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del dott. Alberto Volponi

Anni fa un improvviso blackout costrinse al buio, per una notte intera, tutta New York. Nove mesi dopo ci fu una impennata delle nascite, un vero baby-boom! I newiorchesi avevano riscoperto, in massa, il talamo, almeno per una notte. Questo precedente faceva ben sperare su una inversione di tendenza dei dati sulla natalità nel nostro Paese, da tempo in continua e allarmante flessione, come un possibile effetto del lungo lockdown cui siamo stati costretti per arginare la diffusione del virus. Niente da fare. Le nascite nel 2020, secondo l'Istat, non hanno superato le 400mila unità (nel 2008 erano 576.659) e i primi dati del 2021 sembrano addirittura accentuare questa tendenza. Insomma lo stare chiusi in casa, con tanto tempo a disposizione, non ha aiutato la nostra demografia: tutt'altro. Del resto i pensieri, come ricorda un colorito aforisma napoletano, non ripetibile in questa sede, non aiutano. Abbiamo convissuto con preoccupazioni di ogni sorta, ansie fino a veri stati depressivi da cui si fa fatica a uscire. Il Covid ha, inoltre, aumentato il numero dei decessi; così in Italia l'anno scorso sono morte complessivamente 746.146 persone, 100.526 in più rispetto alla media degli ultimi cinque anni. Il dato più elevato, in assoluto, dal dopoguerra a oggi. Il 10,2% dei decessi è legato alla pandemia. Una elementare operazione aritmetica ci fa scoprire che la differenza fra i nati e i deceduti è stata, nel 2019, negativa per 214mila unità, di ben 342 mila nel 2020 e ci consegna una forte recessione demografica. La tendenza a una riduzione della natalità si evidenzia, da tempo, nei paesi occidentali, in particolare in Europa. Nel vecchio continente  a guidare la classifica per tasso di natalità, ovvero i nati ogni 1000 abitanti, sono i paesi scandinavi con 11,7 della Svezia e 11,2 della Norvegia. L'Italia è pressoché in coda con il 7,0, ultima la Grecia con 6,9. Su scala mondiale siamo al centoquarantesimo posto, classifica guidata dai paesi africani con la Nigeria leader a 44,2, seguita dalla Somalia con 40,9. Nel contempo, per tornare alla nostra Italia, l'attesa di vita è giunta a quota 83,6 anni, il secondo dato nel mondo, nel 2019, e ancorché ridiscesa a 82 l'anno passato a causa del Covid, garantisce un infoltimento della popolazione anziana. La nostra piramide sociale appare così rovesciata: la base formata dalle giovani generazioni, sempre più stretta rispetto all’apice che si dilata per l'aumento degli over 65. Gli effetti sul nostro welfare e, più in generale, sulla nostra economia, rischiano di essere devastanti. L'aumento della popolazione anziana vuol dire maggiori costi in sanità, dove, già oggi, l'80% della spesa è assorbita da tale fascia, nonché un logico aumento della spesa previdenziale mentre si assottigliano le fila dei soggetti attivi, produttori di reddito, con la conseguenza inevitabile di rendere insostenibile un dignitoso sistema pensionistico. Le continue grida di allarme, sempre più manzoniane, continuano a produrre progetti di sostegno alle famiglie, con incentivi economici e di investimenti nei servizi sociali, asilo nido, scuole per l'infanzia, trasporti, progetti e promesse che in molte realtà rimangono tali! Tutto ciò è sicuramente necessario per migliorare la qualità della vita delle giovani coppie ma non sufficiente per un netto impulso a favorire nuove nascite. C’è un dato che deve farci riflettere: la netta diminuzione del tasso di natalità nelle Regioni dove il livello di diffusione di servizi e di interventi a sostegno delle famiglie hanno raggiunto un buon livello. Parliamo, ad esempio, dell'Emilia Romagna, da sempre Regione guida nell'adozione di una funzionante rete di servizi sociali, che ha un tasso di natalità del 6,9 per mille, leggermente inferiore a quello medio italiano, mentre solo nel 2009 quel tasso era del 9,8 per mille! Situazioni analoghe le riscontriamo nel Veneto, in Lombardia, ovvero in regioni dove, fra l'altro, il Pil supera molte aree anche del nord Europa. Il problema è più complesso, più profondo e interroga tutta la nostra società sull'idea di accoglienza, sulla disponibilità e generosità verso l'altro, sia esso ancora non nato, sia verso ogni altro essere di qualunque età, sesso, colore della pelle. Questa nostra società, sempre più permeata dall’esaltazione dell’”Io” e dove il “noi” è sempre più residuale da rendere labile il senso di comunità e di appartenenza, è avviata a un rapido declino o quantomeno a una involuzione non facilmente delineabile nei suoi nuovi tratti distintivi. Se non superiamo i nostri egoismi per cui i figli rischiano di essere un intralcio alle nostre ambizioni personali, se non torniamo a riflettere sul ruolo naturale dei genitori e sul valore assoluto, prorompente della maternità - così come ce la descriveva Eduardo De Filippo nella sua Filumena Marturano - non ci saranno interventi economici e sociali tali da invertire la tendenza alla denatalità. Questa labile propensione alla genitorialità si evidenzia anche nelle adozioni internazionali: nel 2001 furono 4000, ora siamo a 1500. Per fare notizia di nuova adozione, necessita una giovane coppia che va in India, in preda al flagello della pandemia, a prendere il proprio bambino! In compenso crescono a dismisura le adozioni di cani, molto utili, in tempo di lockdown, come lasciapassare per uscire di casa. Ne vediamo in giro di tutte le razze; sempre più rari, per fortuna, i minacciosi rottweiler, gli eleganti levrieri, i più familiari cani-lupo, mentre spopolano cani di piccola taglia. Si rivedono così i chihuahua che, ricordiamo, nei sabato sera televisivi, entrare in scena in braccio alla sinuosa Abbe Lane, cantante arrivata in Italia negli anni ‘60 con l'orchestra del suo gelosissimo marito Xavier Cugat; e abbiamo imparato a conoscere l’American Bully, un incrocio di bulldog inglese, francese, americano, “chiatto” e pacioso, dalla mascella larga con i canini che spuntano dalla bocca anche quando è chiusa, che merita la palma del prototipo del cane Covid per il suo continuo, affannoso, ansimare! Il problema è, allora, dentro di noi! In our mind! Negli anni ottanta canticchiavamo un'allegra canzonetta di Modugno, che agitava, tuttavia, un serio problema sociale: “Il vecchietto dove lo metto”! In particolare in estate, dovendo andare in vacanza, diventava impellente trovare una soluzione e come parcheggio l'ospedale poteva andare bene! Il problema degli anziani l'abbiamo, in qualche modo, risolto con le RSA, luoghi non sempre dignitosi, qualche volta autentici lager e non all'altezza dal pomposo nome: residenze assistenziali! Per i bambini il problema lo stiamo risolvendo alla radice: non scriviamo più alla cicogna e magari qualche volta le spariamo mentre sono in volo.

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