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del Dott. Alberto Volponi

Le più fedeli compagne di viaggio dell'uomo sono sempre state le malattie. L'uomo da quando iniziò il suo cammino dal centro dell'Africa peregrinando per il mondo fino a occupare pressoché ogni angolo della terra, anche i più inospitali per le condizioni climatiche, è stato l'inconsapevole vettore di microbi e virus. I primi contatti fra popolazione diverse hanno avuto effetti devastanti. La scoperta e la colonizzazione del Nuovo Mondo sono la testimonianza più drammatica. Nel 1492, anno fatidico, gli abitanti di Hispaniola, attuale Haiti, erano otto milioni, tutti scomparsi appena quaranta anni dopo, falcidiati da malattie infettive portate dagli spagnoli con le loro caravelle. Cortes sbarcò, nel 1519, sulle coste del Messico con 600 uomini ma l'annientamento del civilissimo e glorioso popolo azteco fu sancito da una epidemia di vaiolo, malattia con cui non erano mai entrati in contatto, e quindi minimamente immunizzati, piuttosto che dalle armi degli spagnoli. Analoga vicenda segnò il popolo Inca con la conquista del Perù da parte di Pizarro, che sbarcò, siamo nel 1531, con appena 168 uomini. Non miglior sorte hanno avuto gli indigeni del Nord America che, impropriamente, colpa di Colombo, abbiamo sempre chiamati indiani. Ancora nel 1837 una piccola tribù di nativi fu infettata da vaiolo portato da un battello a vapore in navigazione sul Missouri; in poche settimane la popolazione passò  da 2000 a 40 individui. è evidente che il diverso, lo sconosciuto, lo straniero ha sempre suscitato timori, in molti casi fondati, ed è stato visto come una reale minaccia, un pericolo per la propria salute e la propria vita. Paure ancestrali che i progressi delle scienze, in particolare della medicina, avrebbero dovuto dissipare. Purtroppo anche la scienza, la razionalità, rischiano oggi di soccombere di fronte alle paure, all'irrazionalità. Paure alimentate da ben orchestrate campagne promosse da chi sa trarre lucrosi vantaggi per le proprie posizioni ideologiche. Gridi di allarme si succedono tutti i gironi: gli immigrati portano la tubercolosi! La tubercolosi è la prima malattia conosciuta dal genere umano; alcune tracce dell'infezione sono già rinvenute in ossa del neolitico  e in mummie egiziane del 3000 a.C. Ben nota ai Romani, accompagnò l'uomo nel Medioevo e nel Rinascimento, raggiungendo il picco fra il XVIII  e il XIX secolo quando il fenomeno dell'inurbamento esplose con la rivoluzione industriale. Solo ne 1882 Koch scoprì il Mycobatterium  responsabile della malattia ma bisognerà aspettare il 1944, con la scoperta della streptomicina e quindi dell'isoniazide, per una terapia efficace. Quando si riteneva debellata completamente ecco, negli anni '80, registrarsi una notevole recrudescenza in tutto il mondo occidentale, Italia compresa (allora zero immigrati) dove fece scalpore e suscitò meraviglia la notizia che la malattia aveva colpito una icona del calcio italiano dell'epoca. L'Oms calcola che nel mondo vi siano mezzo milione di nuovi casi ma nessuna organizzazione sanitaria ha mai messo in relazione il fenomeno con flussi migratori. Gli immigrati, quindi, non portano la tubercolosi? Ma la scabbia sì! è arcinoto che la scabbia, malattia conosciuta già nell'antico Egitto, non ha la pericolosità di altre malattie. Il sintomo più evidente è un prurito intenso ed eruzioni cutanee provocate da cunicoli scavati sotto la pelle dall'acaro femmina per deporre le uova. La trasmissione avviene per contatto diretto e prolungato pelle-pelle. Si cura banalmente con specifiche pomate a base di permetrina e una buona profilassi domestica con lavaggi di biancheria, lenzuola... Essendo una malattia che si diffonde per contatto e prospera in condizioni igieniche precarie non c'è da meravigliarsi se una certa percentuale di immigrati, stipati nei gommoni o nelle stive dei barconi, arrivino con i segni di tale malattia, ma è altrettanto vero che prima di sbarcare vengono facilmente curati e non possono diventare per questo veicoli di infezione. Al contrario non sembrano, questi immigrati, affetti da pediculosi che ciclicamente affligge intere classi di nostri bambini in età scolare, ben "igienizzati" e ben vestiti. Fenomeno, questo, che sembrava consegnato alla storia dell'Italia sporca e stracciona fino all'immediato dopoguerra quando i pidocchi furono sconfitti dal ddt americano e scomparve la "moda" dei capelli rasati a zero. Ma si insiste: forse la scabbia no ma la malaria... Sembra di rileggere Esopo tradotto in latino da Fedro: Superior stabat lupus... Così la recrudescenza della malaria o l'arrivo, con nuove zanzare, di altre patologie è colpa degli immigrati. Poiché conosciamo come avviene la trasmissione, ovvero tramite la puntura del fastidioso insetto portatore del plasmodium, non riusciamo a capire tecnicamente il ruolo dell'immigrato né possiamo pensare che siano loro a organizzare il trasferimento, in appositi contenitori, delle zanzare infette in Italia, anche per semplici ragioni legate all'emivita delle stesse. Del resto c'è chi crede che in alcune aree del Paese si effettuino ripopolamenti di vipere con lanci dagli elicotteri!! Per la zanzara tigre si è sempre saputo che è arrivata in Italia, precisamente a Genova, con un carico di pneumatici usata provenienti dagli USA mentre il virus della febbre del Nilo, che comincia a fare le sue vittime in alcune zone della pianura padana, è trasportato da uccelli migratori e trasmesso all'uomo dalle zanzare nostrane. In verità, sempre secondo l'OMS, i problemi  di salute di rifugiati e migranti "sono simili a quelli del resto della popolazione" mentre il rischio di importazione di agenti infettivi "è estremamente basso" e quando si verifica "riguarda viaggiatori regolari,turisti oppure operatori sanitari,più che rifugiati o migranti". Gli stessi dati statici-epidemiologici riguardo le patologie di cui sono affetti una minima percentuale, non oltre il 15%, degli immigrati vedono agli ultimi posti quelle di natura infettiva. Indubbiamente i flussi migratori, che dovrebbero essere risolti alla radice rimuovendo o al meno attenuando le cause che ne sono all'origine, vanno regolamentati e resi compatibili con la possibilità di una accoglienza umanamente dignitosa e di integrazione vera, compito titanico a cui l'Europa intera dovrebbe far fronte, ma è fuori discussione, a essere solo dei cinici economisti, senza scomodare valori quali la solidarietà e il rispetto della dignità umana, che le società occidentali hanno bisogno di forza lavoro, per di più giovane e a buon mercato, sia come capacità produttiva sia come riserva previdenziale. Arrivare, quindi, a dipingere tanti poveri "disgraziati, tribolati" (Manzoni) come nuovi untori ce ne vuole! Tuttavia nonostante la realtà oggettiva, inoppugnabili dati scientifici, la logica, si diffondono e fanno presa sulla gente insensate paure. I propalatori, poi, di simili allarmi godono di una speciale immunità: a loro tutto è perdonato. Hanno sempre ragione (anche Lui...). Siamo ai Blues Brothers, alla scena in cui la fidanzata affronta, sparando con un mitra, John Belushi, reo di averla lasciata attendere, inutilmente, sull'altare. Belushi si difende: "non ti ho tradito, ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere un taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c'era il funerale di mia madre, c'è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette, non è stata colpa mia". La fidanzata, incredibilmente, ci crede e gli si avvinghia al collo e lo bacia. Vi ricordate l'Illuminismo, il trionfo della ragione? Ecco, comincia, appunto, a essere un ricordo interessante da un punto di vista storico. Niente più Lumi o quasi; è notte. Ci sovviene il Belli, con la sua cruda, malinconica rassegnazione: dopo "un par d'ora de sgoccetto ....'na pisciatina, 'na sarvereggina, e, in zanta pace, ce n'annamo a letto." (Fonte: La Pelle, Settembre-Ottobre 2018)

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