di Rossella Gemma

Rafforzamento della rete reumatologica regionale e adozione di percorsi diagnostico-terapeutici adeguati, maggiore collaborazione, oltre che con la medicina del territorio, tra reumatologo, chirurgo e fisiatra: questi sono alcuni degli spunti emersi dal congresso “La mano reumatoide. Ruolo attuale della Chirurgia”, svoltosi nel weekend a Roma, con il patrocinio di Società Italiana di Chirurgia della Mano, Associazione Laziale Ortopedici e Traumatologi Ospedalieri (Aloto), Federazione delle Associazioni Dirigenti Ospedalieri Internisti (FADOI Lazio). Il tema centrale, discusso nell’incontro di Roma da internisti, reumatologi, chirurghi ortopedici, fisiatri, medici di famiglia e rappresentanti delle associazioni pazienti, è stato quello dell’importanza della collaborazione e della condivisione tra tutte le figure cliniche coinvolte nell’inquadramento di una malattia e nell’assistenza a una persona con la malattia, che necessita chiaramente di un approccio multidisciplinare, ma soprattutto di un percorso chiaro di cura.

Il polso e la mano sono i distretti più colpiti e spesso i primi ad essere interessati nell’artrite reumatoide. «È premessa condivisa da tutti che, per raggiungere il migliore risultato del trattamento sia fondamentale la collaborazione tra reumatologo, chirurgo della mano, fisiatra e medico di medicina generale. Tuttavia, ancora oggi spesso tra noi c’è scarsa comunicazione» ha detto Michele Rampoldi, direttore UOC Chirurgia ricostruttiva della mano della ASL Roma 2, ideatore e promotore del congresso. «Questo può portare il chirurgo ad operare quando non deve o il reumatologo a non inviare il paziente al chirurgo quando questo può migliorare la sua qualità di vita e risolvere una disabilità» ha proseguito.
«Grazie alle nuove terapie farmacologiche i pazienti affetti da questa malattia, oltre 400.000 in Italia, hanno significativamente migliorato la loro qualità di vita, limitato la disabilità e ridotto il ricorso a trattamenti chirurgici. Ma certamente la chirurgia ha ancora un ruolo significativo nella cura di questa condizione» ha aggiunto David Terracina, direttore UOC Medicina Ospedale S. Eugenio-CTO della ASL Roma 2, co-presidente del congresso.

Le malattie reumatologiche rappresentano in Italia la prima causa di invalidità temporanea e la seconda di invalidità permanente. Un trend in continua crescita che va di pari passo con quello dei costi per assistenza e pensioni di invalidità. Secondo i dati della Società italiana di reumatologia (Sir), già oggi il 27% delle pensioni di invalidità è attribuibile a queste patologie. «Risultano spesso ancora sottostimate e diagnosticate in ritardo» ha chiarito Maddalena Pelagalli, Vicepresidente dell’Associazione persone con malattie reumatiche e rare (Apmarr). Eppure, costano al Paese 4 miliardi di euro l’anno per l’assistenza socio-sanitaria, sempre secondo la Sir. Inoltre, «circa il 50% dei pazienti con malattie reumatiche muscolo-scheletriche croniche manifesta disabilità e otto persone su dieci sono costrette a convivere col dolore cronico, il che si traduce in oltre 22 milioni di giornate di lavoro perse ogni anno che corrispondono a un calo di produttività quantificabile in 2 miliardi e 800 milioni di euro. Tutto ciò senza considerare il drammatico impatto sulla qualità della vita» ha affermato Pelagalli.

«La diagnosi precoce e la tempestività del trattamento sono riconosciuti come l’unico strumento per affrontare la progressione di queste malattie, contrastando disabilità e costi crescenti. Per queste ragioni, insieme ai colleghi specialisti, ai rappresentanti delle associazioni di persone con malattie reumatiche e ai tecnici della Regione, abbiamo lavorato lo scorso anno alla stesura di un percorso diagnostico, terapeutico e assistenziale (Pdta) per le malattie reumatiche infiammatorie e autoimmuni nel Lazio» è intervenuta Marina Moscatelli, medico di famiglia. «Lo scopo era quello di equiparare la nostra regione ad altre più virtuose come l’Emilia-Romagna, il Piemonte, la Lombardia, il Veneto o la Toscana che già hanno deciso di affrontare tali malattie in forma più organizzata e strutturata, ma purtroppo questo lavoro si è bloccato, è stata data precedenza ad altre malattie come il diabete o quelle cardiovascolari, che certamente contano numeri di malati più elevati. Tuttavia, questo modo di ragionare si scontra con un dato di fatto: le malattie reumatiche colpiscono persone più giovani, spesso in piena età lavorativa, quindi a conti fatti tra costi diretti e indiretti il loro peso economico è molto più elevato» ha detto ancora.

È giunta l’ora – è stata la conclusione concorde degli esperti – di cambiare registro. Non dobbiamo più ragionare solo in termini di costi della salute, ma di investimenti per la salute. Perché è dimostrato non solo che prevenire è meglio che curare, ma anche che curare subito e con la massima appropriatezza costa meno che doversi poi prendere cura delle disabilità. E ciò vale non soltanto per la mano reumatoide.