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Del Dott. Alberto Volponi


Le richieste di autonomia differenziata della Lombardia, Veneto e, in forma più edulcorata, dell'Emilia-Romagna, è uscita, momentaneamente, dal radar del dibattito politico italiano. Nonostante il gran rumore mediatico, mancava però un disegno di riforma organica, strutturale, complessiva del nostro ordinamento istituzionale. Le richieste di maggiore autonomia delle regioni del nord non vertevano sulle modifiche dell'art.117 della Costituzione, l'articolo che regola i poteri dello Stato e delle Regioni, modifiche inutilmente  sottoposte  al referendum fallito del 2016, ma chiamavano in causa l'art. 116 con la semplice richiesta  di più poteri esclusivamente per loro. Il resto delle Regioni: se gratta (espressione colorita presa in prestito da Trilussa, "L'incontro de li sovrani"). La direzione di marcia sembrava infatti essere quella di un'accentuazione delle già forti ed evidenti differenze fra Regioni, tali da rendere realistica la classificazione in Regioni di serie A e di serie B. è ora necessario, quindi, invertire la tendenza per evitare di arrivare a declinare tutto l'alfabeto tanto da rendere i diritti costituzionali relativi e occasionali in ragione del luogo di nascita. In considerazione, poi, dei poteri già in atto delle Regioni, il diritto alla salute rischia di essere quello più opinabile. Molti dati statistici convalidano questo non esaltante quadro a iniziare dalla speranza di vita alla nascita, 83,2 al Nord, 82 al sud nonostante le migliori condizioni di vita ambientali e alimentari nel Mezzogiorno, almeno secondo le cartoline d'epoca. I posti letti ospedalieri sono 33,7 ogni diecimila abitanti al centro-nord, 28,2 al sud. L'assistenza domiciliare integrata garantisce servizi, su diecimila over 65, a 88 di essi al nord, 42 al centro e appena a 18 al sud. I dati sulla  mobilità sanitaria conferiscono plasticità a queste differenze. Su una spesa sanitaria (dati 2017) di 113,1 miliardi la spesa per la mobilità è di 4,5 miliardi, il 4% della spesa totale. Le prime tre Regioni con segno positivo sono, nemmeno a dirlo, la Lombardia, con +784,1 milioni, l'Emilia-Romagna con +307,5, il Veneto con +143,1. In fondo alla classifica, con il segno meno, la Campania, -318, penultima la Calabria con -281,1 e, a sorpresa, terzultimo il Lazio con -239,4, deficit in questo caso alimentato dal costo delle prestazioni dell'Ospe- dale Bambino Gesù, di proprietà del Vaticano, Stato estero. Il sistema della compensazione economica della mobilità sanitaria rappresenta un ulteriore elemento di arricchimento delle Regioni già ricche e un più accentuato impoverimento di quelle più povere alimentando un corto circuito infernale. A questo bisogna aggiungere la richiesta di drenare a livello regionale le imposte. Un tentativo in questo senso fu già messo in atto in occasione della manovra finanziaria dell'ormai lontano '90. Un tentativo, trasversale ai partiti, di parlamentari del Nord, di inserire un emendamento che prevedeva l'afflusso della "tassa sulla salute", pagata in base al reddito per finanziare il SSN, nelle casse della regione di appartenenza. Riuscii, scusate l'auto citazione, a imporre il ritiro dell'emendamento. Si ripropone, quindi, la necessità di conferire allo Stato una nuova capacità di indirizzo e verifica sulle Regioni, in particolare proprio in Sanità. La salute come obiettivo primario non deve essere perseguita solo da politiche sanitarie ma resa centrale nelle scelte di politiche sociali, economiche, industriali e soprattutto ambientali. Il divario Nord-Sud nel nostro Paese ha una storia antica e si è accentuato ogni qual volta lo Stato centrale ha abdicato al ruolo guida per delegare funzioni alle autonomie locali. Due esempi: l'istruzione e le infrastrutture. Con l'unità d'Italia si rese obbligatoria l'istruzione elementare, stante un tasso di analfabetismo al Sud dell'87% e al Nord-ovest del 55, delegando ai  Comuni il finanziamento delle scuole. Risultato fu che i Comuni del sud non riuscirono, se non parzialmente, a trovare le necessarie risorse e solo dopo il 1911, con la legge Daneo-Credaro che conferiva allo Stato l'obbligo del finanziamento, anche il sud, con un ritardo di cinquanta anni, cominciò a combattere più efficacemente l'analfabetismo. Anche gli interventi della Cassa per il Mezzogiorno negli anni '50-60 furono importanti per  la costruzione di infrastrutture al sud, acquedotti, strade, ferrovie, sostegni all'industrializzazione, fin quando la Cassa mantenne le vesti di ente tecnico. L'invasione della politica e soprattutto delle autonomie locali e infine la voracità delle nuove realtà regionali ne segnarono il cammino con la parcellizzazione di interventi ad alto contenuto campanilistico se non clientelare. Il quadro non è certo esaltante, anzi preoccupa non poco. Siamo a un bivio: o si torna a conferire maggiori poteri alla Stato centrale per garantire la migliore uniformità di scelte finalizzate al rispetto dei diritti costituzionali in un rinnovato spirito solidaristico e autenticamente nazionale o il processo di disgregazione sarà tale che torneremo a essere una semplice espressione geografica, così come ci considerava Metternich nella Vienna del 1815! Dopo due secoli di lotte, il Risorgimento, due guerre mondiali per diventare una Nazione che si è guadagnata una invidiabile posizione nel consesso internazionale, tornare, in un drammatico gioco dell'oca, al punto di partenza è inaccettabile. Ci viene in aiuto un ricordo giovanile: Joan Baez con il suo: We shall overcome... non trascurando che la struggente melodia dell'originario gospel potrebbe essere nata, guarda un pò, da un canto di pescatori siciliani nel lontano 1600.

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