Comunicati

News Letter dell'ordine

di Rossella Gemma

Il Lazio sarà la prima regione italiana ad avere un osservatorio dedicato all’Epatite C. Questo l’esito dell’incontro tenutosi presso la Giunta della Regione Lazio tra il consigliere regionale Teresa Petrangolini, membro della Commissione Politiche sociali e salute e la rete ‘SENZA LA C’, composta da sei associazioni di pazienti e/o comunità colpite dall’infezione, ovvero Aned (Associazione Nazionale Emodializzati Dialisi e Trapianto), Epac (Pazienti con epatite e malattie del fegato), FedEmo (Federazione Associazioni Emofilici), L'Isola di Arran (Associazione impegnata nella lotta all'emarginazione legata alla droga), Nadir (Persone con HIV/AIDS) e Plus (Persone LGBT Sieropositive). All’insegna delle tre parole d’ordine Informazione, Prevenzione e Cura, nascerà infatti l’Osservatorio ‘Una Regione SENZA LA C’. Tra gli obiettivi quello di aggiornare il registro delle persone con HCV, monitorare la prevalenza dell’infezione, promuovere una prevenzione mirata ed effettuare campagne di sensibilizzazione e screening in popolazioni maggiormente a rischio, come tra i tossicodipendenti e nelle carceri, coinvolgendo anche altre associazioni. L’iniziativa prevederà nell’immediato il rilancio attraverso circuiti distributivi e reti regionali della campagna di consapevolezza e sensibilizzazione SENZA LA C, avviata a livello nazionale dalle 6 associazioni nel 2014, e la definizione e adozione di protocolli per i test salivari: con queste due iniziative si intende avviare il cammino che ha come obiettivo finale quello di eliminare le barriere di cura che impediscono a tutte le persone in necessità di accedere ai nuovi farmaci contro HCV. Richiesta che tornano a fare oggi le associazioni in una lettera aperta al presidente del Consiglio Matteo Renzi, al ministro della Salute Beatrice Lorenzin e al direttore dell'Agenzia del Farmaco (Aifa) Mario Melazzini. Nel corso dell’incontro, a cui ha partecipato anche Giorgio Cerquetani, della Cabina di Regia del Servizio Sanitario Regionale, è stata presentata la Campagna SENZA LA C realizzata nel 2014 e sono state discusse le principali criticità riscontrate dalle associazioni. "Speriamo sia il primo - dichiarano le associazioni di SENZA LA Cdi altri tavoli con le regioni a cui potremo sederci, non solo come singoli soggetti, ma anche come rete di associazioni di pazienti coinvolti dalla problematica". In particolare, aggiungono, "anche sulla scorta del successo della campagna di consapevolezza e sensibilizzazione già realizzata - che prevedeva azioni di comunicazione con sezioni personalizzate per le singole popolazioni target delle nostre associazioni - abbiamo sottolineato la necessità di fare più campagne di prevenzione mirate a specifiche popolazioni a rischio: ad esempio nelle scuole, perché i giovani sono sempre più esposti a causa della larga diffusione di tatuaggi e piercing, non sempre eseguiti nel rispetto delle norme igieniche". "E’ stato - sottolinea Petrangoliniun tavolo di lavoro importante quello aperto tra la Regione Lazio e le associazioni dei pazienti di epatite C impegnate nella Campagna ‘Senza la C’. L’incontro è stato utile anche per conoscere da vicino i problemi dei pazienti e gli aspetti critici legati alla malattia.  Il loro contributo infatti è essenziale per promuovere politiche più efficaci e raggiungere risultati concreti nel campo dell’assistenza". L’attività è stata svolta grazie al supporto non condizionato di Abbvie.

di Rossella Gemma

Le donne italiane hanno un’aspettativa di vita di 85 anni, contro gli 80,3 degli uomini; quelle che un tempo erano ritenute malattie a prevalenza maschile come malattie cardiovascolari, obesità, carcinoma polmonare, sono ora fra le principali cause di morte per le donne. Rispetto agli uomini consumano più farmaci, con una prevalenza d’uso del 67,5% contro il 58,9% negli uomini, fumano di meno - il 14,8% di donne dichiara di fumare sigarette rispetto al 24,5% di uomini - e fanno meno uso di alcol - le consumatrici a rischio sono l’8,2% rispetto al 22,7% dei consumatori. Nonostante le donne in sovrappeso siano meno degli uomini (28,2% contro 44,8%), sono loro a praticare meno sport e a essere più sedentarie: solo il 10,3% fa attività sportiva con continuità e il 44,1% è sedentaria, contro, rispettivamente il 27,1% e il 35,5% degli uomini. A fare il punto sulla salute della donna è il Libro bianco di Onda, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna, grazie alla collaborazione di Farmindustria, presentato oggi a Roma. Giunto alla quinta edizione, il Libro bianco sulla salute della donna, che tradizionalmente fotografa lo stato di salute delle donne italiane, viene quest’anno realizzato in concomitanza del decennale di Onda, Osservatorio costituito nel 2006 con l’intento di unire le forze e le competenze per promuovere in Italia la medicina di genere e richiamare l’attenzione delle Istituzioni, del mondo scientifico-accademico e sanitario-assistenziale nonché della popolazione, sulla salute della donna. Inoltre, quest’anno si è deciso di inserire nel volume uno spazio dedicato al welfare femminile che affronta temi quali le politiche di conciliazione, il welfare contrattuale, le pensioni e i loro riflessi sulla salute femminile, nonché un’analisi del welfare aziendale in particolare nel settore farmaceutico, dove vi sono molte donne in posizioni apicali e dove vige una grande attenzione alle lavoratrici. “Tutti aspetti che offrono importanti spunti di interesse e riflessioni e che Onda vuole impegnarsi ad approfondire, con l’obiettivo di offrire una sempre maggiore attenzione alla salute della donna”, chiarisce Francesca Merzagora, Presidente di Onda. Emerge ad esempio quanto le donne italiane siano sottoposte a peggiori condizioni lavorative rispetto agli uomini, fattore questo che le espone a maggiori rischi di stress con ripercussioni sulla salute. Migliori condizioni si riscontrano nelle aziende farmaceutiche, dove il gender gap è molto inferiore alla media, perché le mansioni delle donne sono di primo livello e sono molte le iniziative per rendere il luogo e il tempo di lavoro più compatibili con le esigenze di vita privata. Oltre al welfare, gli argomenti del volume spaziano dalla sicurezza dei punti nascita alla tutela della fertilità, dalla prevenzione cardiovascolare declinata al femminile alla depressione nei cicli vitali della donna, dallo stato dell’arte della ricerca oncologica in rosa alle problematiche associate a sovrappeso e obesità femminili, dal dolore cronico all’impatto delle malattie autoimmuni reumatiche sull’essere “donna”, dalle demenze alla condizione della donna anziana e alla violenza di genere. “La nostra è una sfida intrapresa con idee e con slancio, convinti che si possa dare un contributo per modificare l’impostazione androcentrica della medicina che, fin dalle sue origini, relegava gli interessi per la salute femminile ai soli aspetti correlati alla riproduzione” spiega Merzagora. “Il volume rinnova il nostro impegno volto a rendere l’approccio di genere uno strumento di programmazione sanitaria e di pratica clinica, a garanzia di una medicina sempre più personalizzata e basata sulla centralità del paziente, cosiddetta genere-specifica. Come da tradizione consolidata, dal 2007 ogni due anni, nella realizzazione del Libro bianco abbiamo al nostro fianco Farmindustria e per questa edizione, nel decennale dell’Osservatorio, abbiamo deciso di sviluppare un’impostazione differente del volume per dare uno spazio di approfondimento alle tematiche contemplate dal primo Manifesto sulla salute della donna, presentato in EXPO 2015. Abbiamo voluto anche considerare due aspetti, quello del welfare al femminile e della farmacologia di genere, su cui è necessario sempre più investire, considerato l’impatto sulla salute delle donne e sulla loro qualità di vita.” “Dieci anni di Onda ed edizione numero cinque del libro bianco sulla salute della donna: traguardi importanti”, afferma il Presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, “per continuare a camminare insieme e mettere in evidenza il legame strettissimo tra donne e imprese del farmaco. In Italia infatti l’occupazione femminile è del 43%, una quota che supera addirittura il 50% nella R&S. E per le donne molte imprese hanno da tempo sviluppato un welfare che favorisce il bilanciamento tra carriera, famiglia e vita privata. Senza dimenticare di prendersi cura della loro salute: nel mondo sono 850 i farmaci in sviluppo per le malattie tipiche dell’universo rosa. Le imprese del farmaco hanno puntato sulle donne perché il loro successo è parte del successo dell’industria farmaceutica nel cambiare in meglio la vita di milioni di persone”. 

 

di Rossella Gemma

Dal 16 novembre 2016 è entrato in vigore il Decreto ministeriale 13 ottobre 2016 recante “Disposizioni per l’avvio dello screening neonatale per la diagnosi precoce di malattie metaboliche ereditarie”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale (Serie Generale n. 267 del 15-11-2016), che consente di dare avvio allo screening neonatale esteso su tutto il territorio nazionale, con modalità uniformi e di trasferire alle regioni 25 milioni di euro del fondo sanitario nazionale vincolati per tale finalità. Lo screening neonatale rappresenta uno degli strumenti più avanzati della pediatria preventiva e consente di ottenere, attraverso il prelievo di alcune gocce di sangue del neonato che vengono versate su un apposito cartoncino, di individuare in modo precoce e tempestivo i soggetti a rischio per alcune malattie congenite per le quali sono disponibili trattamenti e terapie in grado di modificare la storia naturale della malattia. Il Decreto contiene indicazioni su: la lista delle patologie, l’informativa e il consenso, le modalità di raccolta e invio dei campioni, il sistema di screening neonatale con gli elementi della sua organizzazione, regionale o interregionale, deputata a garantire l’intero percorso dello screening neonatale dal test di I livello alla presa in carico del neonato confermato positivo, le modalità di comunicazione e richiamo per la conferma diagnostica e la presa in carico del paziente, le iniziative di formazione e informazione nonché i criteri per la ripartizione dello stanziamento. In tal modo si assicura la massima uniformità nell’applicazione della diagnosi precoce neonatale sul territorio nazionale, anche per garantire idonei standard qualitativi, ridurre il numero di richiami dei nati esaminati, ottimizzare i tempi di intervento per la presa in carico clinica e favorire l’uso efficiente delle risorse su adeguati bacini di utenza, anche tramite appositi accordi interregionali. La Legge 167/2016, recante “Disposizioni in materia di accertamenti diagnostici neonatali obbligatori per la prevenzione e la cura delle malattie metaboliche ereditarie”, entrata in vigore il 15 settembre 2016, consente di fare un ulteriore passo avanti in quanto prevede l’inserimento dello SNE nei nuovi Livelli Essenziali di Assistenza così da poterlo garantire a tutti i nuovi nati. Appena entrerà in vigore il DPCM dei nuovi LEA, il sistema screening dalla fase sperimentale andrà a regime grazie alla Legge 167/2016 che prevede l’obbligatorietà dello SNE su tutto il territorio nazionale, con le modalità definite dal DM 13 ottobre 2016.

di Rossella Gemma

Continua a crescere la diffusione della ricetta dematerializzata, che supera ormai il 78%  del totale delle ricette a livello nazionale con picchi in Campania (90,15%), Molise (89,23%) e Veneto (89,12). “Le farmacie del territorio hanno creduto fin dall’inizio alla dematerializzazione delle ricette dedicando tempo e risorse alla formazione del personale e agli adeguamenti  tecnologici”  dichiara Annarosa Racca, presidente di Federfarma, esprimendo soddisfazione per il premio Agenda Digitale 2016 assegnato per questo progetto alla Ragioneria Generale dello Stato dall’Osservatorio del Politecnico di Milano.  “Il premio costituisce anche una testimonianza del grande impegno profuso da Federfarma e da Promofarma per favorire l’attuazione del processo di informatizzazione in atto nel Paese, con l’obiettivo sia di semplificare la vita al cittadino, sia di aiutare lo Stato nella razionalizzazione delle risorse.” “La ricetta elettronica  - continua Racca - ha consentito il potenziamento dei controlli della spesa farmaceutica in tempo reale, una  importante  semplificazione per i cittadini, che possono ora accedere al farmaco in ogni zona del Paese, indipendentemente dal luogo di residenza oltre che  un risparmio per l’eliminazione della stampa delle ricette.” Soddisfazione anche per Michele Di Iorio, presidente di Federfarma Campania.  “La Campania è la prima Regione a tagliare il traguardo del 90% delle ricette dematerializzate raggiungendo l’obiettivo fissato dall’Agenda Digitale per l’Italia per quest’anno. Il risultato è stato raggiunto grazie all’impegno di tutte le farmacie del territorio su un obiettivo ritenuto particolarmente prioritario dall’Unione regionale dei titolari.” Per completare la diffusione della ricetta elettronica a livello nazionale ci vorrà ancora del tempo, anche perché le Regioni sono partite in ordine sparso e in tempi diversi. Questa la situazione (aggiornata al settembre 2016) nelle altre Regioni: Sicilia 88,44%. Provincia Autonoma Trento 88,16%; Valle d’Aosta 87,23%; Piemonte 85,08%; Basilicata 84,57%; Umbria 80,83%; Lazio 79,94%; Emilia Romagna 79,05%; Puglia 78,72%; Liguria 78,42%; Marche 74,93%; Lombardia 73,42%; Abruzzo 72,69%; Sardegna 71,34%; Toscana 66,48%; Friuli Venezia Giulia 63,84%; Calabria 40,58%, Provincia Autonoma di Bolzano 12,57%.

 

di Rossella Gemma

"Per il secondo anno consecutivo abbiamo presentato i Programmi operativi. Li abbiamo consegnati al tavolo con il governo dello scorso 10 novembre e confidiamo che l'esito dei verbali anche questa volta sia confortante. I programmi operativi 2016/2018 sono il cuore di quello che avverrà nella sanità del Lazio da qui a fine legislatura". Lo ha detto il Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti in apertura del Consiglio regionale straordinario sulla sanità dopo aver spiegato che in questi tre anni "come commissario ad acta ho firmato oltre 1.800 decreti" con lo scopo di "ridare credibilità al sistema sanitario regionale, riportare in ordine i conti, cercare di fermare la decostruzione del settore, che soprattutto nelle province ha subito gravi ripercussioni sul personale, per arrivare dove siamo oggi: all'interno di una nuova fase, quella della ricostruzione". Due gli obiettivi che secondo il Presidente della Regione Lazio vanno perseguiti "i due obiettivi fondamentali da porsi adesso sono due: proseguire l'azione di risanamento ed equilibrio finanziario e avviare la ricostruzione concreta del sistema. I dati ci dicono che possiamo farcela. Sembrava una montagna impossibile da scalare e invece ce la stiamo facendo. I programmi operativi 2016-2018 sono una grande sfida che dobbiamo vincere. All'interno abbiamo proposto, tra le altre cose, lo stop alle deroghe e il passaggio ai piani assunzionali triennali. Adesso siamo nelle condizioni di farlo, così come abbiamo abolito la quota regionale del ticket". Infine il governatore del Lazio rivolgendosi all'aula ha concluso: "Questo Consiglio regionale sarà utile se da quest'aula verrà il contributo su dove indirizzare le scelte, visto che ai Programmi operativi seguiranno i decreti attuativi". E sempre a proposito di ticket, anche il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha fatto sapere da Genova di avere intenzione di ritoccarne altri. "Abbiamo inserito il diabete nei nuovi livelli essenziali di assistenza e sara' una delle malattie che andranno fuori dai ticket", ha spiegato durante la visita al centro di diabetologia dell'ospedale pediatrico Gaslini di Genova nella giornata mondiale per la lotta al diabete. "Questo centro e' un punto di riferimento in Italia e a livello internazionale, anche grazie alla medicina transfrontaliera- sottolinea il ministro- sono qui per una visita anche simbolica, ho visitato il Gaslini molte volte ma oggi l'occasione e' la giornata mondiale contro il diabete, una malattia da gestire ma anche da sconfiggere". E, in proposito, Lorenzin ricorda che "trenta minuti di esercizio fisico al giorno con una adeguata alimentazione aiutano a prevenire il diabete di tipo 2 e possono alleviare diverse complicanze del diabete di tipo 1".

di Rossella Gemma

In Italia un punto nascita su 4 resta a rischio sicurezza, assistendo meno di 500 parti all'anno. Lo segnala l'Aogoi, Associazione ostetrici ginecologi ospedalieri italiani, che dedica al tema una giornata dell'XI Congresso regionale di Aogoi Sicilia. Sono passati 6 anni - ricordano gli esperti - da quando, nel dicembre 2010, un accordo Stato-Regioni stabiliva che a garanzia di mamme e bebè i reparti maternità al di sotto dei 500 parti l'anno andavano chiusi. Ma secondo il Programma nazionale esiti 2015 dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali-Agenas, nel 2014 gli ospedali in cui operavano punti nascita con meno di 500 parti ogni anno erano ancora 123. Circa un quarto del totale. La decisione di chiudere le realtà più piccole è stata presa "non per un capriccio, ma per ragioni di sicurezza", precisa Giuseppe Ettore, vice presidente Aogoi e segretario regionale Sicilia, promotore della sessione dedicata alla riorganizzazione della rete nazionale punti nascita. "Infatti i reparti piccoli non sempre sono in grado di affrontare emergenze o imprevisti che possono comunque accadere - evidenzia lo specialista - La soglia di 500 nascite, ribadita anche nel successivo decreto del ministero della Salute dello scorso anno, che regolamenta gli standard sull'assistenza ospedaliera, deriva da chiare evidenze scientifiche che mettono in rapporto il numero dei parti e gli esiti della salute della mamma e del bambino. Per Aogoi la questione a sempre una priorità, ancora da completare". Nel 2011 - ricordano dall'Associazione - il ministero della Salute ha costituito un organismo, il Comitato percorso nascita nazionale (Cpnn), che opera a sostegno delle Regioni per attuare le migliori strategie di riorganizzazione dei punti nascita, assicurando nel contempo un efficace coordinamento permanente tra istituzioni centrali e periferiche, in funzione della qualità e sicurezza del percorso nascita. "Viene effettuato anche un puntuale monitoraggio delle situazione", che per Ettore "non può definirsi del tutto rosea". Secondo il Rapporto del monitoraggio ministeriale al 31 dicembre 2014, infatti, nella stragrande maggioranza delle regioni sono ancora attivi in media 5-6 punti nascita sotto i 500 parti, dato che arriva a 19 reparti in Campania e a 17 in Sicilia. "Abbiamo voluto organizzare questa giornata - dice il vice presidente Aogoi - per migliorare e sollecitare il lungo e tortuoso percorso della messa in sicurezza dei punti nascita in Sicilia, al fine di abbassare i tassi oramai non più giustificabili di morbilità e mortalità materna e perinatale, esiti inappropriati e i rischi per i professionisti". Per l'occasione a Catania si riuniranno il Comitato percorso nascita nazionale e quello regionale siciliano, per fare il punto sulla rete di assistenza ostetrica neonatale, con il coinvolgimento di ministero della Salute, Istituto superiore di sanità e assessorato regionale della Salute. "L'incontro avrà tuttavia un'ulteriore grande valenza - puntualizza Ettore - Sarà la prima volta in 6 anni che il Cpnn incontrerà i segretari regionali Aogoi per sentire direttamente la voce dei professionisti. Ciò potrà rappresentare un momento di confronto e di aggregazione sui caldi temi della sicurezza dei punti nascita, di estremo interesse e attualità in tutte le regioni".

di Rossella Gemma

A poco più di due mesi dalla scadenza del triennio formativo ECM meno della metà dei medici italiani risulta in regola. Lo rivela il sondaggio effettuato dall'Osservatorio Internazionale della Salute (O.I.S.) a ridosso dell'imminente scadenza del triennio formativo 2014-2016, per conoscere la posizione dei camici bianchi operanti in Italia rispetto all'obbligo, la valutazione circa la qualità dell'offerta ricevuta e l'opinione in merito all'importanza dell'aggiornamento per la propria vita professionale. Dalla ricerca è emerso come gli obiettivi annuali di formazione (50 crediti ECM per ogni anno tra il 2014 e il 2016) siano stati raggiunti solo dal 56% degli intervistati, mentre meno della metà (il 47%) ha già conseguito tutti i 150 crediti relativi al triennio in conclusione, contro un 2,2% non ne ha conseguito neanche uno. I camici bianchi meno disposti a soddisfare l'obbligo sono i più giovani e i più anziani, mentre tra i più diligenti ci sono gli infettivologi (il 59% ha già raggiunto i 150 crediti), i medici di medicina generale e i pediatri (58%). Per contro, le percentuali più alte di percorsi fortemente incompleti sono rilevabili tra gli ortopedici e fra i chirurghi (il 27% dei quali dichiara di aver conseguito meno di 50 crediti). Tra i medici intervistati emerge inoltre una netta preferenza per la qualità dei servizi forniti da provider privati rispetto a quelli pubblici. Entrando nello specifico di quel 47% di medici che, ad oggi, risultano già in regola con l'obbligo, è interessante notare come variano le percentuali legate alle diverse fasce d'età: si tratta del 49,7% dei camici bianchi tra i 46 e i 55 anni e del 50,6% tra i 56 e i 65; dati che, quando si parla di medici under 45, scendono al 37,9% e, nel caso degli over 65, al 36,9%. Dati interessanti si registrano anche in relazione all'estrazione geografica del campione considerato: al Sud Italia è già in regola il 49,1% dei medici intervistati, mentre al Centro il numero scende al 43,7% per risalire, al Nord, fino al 47,3% degli intervistati.

di Rossella Gemma

Ogni anno nel mondo si osservano 150 milioni di nuovi casi di bronchiolite e il 75% di essi è causato dal Virus Respiratorio Sinciziale (RSV) che nei Paesi in Via di Sviluppo è la seconda causa di mortalità dopo la malaria. Questi i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma c’è di più: circa il 70% dei bambini nel mondo contrae l’infezione da RSV nel primo anno di vita e il tasso di ospedalizzazione per bronchiolite è addirittura aumentato negli ultimi 10 anni sfiorando il 3%, soprattutto bambini nati pretermine e quelli con patologie associate (fibrosi cistica, malattie neuromuscolari, immunodeficienza, malattia cardiaca o respiratoria di base). La bronchiolite è una malattia infettiva acuta delle vie aeree inferiori, altamente contagiosa, caratterizzata, prevalentemente, da edema e muco delle vie aeree piuttosto che da broncospasmo. La sua più alta incidenza avviene nei mesi invernali tra novembre e marzo ed è ormai nota la correlazione tra infezioni da RSV nella prima infanzia e successivo sviluppo di wheezing ricorrente e asma in età adulta. "Nei casi di bronchiolite – sostiene la prof.ssa Susanna Esposito, presidente del Congresso, direttore dell’Unità di Pediatria ad Alta Intensità di Cura del Policlinico dell’Università degli Studi di Milano e presidente WAidid, Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici -  le opzioni terapeutiche raccomandate sono, ad oggi, limitate. Non trovano indicazione i corticosteroidi, il ruolo dei beta2-stimolanti è dibattuto e l'effetto dell’adrenalina è controverso. Pertanto, le linee guida internazionali suggeriscono che il trattamento primario rimanga in gran parte sintomatico con la somministrazione di liquidi e di ossigeno, se necessario, ed eventualmente con un tentativo di terapia con broncodilatatori (salbutamolo o epinefrina). Inoltre, iniziare in tempo un trattamento efficace, come può essere quello con soluzione salina ipertonica, potrebbe temporaneamente contribuire a migliorare il muco ostruente e l’edema delle vie aeree e, di conseguenza, i sintomi respiratori del bambinoGli antibiotici non sono raccomandati per la bronchiolite a meno che non vi sia sospetto di complicazioni come la polmonite batterica secondaria”. Lo sviluppo di misure preventive efficaci è certamente una priorità e quello di un vaccino sicuro e immunogenico contro il Virus Respiratorio Sinciziale resta una delle sfide vaccinali dei nostri giorni. Attualmente la nuova frontiera della vaccinazione anti-RSV è rappresentata dallo sviluppo di vaccini vivi attenuati o di vaccini inattivati a subunità. "I vaccini a base di virus vivo attenuato - prosegue Susanna Esposito - rappresentano un’opzione preventiva estremamente attraente, poiché permettono di ovviare alla problematica dell’instabilità connessa ai vaccini anti-RSV. Tuttavia si rendono necessari ulteriori studi per ottenere il giusto profilo di immunogenicità e sicurezza soprattutto nella prima infanzia. Un differente filone di ricerca, poi, si sta dedicando allo sviluppo di vaccini a subunità virali per l’immunizzazione delle donne in gravidanza. Riguardo, infine, le nuove terapie antivirali, sono attualmente in corso diversi studi clinici nel bambino dei primi mesi di vita per valutare l’efficacia di alcune molecole con effetto antivirale con l’obiettivo di arrivare ad una terapia specifica per le infezioni sostenute da RSV”. Ad oggi, l’unica strategia preventiva approvata, cioè l’immunoprofilassi passiva con Palivizumab, è indicata solo in bambini ad elevato rischio di contrarre l’infezione. Questa categoria di pazienti, tuttavia, incide solo in minima parte sul totale delle infezioni e delle ospedalizzazioni da RSV.

di Rossella Gemma

"Apprezziamo il forte impegno che il Ministro Lorenzin ha dimostrato per mantenere a 113 miliardi di euro il fondo destinato a finanziare la Sanita' nel 2017, scongiurando cosi' l'ipotesi di nuovi tagli ai Livelli Essenziali di Assistenza, al Piano nazionale Vaccini e alle assunzioni di personale sanitario. Ora possiamo guardare al futuro con maggiore serenita'". E' soddisfatta la Fnomceo, all'indomani del Consiglio dei Ministri che ha licenziato la Legge di Bilancio per il 2017, con un ammontare di due miliardi in piu', destinati appunto alla Sanita', rispetto alle previsioni della vigilia. "Il nostro auspicio - afferma il presidente Roberta Chersevani - e' che il Governo ascolti anche l'istanza di ridistribuire i fondi in maniera equa, attraverso una revisione dei criteri di attribuzione delle risorse che elimini le diseguaglianze di Salute". Istanza che la Fnomceo ha portato avanti con un Ordine del Giorno approvato all'unanimita' dal Consiglio Nazionale nella seduta dell'8-9 luglio scorsi e che Beatrice Lorenzin pare aver fatto propria. E a vedere di buon occhio le decisioni del governo, sono anche i pediatri. “E’ una buona notizia che il Consiglio dei ministri abbia confermato l’aumento del Fondo sanitario nazionale 2017 di due miliardi, e in questo contesto va sicuramente sottolineato il forte impegno del Ministro della Salute Lorenzin". Così Giampietro Chiamenti, Presidente della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP): “Va dato atto al Governo Renzi di aver mantenuto l'impegno di difendere il SSN invertendo la rotta dei tagli a favore di un rilancio di investimenti ed aver altresì mantenuto l'impegno con le Regioni come stimolo positivo ad una ripresa delle prospettive per un rinnovo finanziabile dell’Accordo Collettivo Nazionale. Con risorse economiche a disposizione - prosegue Chiamenti - si può ipotizzare uno sviluppo positivo del rinnovo dell’ACN, che altrimenti diventerebbe un semplice adeguamento alla legge 189/2012 senza un effettivo miglioramento dell’assistenza pediatrica. Positivo che parte delle nuove risorse siano state messe a disposizione per risolvere l’annosa questione della carenza di personale e del precariato, quindi anche al sostegno del ricambio generazionale, ma anche al settore della prevenzione nel settore delle vaccinazioni. La Pediatria di famiglia coglie segnali di indirizzo molto importanti - conclude Chiamenti - anche perché questa decisione permetterà l’uniforme applicazione del Nuovo Piano Nazionale Vaccini, come sostenuto dal Ministro Lorenzin e auspicato dalla FIMP".

di Rossella Gemma

Negli ospedali italiani un parto su 5, il 20%, e' di donne d'origine straniera. Di queste madri 7 su 10 sono originarie di Paesi al di fuori dell'Unione Europea. Le donne immigrate residenti in Italia hanno il primo bimbo in media prima delle italiane, a 29 anni rispetto che a 32, ricorrono meno al parto cesareo e hanno bassa scolarita',ma godono in genere di buona salute e prestano attenzione agli stili di vita. L'83% non ha mai fumato una sigaretta, per 6 su 10 il peso corporeo rientra nei parametri corretti, tuttavia ci sono ancora spesso barriere linguistiche, culturali e burocratiche da superare nell'accesso alle cure. Questo il quadro tratteggiato al congresso della Sigo (Societa' italiana di ginecologia) Aogoi (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani) e Agui (Associazione Ginecologi Universitari Italiani) a Roma,che ha come titolo La Salute al Femminile Tra Sostenibilita' e Societa' Multietnica. "In Italia risiedono persone di 200 diverse nazionalita' - spiega Giovanni Scambia presidente del congresso - Le donne in eta' fertile sono oltre 1 milione e 700mila. Sono numeri importanti e destinati a crescere. Le difficolta' linguistiche rischiano di allontanarle dai nostri reparti. Gli stranieri provengono nella maggioranza dei casi da Paesi con una diversa concezione della maternita', della sessualita'. Noi ginecologi abbiamo una sfida delicata da affrontare". "E' fondamentale che a tutte queste donne sia garantita la migliore assistenza sanitaria, soprattutto nel parto ma anche in tutte le altre fasi" spiega Paolo Scollo, presidente Sigo, lanciando un appello alle istituzioni perche' aiutino i ginecologi ad organizzare l'assistenza in funzione di nuovi bisogni. Alle migranti regolari si aggiungono poi le emergenze legate ai profughi: da inizio anno oltre 15mila donne sono sbarcate in Italia dopo viaggi pericolosi. Alcune di loro sono in gravidanza e costrette, a volte, a partorire in condizioni estreme. Tra le malattie piu' riscontrate quelle dermatologiche, infettive e problemi ginecologici e ostetrici.