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del dott. Alberto Volponi

La mattina del 5 dicembre 1952 Londra si svegliò avvolta da una densa, grigiastra nube. La capitale della Gran Bretagna era  famosa per fenomeni di nebbia misti a fumi provenienti dai comignoli delle case, dalle ciminiere delle fabbriche, dagli automezzi, per cui era stata coniata la parola smog che, grammaticalmente, è una crasi, fra smoke e fog, ovvero fumo e nebbia (specialità linguistica degli inglesi, visto che anche il termine Brexit è una crasi). Lo smog a Londra era diventato un segno distintivo per la città tanto che il suo colore grigio scuro aveva dato il nome a un colore, un tessuto, fumo di Londra, da cui un vestito che il grande Alberto Sordi non esitò a indossare, in maniera impeccabile con tanto di bombetta, nel suo film, "Fumo di Londra", degli anni settanta. In quel dicembre, però, il fenomeno era ben più consistente per una serie di congiunture climatiche sfavorevoli, non ultimo il riposizionamento più a nord dell'anticiclone delle Azzorre, croce e delizia delle nostre estati italiane, oltre i paralleli dove tradizionalmente stazionava nei periodi invernali. Lo smog durò fino al 9 dicembre, con un bilancio apocalittico per gli abitanti: 12 mila morti, 150 mila ricoverati per patologie respiratorie. Finalmente, per primi gli Inglesi presero coscienza della gravità del problema e si diedero da fare per rimuovere le cause e, bisogna dire, riuscendovi. Per anni abbiamo concentrato la nostra attenzione sugli effetti per l'apparato respiratorio con patologie, comprese quelle tumorali, determinate dai prodotti della combustione di varie sostanze. Negli anni '90 le particelle presenti nell'aria inquinata classificate in base al loro diametro, espresso in micron, in PM10 e PM2,5, cominciano a essere individuate come responsabili anche di patologie acute cardio-vascolari. Studi successivi, sempre più documentati e condotti con il necessario rigore scientifico, hanno chiaramente evidenziato questo stretto nesso di causalità. L'autorevole American College of Cardiology, in una recentissima pubblicazione, arriva a quantificare come, nelle aree dove si registrano picchi di concentrazione  di PM2,5, si ha un aumento del 3% degli infarti e a lungo termine, un anno, l'aumento è del 10%. LDa segnalare che l'OMS nel suo rapporto sulla salute fino al 2008 come fattori di rischio per le malattie cardiovascolari, elencava soltanto i tradizionali: fumo, sedentarietà, obesità, abitudini alimentari errate, ipercolesterolemia. Tutti fattori che certamente entrano, il più delle volte in concorso tra di loro, nell'etiopatogenesi delle malattie cardio-vascolari, ma nessuno di essi ha un'azione diretta sulle pareti arteriose come le polveri sottili che, inalate, superano la barriera alveolo-polmonare, vanno in circolo  e hanno campo libero nel correre a danneggiare qualsiasi parete arteriosa, provocando il successivo trombo ostruttivo e, quindi, a valle l'ischemia o l'infarto del tessuto irrorato. Solo nel maggio 2016 l'OMS ha messo sul banco degli imputati, come causa di morte primaria, l'inquinamento ambientale e in particolare quantifica in 8,2 milioni i decessi attribuiti alle patologie più diffuse, da correlare all'inquinamento  ambientale, etichettate come malattie non trasmissibili (MNT) ovvero malattie cardio-vascolari, tumori, malattie respiratorie. Con oltre il 60% dei decessi riconducibili a patologie cardio-vascolari. Certamente contro questi fattori patogeni legati all'inquinamento da polveri sottili, tanto determinanti nell'insorgere delle malattie quanto misconosciuti al di fuori degli addetti ai lavori, c’è bisogno di scelte prescrittive delle autorità di governo locali ma soprattutto nazionali, che possono essere risolutive come prevenzione su vasta scala. Al contrario i tradizionali fattori di rischio, che riguardano  lo stile di vita e quindi la sfera individuale, sono più difficili da influenzare e correggere. Nel frattempo a chi pensa come una bella pedalata in bicicletta, in pieno centro città, sia altamente salutare - al di là dei rischi di essere travolti o soltanto di finire in qualche buca stradale - si dovrebbe spiegare che l'aria inalata, il cui volume si amplia per l'aumento fisiologico della ventilazione polmonare, è carica delle famose PM. Altrettanto bisognerebbe avvertire gli ignari avventori di trattorie e ristoranti on the road, quelli con i tavoli sui marciapiedi, che mentre, per ragioni salutistiche, stanno mangiando una bella insalata con un goccio d'olio extravergine di oliva - che fa tanto bene - si stanno riempiendo i polmoni di gas tossici prodotti dagli scarichi delle auto che gli scivolano a fianco. Il problema dell'inquinamento dell'aria da polveri sottili ha una dimensione mondiale. Un rapporto del 2017 della Commissione Europea su Air quality in European  cities, evidenzia come le più alte concentrazioni  di PM si registrano in Polonia, in maniera piuttosto diffusa, nei territori dell'ex Germania dell'est, nella nostra pianura padana e a sud di Roma, nella martoriata provincia di Frosinone, lungo la valle del Sacco, già classificata come SIN, sito di interesse nazionale, per l'inquinamento del suolo e delle acque, e ora sugli altari delle cronache nazionali ed europee per quello atmosferico, che chiude un drammatico cerchio. Lentamente, forse troppo lentamente, l'attenzione dell’opinione pubblica si sta rivolgendo verso questi fenomeni costringendo le autorità di governo, a qualsiasi livello, a prendere le necessarie iniziative, affrontando il problema proprio dal punto di vista ambientale, ovvero alla radice, prima ancora che da quello sanitario. Le cause vanno rimosse per curare bene gli effetti! Non possiamo ancora accettare che si perpetui l'implacabile scissione tra sviluppo e bellezza - la natura è bellezza - fra sviluppo e salute dei cittadini. Vogliamo tornare a guardar il cielo così come descrive il Manzoni il suo cielo di Lombardia “così bello, quando è bello, così splendido, così in pace”.

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