi, sarà aumentata la produzione attraverso prestazioni aggiuntive e aprendo i servizi fino alle ore 22, sabato e domenica compresi", ha detto Zingaretti. Il nuovo piano prevede anche una riformulazione delle Asl al loro interno: ogni Asl dovrà programmare la propria rete di offerta per le diverse tipologie di prestazioni, valutando la quota di attività che è in grado di produrre attraverso le proprie risorse e quella che può essere acquistata dalle aziende ospedaliere e dalle strutture private accreditate. Le aziende sanitarie dovranno infine prevedere il recupero dell'efficienza attraverso l'ottimizzazione dei turni del personale e dell'uso dei macchinari. "Il nuovo piano si configura principalmente come una sfida etica - ha spiegato a margine Zingaretti - perché consente di eliminare le disparità tra cittadini abbienti e non". Un Piano salutato con favore dal Ministro Lorenzin: "Si presenta come molto efficace, perché mette insieme tutte le buone pratiche realizzate in Emilia Romagna per risolvere le liste d'attesa, e molto coraggioso, perché le 12 settimane che si è dato per esaurire le code sono un ottimo tempo anche per smaltire gli accessi ai pronto soccorso. Il fatto poi che il Lazio stia uscendo dal commissariamento mi riempie di gioia". La conferenza è stata l'occasione di presentare SaluteLazio, la nuova app della Regione, realizzata da LAZIOcrea (scaricabile gratuitamente sia per Android che per iOs), che permette di consultare, in modalità geolocalizzata, le strutture sanitarie presenti nel territorio regionale: pronto soccorso, ambulatori di cure primarie, centri vaccinali, case della salute, guardia medica e farmacie di Roma e Provincia. Con l'app è possibile visualizzare sulla mappa le strutture più vicine ed eventualmente avviare la navigazione guidata verso la struttura selezionata. È anche possibile consultare l'indice di accessi di ogni singola struttura in base al codice di triage.

di Rossella Gemma

Malgrado una lunga serie di confronti con le Regioni ed esponenti del Governo per modificare il decreto delegato della legge Madia di riforma del pubblico impiego, ed alcune convergenze con le stesse Regioni e con la Commissione lavoro della Camera nel corso dell'audizione delle organizzazioni sindacali della dirigenza Medica e Sanitaria, si e' registrata la netta opposizione del Governo alle nostre proposte di modifica al testo di revisione del D.Lgs 165/01. Per l'Anaao Assomed e' un vero attacco frontale del Governo che ha negato in particolare le modifiche ad articoli come il 20 ed il 23 del testo in discussione, chiaramente fuori delega e quindi incostituzionali, in materia di fondi contrattuali, di risorse per il salario accessorio, e di stabilizzazione del precariato dirigenziale sanitario. In pratica, il Governo ha deciso di aggravare, oltre che far perdurare il blocco ed il depauperamento delle risorse contrattuali in sede decentrata, mirando ad azzerare il salario di anzianita', bloccando ogni possibilita' di incremento di risorse per il trattamento di produttivita', anche sperimentale, per il comparto della sanita'. Ignorati i precari della ricerca e comunque gli atipici ed escluse le figure della dirigenza medica e sanitaria dai processi di stabilizzazione previsti per il pubblico impiego. Nell'ultimo documento pervenuto alla Conferenza la spudoratezza di inserire il personale del comparto della sanita', lasciando pervicacemente fuori medici e sanitari. Ora anche gli scenari per il contratto vengono messi a rischio sotto ogni profilo e l'Anaao Assomed si prepara ad inoltrare ricorso al giudice costituzionale. Oltre a valutare, dichiarando lo stato di agitazione dei propri iscritti, altre forme di lotta contro il vero e proprio attacco frontale del Governo alle prerogative ed alle istanze del Ssn e dei suoi professionisti. Cosi' in un comunicato l'Anaao Assomed.

di Rossella Gemma

Uno studio coordinato dal professor Marcello D'Amelio dell'Universita' Campus Bio-Medico di Roma, appena pubblicato su Nature Communications, rivela il processo che genera l'origine dell'Alzheimer: a causarla sarebbe la morte dei neuroni che formano l'area tegmentale ventrale, una delle principali zone del cervello in cui viene prodotta la dopamina. Quest'ultima e' un neurotrasmettitore indispensabile per il buon funzionamento dell'ippocampo, struttura cerebrale da cui dipende la memoria. Scoperto anche il legame tra l'assenza di dopamina e le disfunzioni del nucleo accumbens, area neuronale coinvolta nei disturbi della gratificazione e dell'umore. La depressione, quindi, non sarebbe conseguenza della patologia, ma un potenziale segnale della sua insorgenza. Lo studio, al quale hanno collaborato altri scienziati dei laboratori dell'Universita' Campus Bio-Medico di Roma, della Fondazione IRCCS Santa Lucia e del CNR di Roma, getta una luce nuova su questa grave patologia, che solo in Italia colpisce circa mezzo milione di persone oltre i 60 anni di eta'. "Abbiamo effettuato un'accurata analisi morfologica del cervello- spiega D'Amelio- e abbiamo scoperto che quando vengono a mancare i neuroni dell'area tegmentale ventrale, che producono la dopamina, il mancato apporto di questo neurotrasmettitore provoca il conseguente malfunzionamento dell'ippocampo, anche se tutte le cellule di quest'ultimo restano intatte". Negli ultimi 20 anni i ricercatori si sono focalizzati sull'area da cui dipendono i meccanismi del ricordo, ritenendo che fosse la progressiva degenerazione delle cellule dell'ippocampo a causare l'Alzheimer. Le analisi sperimentali, tuttavia, non hanno mai fatto registrare al suo interno significativi processi di morte cellulare. Nessun ricercatore aveva finora pensato che potessero essere coinvolte altre aree del cervello nell'insorgenza della patologia. "L'area tegmentale ventrale- spiega il docente UCBM- non era mai stata approfondita nello studio della malattia di Alzheimer, perche' si tratta una parte profonda del sistema nervoso centrale, particolarmente difficile da indagare a livello neuro-radiologico". I protagonisti della ricerca sono riusciti a chiarire i dettagli molecolari alla base della mancata comunicazione fra cellule nervose che, nel tempo, porta alla perdita di memoria. I ricercatori si sono resi conto che, come in un effetto domino, la morte delle cellule cerebrali deputate alla produzione di dopamina provoca il mancato arrivo di questa sostanza nell'ippocampo, causandone il 'tilt' che genera la perdita di memoria. Lo studio ha evidenziato, gia' nelle primissime fasi della malattia, la morte progressiva dei soli neuroni dell'area tegmentale ventrale e non di quelli dell'ippocampo. Questo meccanismo e' risultato perfettamente coerente con le descrizioni cliniche della patologia di Alzheimer fatte dai neurologi. Un'ulteriore conferma della scoperta e' stata possibile somministrando in laboratorio, su modelli animali, due diverse terapie: una con L-DOPA, un amminoacido precursore della dopamina; l'altra basata su un farmaco che ne inibisce la degradazione. In entrambi i casi, dopo aver iniettato il rimedio si e' registrato il recupero completo della memoria, in tempi relativamente rapidi.

di Rossella Gemma

"Aumento casi morbillo conferma l'allarme. Fondamentale e urgente applicazione nuovo piano vaccini". Lo scrive su twitter Beatrice Lorenzin, ministro della Salute, che posta il link del sito del suo dicastero dove viene pubblicato un bollettino settimanale sui casi di morbillo registrati in Italia. Per monitorare e descrivere in modo tempestivo l'epidemia di morbillo in corso nel nostro Paese da gennaio 2017, si legge sul sito, il Ministero della Salute e l'Istituto superiore della sanità hanno avviato la produzione di un'infografica settimanale che fornisce una panoramica sulla distribuzione dei casi segnalati al Sistema di Sorveglianza Integrata Morbillo e Rosolia, per Regione, per fascia di eta' e stato vaccinale. Sul sito del ministero vengono pubblicati i dati principali riportati nell'infografica N.1 che copre il periodo dal 1 gennaio al 26 marzo 2017: sono stati segnalati 1010 casi di morbillo. Quasi tutte le Regioni (19/21) hanno segnalato casi, ma l'86% proviene da cinque: Piemonte, Lombardia, Lazio, Toscana, e Abruzzo. Il 90% dei casi era non vaccinato la maggior parte dei casi e' stata segnalata in persone di eta' maggiore o uguale a 15 anni (57% nella fascia 15-39 anni e 17% negli adulti 39 anni), con un'eta' mediana dei casi pari a 27 anni. Il 26% dei casi e' stato segnalato in bambini nella fascia di eta' 0-14 anni; di questi, 50 avevano meno di un anno di eta' sono stati segnalati 113 casi tra operatori sanitari. E' allarme morbillo, dunque, anche nel Lazio, dove in meno di 3 mesi si sono registrati il triplo dei casi dell'intero 2016. A essere colpiti soprattutto i giovani adulti, tra i 15 e i 39 anni. E tra le persone che si sono ammalate non mancano medici e infermieri. La stragrande maggioranza dei pazienti non si era vaccinata. A denunciare l'aumento dei casi il Servizio regionale per la sorveglianza delle malattie infettive (Seresmi), che ha inviato una circolare a tutti i responsabili di ospedali, Asl, Irccs, centri vaccinali e, per conoscenza, ai sindacati medici, con le indicazioni per la sorveglianza e il controllo dell'infezione. Dall'analisi preliminare delle segnalazioni pervenute al Servizio regionale, nel periodo che va dal 1 gennaio al 19 maro 2017, "sono stati segnalati 312 casi rispetto ai 107 casi complessivi segnalati nel corso dell'anno 2016. La classe di età più rappresentata è quella dei giovani adulti (15-39 anni), corrispondente al 61,5% dei casi. Fra le segnalazioni si registrano 27 casi (8,7%) in operatori sanitari. Delle 221 segnalazioni di cui si conosce lo stato vaccinale, l'89,6% non risulta vaccinato". Il servizio regionale sottolinea che "il 31,4% delle segnalazioni ha presentato almeno una complicanza: insufficienza respiratoria, epatite, trombocitopenia ed encefalopatia". Questo aumento dei casi, si sottolinea dalla Regione," trova conferma a livello europeo: il Centro europeo per il controllo delle malattie riporta un incremento di casi e la presenza di focolai epidemici in diversi Paesi europei: Romania, Francia, Irlanda, Germania, Inghilterra, Galles e Austria. In particolare, in Romania è in corso un epidemia iniziata alla fine del settembre 2016 che al 10 marzo 2017 conta 3.466 casi". Tra le raccomandazione del Servizio regionale, quella ai medici di segnalare tempestivamente (entro 12 ore) i casi sospetti alla Asl. In particolare ai medici di famiglia e ai pediatri si raccomanda di limitare il ricorso al pronto soccorso ai soli casi con segni di complicanze, mentre le persone con febbre e rush vanno visitate a casa. Alle strutture sanitarie, invece, si raccomanda di fornire materiale informativo e di approntare aree e percorsi dedicati.

di Rossella Gemma

Una regia unica per l'assistenza in emergenza, a partire dalla chiamata telefonica fino al ricovero in ospedale, con un dipartimento monospecialistico in grado di prendersi carico del paziente per l'intero iter - come un 'pronto soccorso diffuso' - con la necessaria attenzione all'emergenza pediatrica, oggi non sempre presente. Una riorganizzazione che avrà, tra gli effetti, anche lo stop al 'pellegrinaggio' per il primo posto letto disponibile. Perché il medico specialista, con una diagnosi già avviata, invierà il paziente direttamente nella struttura ad hoc per il suo caso. E' il progetto di riorganizzazione della Federazione italiana di medicina emergenza-urgenza e delle catastrofi (Fimeuc) che oggi celebra i 25 anni dall'istituzione del sistema di emergenza-urgenza in Italia con un convegno a Roma. Per fare il punto e 'attrezzarsi' per il futuro di un sistema che ancora regge, ma nel quale servono interventi urgenti, prima che tagli, mancate riforme del territorio e precarizzazioni del personale porteranno al default assistenziale dei servizi di emergenza-urgenza ai cittadini. A venticinque anni dalla sua istituzione, secondo Fimeuc, il sistema di emergenza-urgenza sanitario ha migliorato la qualità dell’assistenza preospedaliera e ospedaliera per le patologie tempo dipendenti e per quelle ad elevato rischio di evoluzione negativa. Un settore della sanità che, più di ogni altro, ha il carattere dell’universalità e che negli anni, in attesa di una riforma delle cure primarie, ha espresso anche quello della sussidiarietà per le categorie più vulnerabili come anziani, poveri e migranti in attesa che gli altri settori se ne facessero carico. «L’attività dell’emergenza-urgenza - ricorda Fimeuc -, sebbene inserita dal 2001 tra le prestazioni di assistenza sanitaria garantite dal servizio sanitario nazionale, non ha visto nell'aggiornamento dei Lea del 2016 una rivisitazione degli articoli 7 e 37 pur necessaria per definire le attività e i servizi da garantire ai cittadini nella attuazione del DM70/2016 e del Patto della Salute». Infatti, il nuovo regolamento introduce il concetto di cure in rete e non nel singolo presidio, rendendo irrinunciabile una organizzazione dipartimentale e una riqualificazione degli interventi in emergenza-urgenza che, da semplici interventi di stabilizzazione diventano, nella proposta di Fimeuc, interventi di valutazione, diagnosi, trattamento e stabilizzazione del paziente adulto e pediatrico, in virtù delle conoscenze scientifiche sopraggiunte e delle competenze acquisite. Per gli stessi motivi è opportuno secondo Fimeuc anche una riclassificazione dei mezzi di soccorso base (con soccorritore esperto), intermedio (con infermiere del Ssn) ed avanzato (con medico di emergenza ed infermiere del Ssn). In tal senso, «le criticità poste dal mutare dei bisogni e dal sovrapporsi di interventi legislativi non sempre coerenti tra di loro, rendono necessaria una riflessione che si traduca in interventi che aumentino affidabilità, efficacia ed efficienza del Sistema di emergenza-urgenza», spiegano ancora dalla Fimeuc.

 

di Rossella Gemma

La qualità di vita delle pazienti oncologiche è ancora trascurata. Perché gli stessi clinici spesso non affrontano questi aspetti e solo il 10% delle donne ne parla con il medico. Nel 2016 nel nostro Paese sono stati registrati 50.200 nuovi casi di cancro del seno, 8.200 del corpo dell’utero e 5.200 dell’ovaio. Disturbi come atrofia vaginale, incontinenza, difficoltà o impossibilità di avere rapporti sessuali sono conseguenze frequenti del trattamento dei tumori femminili con ormonoterapia, chemioterapia e radioterapia. Per sensibilizzare clinici e pazienti, gli oncologi e i ginecologi lanciano la campagna nazionale “FemiLift, per la qualità della vita della paziente oncologica”, presentata oggi al Ministero della Salute. Il progetto prevede anche attività di educazione e informazione dai principali congressi internazionali, come quelli dell’ASCO (American Society of Clinical Oncology) e dell’ESMO (European Society of Medical Oncology). “Il 70% delle donne con tumore del seno, pari a circa 35.140 nuovi casi nel 2016 in Italia, va incontro ad atrofia vaginale in seguito alle terapie ormonali utilizzate per combattere la malattia – spiega Francesco Cognetti, direttore Oncologia Medica ‘1’ dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma e presidente della Fondazione ‘Insieme contro il Cancro’ -. E il problema interessa tutte le pazienti operate per cancro dell’ovaio proprio a causa della rimozione dell’organo. Un disturbo che può avere un impatto negativo sulla qualità di vita: i rapporti sessuali diventano impossibili e le difficoltà nella minzione spesso compromettono le relazioni sociali. Anche la chemioterapia e la radioterapia possono determinare queste condizioni, purtroppo sottostimate. Sia i clinici che le pazienti devono migliorare la comunicazione su questi aspetti. Oggi sono disponibili nuovi strumenti come l’uso del laser che consente di trattare in modo efficace l’atrofia vaginale, presente in più del 50% delle donne in menopausa e, soprattutto, nelle pazienti oncologiche”. “È importante anche l’adozione di stili di vita sani: no al fumo, dieta corretta e attività fisica costante – continua il prof. Cognetti -. È stato dimostrato che nel tumore del seno l’esercizio regolare riduce il rischio di recidiva di ben il 50% nelle donne con neoplasie ormono-dipendenti, cioè con un alto numero di recettori per gli estrogeni. Oltre al movimento, bisogna prestare attenzione al peso sempre, in particolare in menopausa: dopo la fine dell’età fertile, l’obesità è responsabile di circa il 20% delle neoplasie e del 50% delle morti dovute a tumori mammari”. “L’atrofia vaginale rappresenta una condizione quasi ‘fisiologica’ nelle donne in menopausa, ma debilitante - spiega Paolo Scollo, direttore Ginecologia dell’Ospedale Cannizzaro di Catania e past president SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) -. La mancanza degli ormoni sessuali che erano prodotti dalle ovaie (in particolare estrogeni e progesterone) provoca disturbi spesso definiti dalle pazienti come secchezza vaginale: la mancata lubrificazione della mucosa vaginale ne determina ulteriore perdita di elasticità. I rapporti sessuali diventano difficili o impossibili, con ripercussioni negative sul rapporto di coppia. Le donne con atrofia vaginale soffrono anche di cistiti recidivanti”. La maggior parte, per pudore o scarsa conoscenza dei sintomi, non ne parla con il medico. Inoltre le uniche terapie disponibili erano rappresentate dai trattamenti ormonali, non utilizzabili nelle donne che hanno avuto la diagnosi di tumore per l’alto rischio di favorire una ricomparsa della malattia, e da gel lubrificanti, che però hanno un’efficacia solo a breve termine (infatti da un’indagine è emerso che meno del 45% si ritiene soddisfatto di questo rimedio). “L’uso dei laser è un’opzione efficace perché agiscono stimolando direttamente il collagene, che nel corso della menopausa si indurisce e perde spessore – continua il prof. Scollo -. Il collagene riacquista la capacità di produrre muco e la vagina torna all’elasticità originaria e ad essere lubrificata come prima della menopausa”. Un particolare strumento, il laser CO2, è adatto anche alle pazienti oncologiche perché ha una sonda più piccola rispetto a quella utilizzata per le ecografie endovaginali. Sono previste 3 sedute, una al mese, di circa 10 minuti. “Il nuovo campo di applicazione di questi strumenti – continua Scollo - è proprio in queste pazienti, spesso giovani e in menopausa indotta dall’intervento chirurgico, dalla chemioterapia, dalla terapia ormonale o dalla radioterapia. Uno dei vantaggi di questa apparecchiatura è rappresentata da coprisponda sterili e monouso con la massima garanzia di igiene per le pazienti. È completamente esente da rischi, non è dolorosa e non provoca effetti collaterali. Le pazienti, dopo il dramma della malattia, possono tornare a rivivere il loro corpo, la sessualità e il rapporto con il partner. Da un punto di vista psicologico è un vero e proprio ritorno alla vita. Abbiamo condotto uno studio in corso di pubblicazione su una rivista internazionale che ha dimostrato che, grazie al laser, lo spessore del collagene è triplicato”. Un ulteriore campo di applicazione dei laser è quello dell’incontinenza urinaria da stress. “Si tratta di un problema rilevante, ne soffre circa il 20% delle donne – conclude Scollo -. Non dimentichiamo che è stata classificata dall’Unione Europea come malattia sociale visti i costi elevatissimi”.

di Rossella Gemma

Nel 2016 le nascite sono stimate in 474mila unità, circa 12mila in meno rispetto all'anno precedente. La riduzione osservata, che a livello nazionale è pari al 2,4%, interessa tutto il territorio, con l'eccezione della Provincia di Bolzano che registra invece un incremento del 3,2%. Il numero medio di figli per donna, in calo per il sesto anno consecutivo, si assesta a 1,34. A scattare la fotografia è l'Istat che inoltre conferma la propensione delle donne ad avere figli in età matura. Rispetto all'anno precedente, i tassi di fecondità si riducono in tutte le classi di età della madre sotto i 30 anni mentre aumentano in quelle superiori. La riduzione più accentuata si riscontra nella classe di età 25-29 anni (-6 per mille), l'incremento più rilevante è, invece, nella classe 35-39 (+2 per mille). Nel complesso, a fronte di un'età media al parto che raggiunge i 31,7 anni, la fecondità cumulata da parte di donne di 32 anni compiuti e più è ormai prossima a raggiungere quella delle donne fino a 31 anni di età (0,67 figli contro 0,68 nel 2016). E sempre secondo l'Istat, nel 2016 il 19,4% dei bambini è nato da madre straniera, una quota identica a quella riscontrata nel 2015 mentre l'80,6% ha una madre italiana. In assoluto, i nati da cittadine straniere sono 92mila, il 2,2% in meno dell'anno prima. Di questi, 61mila sono quelli avuti con partner straniero, 31mila quelli con partner italiano. I nati da cittadine italiane sono 382mila, con una riduzione del 2,4% sul 2015. Le donne straniere in età feconda, che usualmente evidenziano un comportamento riproduttivo più accentuato e sono favorite da una struttura per età nettamente più giovane, hanno avuto in media 1,95 figli nel 2016 (contro 1,94 del 2015). Le italiane, dal canto loro, sono rimaste sul valore di 1,27 figli, esattamente come l'anno precedente. La contrazione delle nascite da parte di straniere e italiane, pertanto, non va ricondotta all'abbassamento delle rispettive propensioni di fecondità, quanto piuttosto alla riduzione delle donne in età feconda e al processo d'invecchiamento che interessano anche la componente straniera.

di Rossella Gemma

In Italia 126 bambini sotto i 15 anni si sono ammalati di tubercolosi nel 2013, erano 184 nel 2009. Una riduzione che si è osservata inizialmente anche nella popolazione generale: i nuovi casi in un quinquennio (2009-2013) sono passati da 4.300 a 3.153. Ma l'inversione di tendenza era evidente già nel 2014, quando i casi registrati sono stati 3.680 e nel 2015 circa 3.769, con un crescente aumento di circa il 20%. Il 60% delle notifiche riguarda cittadini stranieri. Sono i dati Oms. "In Europa, rispetto al resto del mondo, si registra una bassa mortalità pediatrica per questa malattia, pari al 2%, che arriva all`8% nei bambini con coinfezione tubercolosi/immuno-deficienza umana (HIV). Questo dato confortante è in relazione all`elevata percentuale dei pazienti pediatrici che ricevono un adeguato trattamento per la malattia e dei bambini sotto i 5 anni sottoposti a terapia preventiva quando entrano in contatto con persone infette - spiega Laura Lancella dell`Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, centro di riferimento per la cura di questa malattia -. I più piccoli presentano un`aumentata suscettibilità verso questa infezione in quanto il loro sistema immunitario non ha ancora completato il percorso maturativo. Il rischio di contrarre la tubercolosi per contatto con persone infette è del 43% nei bambini sotto i 12 mesi, del 24% nei bambini tra 1 e 5 anni e del 15% negli adolescenti". Nel mondo, i nuovi casi di tubercolosi sono stati 9,6 milioni nel 2014 e 10,4 milioni nel 2015, di questi ultimi 1,2 milioni erano bambini. Il 60% dei malati è rappresentato dalla popolazione di sei Paesi (India, Indonesia, Cina, Nigeria, Pakistan e Sud Africa). Secondo uno studio recentemente pubblicato su Lancet Infectious Diseases quando ancora non esistevano farmaci antitubercolari, la mortalità pediatrica era pari a circa il 22%: sotto i 5 anni raggiungeva il 44% rispetto al 15% nei bambini in età compresa tra 5 e 14 anni. L`analisi ha evidenziato una mortalità particolarmente elevata in caso di mancata diagnosi o di inadeguato trattamento dei piccoli, specialmente se residenti in aree endemiche per tubercolosi e HIV. "In presenza di altre infezioni come l`HIV, la mortalità è più elevata. È importante ricordare che il paziente pediatrico con tubercolosi è il cosiddetto `evento sentinella` - conclude Lancella - che induce i medici a ricercare l`infezione tra coloro che si prendono cura del bambino. Quest`ultimo, infatti, non è quasi mai contagioso, è l`adulto che diffonde la malattia".

di Rossella Gemma

Quasi un medico su tre ritiene di non aver tempo sufficiente da dedicare ai pazienti per assicurare l’aderenza alle terapie, solo la metà si accerta che il proprio assistito abbia compreso le indicazioni su terapie e percorso di cura e delle sue eventuali difficoltà economiche, più di uno su tre si dice oberato dal carico burocratico. Per un terzo invece non è prioritario informare su alternative terapeutiche o sull’esistenza di farmaci equivalenti o biosimilari. Fra i prescrittori di farmaci biologici e biosimilari, chi decide di cambiare la terapia al paziente lo fa, in un terzo dei casi, in libertà e autonomia e per rispondere meglio alle esigenze di cura e di successo delle terapie per il paziente; ma quasi uno su cinque (19%) dichiara di aver cambiato la terapia per rispondere ad esigenze di carattere amministrativo, principalmente per contribuire alla sostenibilità economica del SSN (39%), per rispettare limiti o obiettivi di budget fissati dalla Azienda ospedaliera o Asl (35%), ma solo l’8% dei professionisti è al corrente dell’esistenza di delibere della Regione o Asl che prevedono come saranno riutilizzati i risparmi derivati dalla prescrizione di farmaci a minor costo. Sono questi alcuni dei principali dati che emergono dalla “Indagine civica sull'esperienza dei medici in tema di aderenza alle terapie, con focus su farmaci biologici e biosimilari”, presentata oggi a Roma e realizzata da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato con il sostegno non condizionato di Assobiotec. Hanno partecipato all’iniziativa e contribuito fattivamente: AMICI, ANMAR, ASSOCIAZIONE MALATI DI RENI, AVDS CARD VENETO, DIABETE ITALIA, FAIS, FAND, FARE, FIMMG, FIMP, FNOMCeO, FORUM NAZIONALE DIALIZZATI E TRAPIANTATI, SID, SIDeMaST, SIF, SIFO, SIN, SIR. Lo strumento di indagine è stato realizzato inoltre con il coinvolgimento dell’Agenzia Italiana del Farmaco. L’indagine ha il doppio obiettivo di rilevare l’esperienza dei professionisti rispetto al tempo e alla relazione di cura con il paziente e approfondire gli ambiti relativi alla prescrizione e all’uso dei farmaci. Ciò al fine tanto di comprendere l’impatto delle disposizioni vigenti ai livelli nazionale e regionale sull’esercizio della pratica clinica, soprattutto in relazione al codice deontologico, quanto per analizzare gli strumenti a disposizione e le eventuali criticità incontrate, così da favorire l’aderenza alle terapie e una migliore relazione medico-paziente. La tutela della salute delle persone, l’accesso alle cure più appropriate rispetto alle esigenze cliniche, alle condizioni socio-economiche e al progetto di vita del paziente non devono essere sacrificate per arrivare al pareggio di Bilancio: lo dice anche la recente sentenza della Corte Costituzionale 275/2016 che afferma che è la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione. E invece l’indagine mostra che purtroppo in alcune occasioni ciò non accade. E’ necessario armonizzare ogni atto amministrativo o normativo nazionale, regionale e aziendale con due aspetti irrinunciabili: il rispetto dei principi che sono alla base della professione medica e quindi il codice deontologico, e quello dei diritti dei cittadini così come sancito dalla Carta Europea dei diritti del malato. Su questi aspetti vogliamo lavorare anche insieme agli Ordini dei medici”, queste le dichiarazioni di Tonino Aceti, Coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato e responsabile del Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici, Cittadinanzattiva. “Siamo ancora in tempo per invertire la rotta perché lo chiedono sia i medici che i pazienti e possiamo farlo subito. Ad esempio prevedendo nella messa a punto degli standard del personale, in via di definizione, la garanzia che il tempo dell’ascolto e della comunicazione siano veri e propri tempi per la cura della persona. E ancora investire di più nella formazione indipendente e di qualità da parte delle Istituzioni pubbliche. Inoltre, visto che siamo in attesa della pubblicazione del nuovo position paper di AIFA sui farmaci biologici e biosimilari, ci aspettiamo che preveda adeguata informazione e condivisione delle scelte con il paziente e gli riconosca un ruolo attivo nel percorso di cura; assicuri trasparenza e accesso a dati ed evidenze cliniche; garantisca continuità terapeutica e attenzione alla qualità della vita” .

di Rossella Gemma

“Il sistema regionale di trasmissione degli elettrocardiogrammi dall’ambulanza agli ospedali ha salvato in un mese e mezzo oltre 300 persone. Il primo report sulla funzionalità del nuovo sistema conferma la sua estrema utilità ed efficienza: entro due minuti e mezzo dalla presa in carico nell’ambulanza del 118 dal 13 dicembre 2016 al 31 gennaio 2017 sono stati tracciati 419 pazienti sottoposti ad esame elettrocardiografico: per 43 casi (pari al 10.26%) è stata posta diagnosi di ‘STEMI’ con invio del paziente direttamente all’Emodinamica disponibile più vicina al luogo del soccorso; 261 casi (pari al 62.29%) è stata posta diagnosi di “NO STEMI”, e sono stati inviati presso le strutture sanitarie dotate di Cardiologia; 111 casi (pari al 26.50%) è stata posta diagnosi di ‘ALTRO’, ovvero tutte le alterazioni del tracciato non previste nelle due categorie precedenti. Tali pazienti sono stati inviati presso le strutture sanitarie dotate di Cardiologia; 4 casi (pari al 0.95%) non si sono evidenziate alterazioni del tracciato (tale bassa percentuale di tracciati normali è dovuta alla selezione del paziente effettuata in fase di triage telefonico, infatti tutti i pazienti manifestano quale sintomatologia ‘dolore toracico’. Il tempo medio di refertazione, incluso le comunicazioni con l’equipaggio al fine di approfondire particolari sintomatologie, nel periodo in esame è stato di 2 minuti e 23 secondi. Per coordinare il sistema è stato istituito il Centro Regionale per la Refertazione - CRR, presso ARES 118, che referta centralmente, per tutto il territorio regionale, i tracciati elettrocardiografici eseguiti a bordo dell’ambulanza”.